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The Research
Lonely Hearts Still Beat The
Same
(At Large)
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Dell'album
parliamo con diffuso entusiasmo in altra parte del giornale,
ma qualcosa di questo "Lonely Hearts Still Beat The Same",
quarto e ultimo singolo preventivo dei Research, bisognerà
pur dire qualcosa: ad esempio che la title-track è senza
ombra di dubbio il loro pezzo più riuscito, e non solo
perché è il primo ad affidare il cantato alle due ragazze,
per la sottilissima idea melodica costruita dalle intermittenti
tastiere di Russell o per le improvvise fioriture di "lalalas"
che lo adornano, ma perché è un delizioso e malinconico
acquarello invernale, nemmeno tanto consapevole della
sua invincibile fragilità. Delle varie b-sides sparse
lungo CDs e sette pollici, "Wild Horses" offre egregia
coda al singolo, ammicando da lontano ai Flaming Lips
appena troppo sgangherata per essere presa sul serio,
ma a meritare è soprattutto "All These Feelings", esperimento
twee/rockandroll con chitarre (!) che sembra uscito da
un film sulla suburbia Inglese, odora di negozi di dischi
usati e riesce a celebrare gli eighties senza darlo a
vedere (Sarah alla voce). Infine, c'è Russell che non
rinuncia a cantare la sua versione della title-track,
aggravando tuttavia la propria posizione: canta proprio
male. La più improbabile delle band da adorare, ma con
un singolo così.
www.theresearchgopop.com |
Buccolino
Sheepstory
(Largecurd)
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Storia misteriosa quella dei Buccolino, ignota one man band americana (ma non chiedetemi di dove: Portland?) nata dalla mente di Micah Kassell, professione percussionista e occasionalmente un terzo della band countrypop ForReals, che autoproduce nel 2005 questo stupefacente EP trasvesito da parabola anticapitalistica in forma di musical, confezionato con chitarra/basso, vibrafono e scarti elettronici e corredato da un booklet illustrato dai bei disegni di Brenda Allen. Ma non fraintendete: anche se tutto questo sarebbe sufficiente a farci apprezzare i Buccolino a prescindere, "Sheepstory" convince in virtù della sua musica, un intenso magma folk-melodico in cui ogni nota è soppesata con attenzione e che sa diventare alternativamente smanioso ed attento, sia che si affacci su costruzioni di vibrafono e percussioni ("Manufactured Web Of Doom") sia che esplori cautamente la sparsa elettronica di "Teli Woolabie" riscaldata da caldissimi rimandi di chitarra; un disco enigmatico quanto il suo autore, imprevedibile e sinuoso sino al piccolo apocalittico capolavoro "Investicorp", che dipinge foschi scenari di multinazionali fantasma su due-accodi-due ripetuti in differenti tonalità fino allo spasimo, sottofondo ossessivo e ideale per una canzone minacciosa sino alla paranoia ma incredibilmente ricca di calore melodico. Vibrante, acceso da una grande lucidità, "Sheepstory" è un disco lontano, quasi irraggiungibile, ma caldo ed avvolgente al tempo stesso. Su CDBaby, di corsa.
largecurd.com/buccolino.html |
Loveninjas
Keep Your Love
(Labrador) |
Sorta
di ibrido tra ruvido dinamismo a-là Strokes e classico
indiepop svedese, i Loveninjas sono una meravigliosa
popband da balera, di quelle che farebbero felice ogni
discografico: songwriting solido e di presa immediata
- anche troppo - impossibile da ascoltare rimanendo
seduti, e con testi al limite del demenziale che in
questi casi non guastano. Esemplare in questo senso
"Keep your love", veloce numero di pop leggero su un
basso iperattivo e chitarre che grattano senza molti
complimenti. Ma dietro alla voce del caponinja Tor,
i suoi compagni tessono coretti irresistibilied ilari
e tutto il pezzo esprime disimpegno e leggerezza senza
scampo, rendendolo godibile come un sabato mattina al
parco giochi. E se la conclusiva "I'm Really Sorry"
sfodera humor nero alla They Might Be Giants e un tessuto
sonoro adatto all'occasione, "Once There Was A Girl
And A Boy", unico pezzo ad accarezzare una vellutata
malinconia, è anche il meno riuscito: d'altra parte
nelle canzoni dei Loveninjas non sono i cuori a venire
spezzati ma qualcos'altro, come conferma la velocissima
e surreale "She Broke His Penis in Two". Bravi e sciocchini.
www.loveninjas.com
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Irene
Baby I Love Your Way
(Labrador)
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Se mi chiedessero il nome della perfetta band Labrador oggi sarebbe impossibile non citare gli Irene. Perché questi otto ragazzi di Goteborg sembrano il prodotto inadulterato della filosofia dell'etichetta più pop di Svezia, tanto da rendere impossibile l'idea che fossero ad essa preesistenti: l'ormai proverbiale componente twee scandinava - trombe di plastica, cori, battimani - innestata su un percorso pop di stampo classico, così da risultare magniloquente e goffa al tempo stesso, un po' Jens Lekman e un po' Acid House Kings, ma con vestiti vecchi di due anni e una spruzzata di soul. Questa è la title-track del singolo d'esordio degli Irene, un pezzo che ti si conficca nel cervello prima ancora di avere la possibilità di decidere se è più affascinate o repellente. E non inganni l'attacco Clashiano di "To Be With You", che finisce pur'essa a dispensare zucchero sotto al vocione di Tobias (Bobby) Isaksson. Un'infezione. Scopriremo presto se benefica o nociva, immagino.
www.labrador.se/artists/irene.php3 |
Easton
Forget The shoreline
(autoprodotto) |
Il progetto Easton
di Alexis Von del quale avevamo parlato così bene qualche
mese addietro si trasforma in una full band chitarra-basso-batteria
senza modificare di molto la sostanza sonora: il suo
indie-pop in bassa fedeltà si arricchisce giusto di
qualche spigolosità chitarristica e scalfisce appena
quella patina di amatorialità che caratterizzava l'EP
d'esordio, ma la sensibilità indiepop è fortunatamente
ancora intatta. Il sound complessivo se ne giova sia
in diversità che in complessità, spostando la formula
verso gli anni 90 americani indie più puri e limitando
al contempo l'imprevedibilità del terzetto.
Se l'inizio con il botto di "Write your name down" sottolinea
l'esistenza di una forte idea melodica e di una ottima
organizzazione dietro le chitarre che grattano, la band
di Utrecht si concede poi un numero giovanilista e mediamente
nostalgico come "Liar" e la chiusura rockeggiante e
illuminata di "Waster", che completa la trasformazione
degli Easton in una band indie-rock strizzando l'occhio
agli USA: c'è ancora molta strada da fare ma le idee
sono piacevolmente chiare per una band così giovane.
www.eastonmusic.tk |
The Snowdrops
Sleepydust EP
(Matinée) |
Dopo il bel sette pollici "Mad World" ritornano gli Snowdrops, enigmatico supergruppo formato dalle tre timide popstars Keith Girdler (Blueboy, Lovejoy), Dick Preece (Lovejoy, Beaumont) e Pam Berry (The Pines) che stavolta decide di omaggiare gli onnipresenti anni 80 dandosi all'elettronica: l'elettropop ovattato ed al rallentatore della title-track - presente in due versioni - dà modo a Girdler di inscenare una buona imitazione di Neil Tennant che tuttavia non leva al pezzo un retrogusto sgradevole, sia per l'inutile dispendio di batteria elettronica che per una melodia triste che avrebbe trovato miglior fortuna con accompagnamento acustico e che reclama una maggior partecipazione di Ms Berry. Possiede tuttavia un fascino ambiguo ed indeciso a differenza di "The Boy With The Hummingbird Eyes"; che ancora insiste sulla base elettronica pur affiancandola a ripetute tessiture acustiche. Beh, a qualcuno di voi (non a me) le caute derive elettroniche di Sarah Records saranno pur piaciute, e in tal caso apprezzerete l'operazione. I due pezzi rimanenti sono giusto due riempitivi, che in almeno una occasione ("Too Cold To Snow") danno idea di voler recuperare la commossa qualità dell'esordio, ancora figlia dei Field Mice. Ma è troppo poco.
www.indiepages.com/dontbuyanythingbythesnowdrops
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Tillmanns
Run EP
(Fraction Discs)
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Duo svedese perso
nella nebbia mancuniana dei primi anni 80, I Tillmanns
coprono di un leggero strato di riverbero le loro complicate
pop-songs, soffocate da malcelati desideri goth e rivestite
ora da elettronica leggera ora da strati di chitarre
in dissonanza. Un po' Joy Division ("Run") e un po'
Field Mice ("My London Love"), porgono infine i giusti
ossequi ai My Bloody Valentine con le ripetute distorsioni
di "Twist (Spaced Out)" che a conti fatti risulta il
pezzo più bello e particolare di questo breve EP, con
l'elettronica a congiurare stonature immaginarie proprio
come succedeva in "Loveless", ma con una sorta di delicata
ritrosia. Un Ep claustrofobico, a tratti soffocante,
che dipinge il cielo plumbeo di una giornata autunnale
con pochi tocchi di chitarra e drum machine e ne trasferisce
tanto il freddo quanto la speranza di un rifugio caldo,
mettendo in campo sensibilità ormai smarrite. Un plauso
a Fraction Discs che esordisce con due ragazzi (Anders
Tillman e Björn Fridholm, da Goteborg) dall'inestimabile
talento e la cui personalità è destinata senza dubbio
a crescere.
www.tillmanns.se
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All Of My Brother's Girlfriends
Second Album on Cassette
(Bedroom) |
Venire presentati come "la risposta svedese a Ben Lee" non è un grande complimento, ma al buon Pontus Tenggren da Goteborg la cosa certo non interessa. Come lui stesso dice: "non ho mai pensato che qualcuno potesse un giorno ascoltare la mia musica", e fedele a questo stupore non ricorre nemmeno agli usuali trucchetti da registrazione domestica per abbellire il suo pop lofi : si dimentica di regolare il volume, lascia che voce e batteria (suonata da Frida delle Rough Bunnies) vadano in clipping, sovraincide un po' come capita. Ho però idea che il ragazzo dietro All Of My Brother's Girlfriends creda molto al valore purificatore della sua musica. Che non elabora nemmeno musicalmente e liricamente oltre il limitato rango di filastrocca, come fosse l'ultimo cantante pop sulla faccia della terra. "Sunscreen pt.1" è power-pop semiacustico ed abborracciato, "A Song About Tigers Revisited" uno sciocchino inno folk-animalista per chitarra, armonica e battimani, "Kitty On A Rocket" adorabile punk nel modo in cui lo erano i Talulah Gosh, la seconda "Sunscreen" agghinda persino un leggero arrangiamento di tastiere, "Dagen Da Det Slutade Regna" un triste folk acustico al quale manca solo la pioggia scrosciante. E sapete? E' bellissimo così.
www.facetterad.net/aombg |
Mittens on Strings
Pushing Buttons
(Pickled Egg) |
Proveniendo dalla zona di confine tra Indiana e Kentucky i Mittens Of String hanno una predisposizione genetica per la musica folk; la fortuna di aver formato la band qualche mese prima di imparare a suonare le chitarre tuttavia si traduce in un felice connubio tra alt.coutry e lo-fi pop. Sin dall'iniziale "La Talking Box", i MoS espongono senza remore il timbro esitante della voce e l'apparente impaccio degli strumenti, ma sviluppano ampio calore tanto dal pencolare pigro della strumentazione che dal magnetico finale di refrain, applicando insieme alle due voci zoppicanti - maschile e femminile - che la accompagnano un efficace antitesi di stili. La stessa formula si ripete con identica efficacia nei restanti pezzi: spingendo sull'aspetto melodico al tempo stesso giocherellone e nostalgico in "Party", su quello folk di "Down Payment" dal quale fanno capolino ombre di archi e una invisibile fuzz guitar.
Cantato quasi interamente sottovoce, "Pushing Buttons" è un singolo atipico, bello ed indolente. Di quelli che non fanno proprio nulla per farsi notare, e che piacciono così tanto ma sono così ritrosi che li si lascia nella custodia per molto tempo. Una gemma.
www.mittensonstrings.com
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Salvatore
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