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Hussalonia
The Broken Hearted Friends EP
(Beat The Indie Drum)
Come il ragazzo che gridava "al lupo", è difficile fidarsi del mago dei travestimenti Jesse Mank. Dietro ad ogni suo lavoro ci sono sempre storie inverosimili e così sembrava che anche per questo EP di covers fantasma "The Broken Hearted Friends" Hussalonia avesse voluto nascondere il suo straripante talento di compositore dietro una barzelletta (come dubitarne, dopo aver scoperto che una delle band coverizzate ha lo sfortunato nome di "milf"?). E invece qualche ricerca su internet conferma la versione di Jesse in tre casi su quattro, e scombina ogni eventuale preconcetto sulla sua musica. Sì, perché ancor più dell'ibrido EP "Beautiful Dry Cleaning", questo dischetto raccoglie l'eredità del magnifico "Percy "Thrills" Hussalonia" rivolgendone i bagliori all'interno, in esasperata forma acustica, in versione busker-con-drum-machine o in guisa di diluita filastrocca elettronica, lucidando l'estro pop classico del nostro ed aggiungendogli insospettate doti di interprete. I quattro pezzi qui presenti mostrano dunque tutte le caratteristiche della perfetta Hussalonia song: i meravigliosi due minuti di "Future Apartments", storia da domenica mattina umida e senza sole accompagnata da chitarra acustica e un arrangiamento d'archi tanto farlocco quanto sublime, il melodismo su base elettronica di "Your Black Umbrella" (l'unico pezzo originale, andando a naso), country alla ricerca di un fuoco atorno al quale riscaldarsi, la forza drammatica del refrain di "Persuasion", con la voce di Jesse più bella e distesa che mai. Tutto talmente bello che. insomma, dov'è lo scherzo?

www.beattheindiedrum.com/releases/hussalonia.htm


Misty's Big Adventure
The Story Of Love
(SL)

Comparsi quasi in silenzio al limitare dell'anno, i Misty's Big Adventure si sono affermati come una delle più entusiasmanti realtà dell'anno grazie alla genialità arrangiativa di Grandmaster Gareth e ad un output di livello eccelso, che camuffa pezzi di sublime furbizia da filastrocche per bambini per poi ridirigerle agli adulti. Aggiungere entusiasmanti live set a livello degli Hidden Cameras e una miscela musicale che fonde ska, jazz, pop, psychedelia, music hall e musica per bambini e avrete una formula irresistibile.
Non deludono i due pezzi di questo singolo, apripista di un attesissimo secondo album: "The Story of love" aggruma refrain attorno ad un tessuto di campanelli, piano, archi e fiati, allineando strofe di brillante nonsense in un coacervo di suoni dall'eccelente resa: si comincia scettici e si finisce entusiasti. E per ridere c'è la spassosa "I buried the neighbours", che sullo sfondo di una colonna sonora da famiglia Addams di un mondo alternativo declama in stile cabaret: "Ricordi che abbiamo ucciso i vicini? E che abbiamo seppellito i vicini? Perché i vicini solo alla mia porta? Dammi il martello. Dammi i chiodi. Stavolta è guerra" e poi si trasforma in un episodio di Creepshow ambientato negli anni 20. Manca solo Lerch. Fantastico.

www.mistysbigadventure.co.uk



Zombina & The Skeletones
Staci Stasis
(ECT)

Non tutti gli zombi vengono per nuocere: Zombina & The Skeletones emergono da un incubo che fonde glamour e B-movies nella graziosissima figura di miss Zombina, accompagnata da quattro individui putrescenti estratti da un fumetto del terrore (Doc Horror è il bassista, tanto per dire). E per questo sette pollici, che conclude una bella trilogia di singoli avviata dai due consigliatissimi EP "I Was A Human Bomb For The F.B.I." e "Mondo Zombina!", la band sceglie di guardare alle stelle anziché sottoterra. In tutti i sensi: la favola spaziale a-là Barbarella di "Staci Stasis" (che in sostanza sconsiglia di innamorarsi di individui posti in animazione sospesa) abbandona il consueto piglio garage e si dedica ad armonie di smaccata matrice indiepop, che se non sono orecchiabili quanto dovrebbero hanno nondimeno un bel refrain contornato da chitarre e tastiere e un break vocale alla "Barbara Ann" che fa da contraltare alla serrata ritmica del pezzo. Come i Bis con le tute spaziali al posto dei vestiti da supereroi, potrebbe essere il pezzo da classifica che Zombina cerca da tempo. Il pop-garage è relegato alle due ottime b-sides: innesti da girl-group in "Astroboy" e contorno di tastiere surf à-la Pandoras in "Red Planet", che piacerà a chi ha apprezzato i Figli di Nuggets. La spiaggia (spaziale) in gennaio? Splendido, comunque.

www.zombina.com



The Hartmans
Svenska Mordare
(autoprodotto)

Più passa il tempo e meno c'è da scrivere sugli Hartmans. Gennaio regala altri quattro pezzi - e cominciano ad essere davvero tanti - di agrodolci intrecci di voci, narcotici grovigli di ritmo e chitarre capaci di suscitare emozioni dall'apparente immobilità del tutto. Le facce serie serie del terzetto perfettamente in sintonia con quella sorta di malinconica gravità della musica, impegnata nella negazione di quelle stesse emozioni che scaturiscono immancabili dal pezzo finito. Dopo la musica indie e i problemi della vita adulta (lavoro e matrimonio), "Svenska Mordare" presenta quattro nomi di persona per titoli, introduce in due di essi una armonica che acuisce il senso di straniamento armonico provocato dalla band ("Wolfgang Alexander Zaugg" e "Mattias Flink"), e lo trasforma in brividi sull'impeto delle voci all'unisono di Anna, Jens e Johan, ormai capaci di fondersi come un sol uomo (o come un sol aspirapolvere). Ma per quanto bellissime, queste sono cose che sapevamo già: a sorprendere davvero è piuttosto il germoglio jingle jangle che fa da tappeto a "Wolfgang Alexander Zaugg" e sommerge "Thomas Quick", a un passo così dalla fioritura indie del più tenero C86. Perché anche se non sembra, gli Hartmans non hanno mai smesso di muoversi.

www.thehartmans.tk



Pellumair
Silk As Her Era/Iris
(Tugboat)

Chissà perché, ero convinto che i Pellumair (il cui precedente EP è stato sacrificato all'abbondanza dello scorso Natale) fossero scandinavi. Forse per il nome esotico, o perché due ragazzi-con-la-chitarra oggi non possono che rimandare ai Kings Of Convenience, anche laddove non ne condividano la timidezza. Ma Jaymie Caplen e Tom Stanton vengono da Southampton, e a ben vedere il loro astrattismo pop riecheggiante oniriche suggestioni eighties ma tenuto ben vivo dal gioco di due chitarre (una acustica, una elettrica) che non lasciano mai spegnere l'impeto strumentale è quintessenzialmente inglese, come pure la capacità innata di bilanciare estro e tenerezza. "Silk as her era" diffonde calore invisibile, come un tizzone coperto dalla cenere: la sua pura melodia tenuta a terra da fili sottilissimi, sino all'ingresso di un refrain che è perfetto gioco d'incastri in glorioso crescendo. Medesima apparenza dormiente caratterizza il retro "Iris", più aggraziata e romantica senza perdere quel senso di desolazione che già è il segno distintivo dei Pellumair.

www.pellumair.co.uk



Clearlake
Good Clean Fun
(Domino)

Il singolo che non ti aspetti dai Clearlake, "Good Clean Fun" è una cavalcata paralisergica solcata da un inossidabile refrain; ritiene l'immediatezza che ricordavamo alla band di "Cedars" ma la accosta ad una sostanza strumentale sinora sconosciuta, alterna chitarre cristalline ed acide in loop e guarda ai sixties della Costa Ovest senza aver del tutto dimenticato il Merseyside. Sorpresa che non fa rima con delusione: solido e sornione - ma con ben poca piaggeria - è il singolo "di sostanza" che mancava a Jason Pegg e compagni e ne annuncia la probabile maturazione. La trasfigurazione mantrica operata sul flipside dal ben noto Mr. Caribou offre un'ulteriore chiave di lettura (al curry!) al pezzo, esaltando l'efficacia della linea vocale nella creazione melodica e concentrando poi l'attenzione su un inestricabile intreccio ritmico/chitarristico più un trionfo di percussioni overamplificate alla Chemical Bros. Buon viatico per l'album, che dite?


www.clearlake.uk.com



Pop Levi
Blue Honey
(Invicta Hi-Fi)

Il mistero Pop Levi si arricchisce di un nuovo tassello dopo le contraddittorie prove dei precedenti singoli. E stavolta è una full immersion negli anni 70 con il supporto della sua backing band al completo (gli Emergencies): "Blue Honey" sono i T.Rex suonati al kazoo con esagerate tendenze glam, mascara e zeppe comprese. "Mournin' Light" invece accosta i Led Zeppelin da una prospettiva fuori di testa, con un bel riffone di chitarra e tastiere a coprire tutto il resto, e testi in vago falsetto come da obblighi citazionisti. Nel complesso il singolo non si libera di una certa grevità, ma se non altro è divertente. E a questo punto si può anche smettere di cercare l'identità di Pop Levi, dato che l'unica cifra costante del ragazzo ex bassista dei Ladytron sembra la ricerca dell'istrionismo più sfrenato: buon per lui.

www.invictahifi.co.uk/pop_levi.htm



Giant Drag
Kevin Is Gay
(Loog Records)

E' inesplicabile che Annie Hardy non sia ancora finita sulla copertina di NME: è carina (più di quanto appaia dalla copertina), sfacciata, scostante e guida l'ennesimo revival nineties in terra d'Albione, dopo essersi trasferita a Londra dalla nativa LA; può essere la Cat Power dei prossimi dieci anni. Forse è solo questione di tempismo: adesso vanno le band rockenroll e sulle copertine non c'è spazio per i suoi Giant Drag, ibrido spurio fra Pixies e My Bloody Valentine. Eppure siamo certi che la fama transiente del mondo indie non tarderà ad arridere ad Annie, che sa scrivere pezzi concisi, occhieggianti e futili come "Kevin is Gay", fuzz tremolante d'ordinanza meno scanzonato di quanto il titolo suggerirebbe: il proclama omosex si trasforma in numeri nel testo (3-65-7-50) capaci di scolpirsi una strada nel cemento degli ascolti di dicembre grazie all'impunita consegna vocale della ragazza. E a dimostrazione della chiarezza di idee chiama due b-sides che fanno esattamente il lavoro delle b-sides: lenti ed affascinanti costrutti di indie-rock metallico ma innocuo, a promettere una improbabile durabilità: e quando alla fine di "Swan Song" Annie soffia nel microfono "I'm not a big Giant Drag fan, but I like this song" proprio non si può trattenere un moto di simpatia.

www.giantdrag.com



Jim Reid/Sister Vanilla
Song For A Secret/Can't Stop The Rock
(Transistor)

La definizione "i fratelli Reid" così disinvoltamente usata nell'ultimo ventennio ha subito nel tempo qualche sconvolgimento: in questa occasione ad esempio, i fratelli Reid sono il ben noto signorino Jim - che a dispetto dei quarant'anni compiuti per noi è ancora un ragazzino con giubbotto di pelle e occhiali dal sole - e la sorella (Vaniglia) Linda, che si dividono i due pezzi di questo EP tanto atteso quanto frugale: e siccome la voce di Jim è rimasta inalterata dagli anni, trovarsi di fronte a "Song For A Secret" è cosa emozionante davvero: un numero di dark/folk/rock lento e bruciante, accompagnato dalla voce di Julie Barber e dai fantasmi del passato, prende in prestito l'incipit di "For What It's Worth" dei Buffalo Springfield e ci incide sopra una studiata cantilena rock, con il sorriso strafottente dei tempi di "Honey's Dead". Sull'altro lato la composizione di "Can't Stop The Rock" (accreditata a Linda e William) rinforza la sensazionde di devota citazione ai tardi JAMC, specie nel lavoro dissonante delle chitarre sotto/sopra il tessuto ritmico e nell'intreccio di voci sul finale, che ricorda da lontano quello di April Skies. Bel singolo, se alla fine dell'ultima canzone ci si accorge di quanto ci sono mancati (i fratelli Reid)in questi anni.

www.transistor-music.com
www.sistervanilla.com



The Flu
Lovin' is alright
(autoprodotto)
Avevamo parlato di sfuggita dei The Flu qualche tempo fa, e non è tardi (non credo, almeno) per occuparsi di questo EP pubblicato qualche mese fa (ma in Svezia, quindi non vale) e primo lavoro ufficiale della band. Pensavamo che la caratteristica principale della band fosse la voce della sventola Liza Carlefred e invece tutto ruota attorno all'estro vulcanico di Bjorn Norestig, che studia canzoni ed arrangiamenti e nel tempo libero coltova una carriera solista ancora in embrione. I The Flu stanno al pop svedese come Jenny Wilson sta a quello USA: amanti dell'arrangiamento lussuoso non rinunciano però alla forma, come dimostra l'indiscusso highlight del disco "Passing time", trombe in sordina per un soft pop latineggiante sul ponte del Titanic. Ben più eccessiva "Breakup!", che dà fiato senza ritegno a trombe e tamburi improvvisando qualche svisata in odore di jazz. La mia preferita è però la conclusiva "Fine (Baby's Gone)", sofficissima poplovesong a due voci che racchiude nostalgia e calore in un involucro di aristocratico classicismo, bissata dopo un lungo gap da una ghost track di beats improvvisati e furiosi che ne è la controparte elettronica. Estrosi.

www.theflu.se

Salvatore