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The Long Blondes
Giddy Stratospheres
(Angular Recordings Co.)
Se avete scaricato la magnifica "Christmas is cancelled" in tempo per Natale lo sapete già: i Long Blondes non hanno dovuto faticare molto per guadagnare il titolo di gruppo più eccitante dell'anno che verrà. E' bastato pubblicare un pezzo favoloso (Autonomy Boy) nella collana di 7" Filthy Little Angels e il resto è venuto da se: d'altra parte hanno una frontwoman che gronda sex appeal, una formazione a prevalenza femminile che farà la felicità degli indiekids e un bagaglio di pezzi pop nevrotici e ispidi da far girare la testa. "Giddy Stratospheres" è un pezzo di New York anni 70 che sposa la sensibilità melodica inglese e scodella in un attimo le influenze della band di Sheffield: Blondie (ci si poteva arrivare del nome) e Suede, post-punk e pop music che rinuncia in toto all'elettronica e lascia il basso in primo piano come si usava all'inizio degli anni 80. Cinque minuti di sballo che rinuncia al make-up e si porge nudo, compresa la produzione un po' piatta. E se ancora non siete convinti, basta girare il vinile per trovare "Polly", il girlie-pop anni 60 con più carattere che abbia sentito dai tempi di "Hey Lover" delle Aislers Set e "Darts" un esercizio punkish senza senso di quelli che piacevano alle Elastica del primo album. Applausi.


www.thelongblondes.co.uk


The Research
She's Not Leaving EP
(At Large)

"Move away from the door son/she's not leaving/she's not going anywhere/she's not screwing him, she's too tired..."
Non lo si direbbe l'incipit di una canzone tweepop, ma così sono i Research: imprevedibili e folli. Oltre che paranoici ed ossessivi, ovviamente, forse perché a giudicare dalla copertina (bellissima), sono le donne del gruppo a comandare. "She's Not Leaving", è ossessiva base ritmica percorsa da fremiti elettronici, condotta dalla voce di Russell The Disaster (si fa chiamare così) verso l'inevitabile baratro. Melodismo frenetico che va in pezzi insieme alla relazione descritta dal testo, le strutture più convenienti della canzone definitivamente irrise a fronte di un risultato che è comunque memorabile. A contorno, "Stand By My Man" sposta le problematiche sul versante femminile, apprecchiando sullo sfondo della consueta frenesia un coretto morbido. E' il segnale del ritorno della melodia propriamente detta, che si appropria della conclusiva "Love Me Tender", come i Mercury Rev in minimale stupore masochista, o forse in versione wrestler (crack my bones/love me tender/I won't be around much longer).

www.theresearchgopop.com



The Second-Hand Furniture
Everything Will Fall EP
(Fabolous Friends)

Dopo le meraviglie di un vecchio CD-R su Yellow Mica, i Second-Hand Furniture tornano con questo 7" che li conferma tra le migliori popband di Svezia: quattro pezzi deliziosi, mediamente più gentili dell'offerta precedente, gestiti al meglio dalla voce acuta di Miralda Madar Johansson e combattuti tra l'immediatezza senza pensieri del twee svedese e le obbligatorie citazioni al pop anglofilo della metà degli anni 80, colorate di personalissime connotazioni. Le chitarre jangly che accompagnano "Hard to distinguish from each other" e "Nice try, Sunshine!" svariano dalla Scozia precoce degli Josef K sino alla Bristol dei Chesterfields e ne possiedono l'identica mistura di magnetismo e grazia sbarazzina, ma è soprattutto un piccolo e leggerissimo capolavoro come "You Might Hear a Sweet Sound", in bilico tra passato e presente come le Dolly Mixture ad un party con i Cardigans a convincerci che questi cinque ragazzi di Alingsàs hanno una marcia in più rispetto all'esercito di band che li tallona. Non fatevelo sfuggire.

www.secondhandfurniture.tk



The Radio Dept
This Past Week EP
(Labrador)

Non amo gli integralisti indie, quelli che "ora che sono diventati famosi non mi piacciono più": anzi di norma mi piace godermi il risultato di anni di devozione sotterranea, ma è impossibile mascherare le perplessità di fronte a "This Past Week", malinconico pezzo per tastiere e drum machine che rimane invischiato nello stesso vago senso di nostalgia che vorrebbe evocare. Il testo ammicca all'ascoltatore salutando il suolo di casa, la melodia si fa sottile e raffinata ma è la canzone intorno a mancare, spoglia e soffocata da una generale atmosfera di mestizia che sembra essere il nuovo marchio di fabbrica dei Radio Dept (vedi anche "The Things That Went Wrong" sull'Ewan EP): spariti i riffs che avevano fatto bello Lesser Matters, è rimasto un suono sobrio ed attutito, certamente solido ma troppo poco ispirato. E così, nonostante una lenta crescita, "This past week" rimane incompiuta, finendo agonizzante su una spessa coda elettronica. Ci si consola con le B-sides anche stavolta? In parte. Lo shoegaze triste di "I don't like this" prosegue il discorso della title-track su tempi più veloci e piacevoli, "Deliverence" è un bel pezzo di nostalgie elettroniche in accelerazione, e la conclusiva "Let Me Have This" ritrova il contatto con le emozioni grazie ad un cambio di pelle in corsa - da acustica ad elettronica - e ad una melodia finalmente struggente ed efficace. E vabbè, i soliti svedesi bene informati ci avevano avvisato che il suono dei Radio Dept stava cambiando parecchio, ma ci è consentito sperare che cambi di nuovo?

www.labrador.se/artists/radiodept.php3



The Radio Dept
Ewan EP
(XL Recordings)

Ecco, ad esempio stavo per esecrare la scelta di "Ewan" come singolo (la XL ha fatto uscire questo CDs in Inghilterra quasi in contemporanea con la pubblicazione del nuovo EP svedese di cui leggete qui sopra) ma non ho potuto fare a meno di notare la presenza di tutti gli ingredienti di Lesser Matters che i Radio Dept stanno gradualmente purgando dal proprio suono: le chitarre, il feedback, una linea melodica che si propone con forza, e allora me ne sto zitto. La canzone non è il massimo dell'ultimo album ma fa ancora la sua bella figura; in ogni modo non è per via di "Ewan" che si ascolta questo EP ma per valutare i due inediti: "Slottet" non dice molto, oltre a spiegare quel "#2" presente sull'album; di sicuro non è servito da modello e fa ciò che dice il titolo: l'intermezzo, per drum machine, piano ed echi. I miracoli sono rimandati alla conclusiva "The Things That Went Wrong", che dei sei inediti sfornati questo mese dalla band è senza dubbio il più convincente: è l'unico a concretizzare questa nostalgia latente in un pezzo dalle forti suggestioni melodico/spettrali, il solo a profumare davvero di rimpianto e soprattutto ad avere una melodia in grado di fissarsi indelebilmente nella memoria nonostante la suprema lentezza. E allora, anche se sta agli antipodi della title-track, teniamocela stretta.

www.xlrecordings.com/theradiodept



The Concretes
Warm Night EP
(Licking Fingers)
Per contro, i Concretes rimangono fedeli a se' stessi, aggiungendo periodici nuovi tasselli al proprio bagaglio di meraviglie: qui ripescano "Warm Nights" a mo' di strenna natalizia per i negozi inglesi, e pare incredibile che non sia stata scritta per l'occasione: tra l'ondeggiare di archie e quello della voce di Victoria Bergsman che si fa spazio tra fuochi d'artificio di tastiere, l'atmosfera diventa perfetta per aprire i doni.
E il dono principale dei Concretes si manifesta nelle forme di "Lady December", un inedito in grado di rendere imperdibile qualunque pezzo di plastica: rinfrancante manifestazione corale in crescendo chee contiene in distillato tutti i piccoli pregi di una band che diventa sempre più difficile da descrivere a parole; il cordiale calore generato da strumenti a fiato, violini e tastiere; una cantante che se saprà evitare tentazioni bjorkiane diventerà impossibile modello da seguire per generazioni di voci femminili, un suono coeso ed inscindibile che riesce ad innovare senza allontanarsi mai molto dalla tradizione pop, blues e soul. Valore aggiunto: una sorta di reincisione (altri lo chiarebbero remix) in chiave country che riesce a trasmettere nuova linfa alla già nota "Seems Fine" pur rimanendo un semplice divertissément, e una "The Warrior" che è slowcore portato ad un picnic in campagna e offre un (altro) nuovo punto di vista sulla band svedese. Oramai è ufficiale: hanno tutto quello che serve per diventare grandissimi.

www.theconcretes.com


The Magic Numbers
Hymn For Her/Oh Sister
(Heavenly)
Due coppie di fratelli e sorelle Londinesi formano i Magic Numbers, nuovi nipotini di Wayne Coyne e di quella porzione di indiepoprock americano che ama cullarsi in ricami folk-psichedelici. Nell'attesa di farsi conoscere da tutti grazie alla partecipazione al prossimo album dei Chemical Brothers, la band si è costruita una solida reputazione grazie ad un breve tour inglese che ha lasciato tutti esterrefatti e soprattutto grazie a "Hymn for Her", amore istantaneo per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo: ballata impetuosa eppure calmissima, graziata da una intensità palpabile e cesellata alla perfezione in ogni sua parte. Chitarre acustiche, cori, xilofono e batteria si sciogono in una melodia a costruzione graduale, che dapprima omaggia il Cat Stevens di "Father and Son" (ma non come i Flaming Lips) e poi si libera in un controllato e lento crescendo senza mai perdere in pura concentrazione armonica: una meraviglia a rilascio lento. Il retro "Oh Sister" è una nenia psichedelica avvolta dal calore delle voci del quartetto, ed espone ancor meglio la grande forza dei Magic Numbers, il calore familiare che emana da ogni loro nota e che rende così innocenti e confortevoli i loro pezzi. La versione su CD aggiunge altri due pezzi, il folk-gospel di "Wheels on Fire" e l'acustica "Anima sola".

www.themagicnumbers.net


Bearsuit
Chargr
(Fortuna Pop!)
Che altro dire dei Bearsuit e delle loro mille follie? "Chargr"è come uno di quei pupazzetti che cambiano direzione ad ogni scontro, un fagiolo magico impazzito, e come ogni altro pezzo della band di Norwich è la dimostrazione del perché i Bearsuit si amano o si odiano. Rispetto al fresco "Cat Spectacular" c'è una maggior pulizia nei vari frammenti che la compongono, e che variano indifferentemente dal girl-punk allo swing alla popelettronica a basso costo a scomposte urla d'esultanza. Mi rifiuto di usare per l'ennesima volta il termine "delizioso", ma beh, lo sapete. Sull'altro lato "What, you've never seen snow before?" giustifica l'uscita natalizia di questo sette pollici con bleeps e campanelli che montano una impalpabile melodia, prima che i Bearsuit al completo si presentino sul portico di casa per fare gli auguri. E poi tutto diventa il solito, magnifico casino. E se state pensando "ma come, di nuovo?", dovete sapere che nulla di ciò che fanno i Bearsuit è in grado di stancarvi, non finché manterranno questa magnifica ispirazione.
La cosa più bella è che sul sito della band (dove troneggia un sentito omaggio a John Peel, inserito in un costume da orso) potete scaricare entrambi i pezzi.

www.bearsuit.co.uk


Pop Levi
Reindeer in my Heart
(Invicta Hi-Fi)
Ai festeggiamenti natalizi si aggiunge il signor Pop Levi con questo rossissimo vinile che omaggia Phil Spector e i Beach Boys con una canzoncina graziosa e in continua accelerazione. Tastiere, campanelli e kazoo vanno all'inseguimento di una melodia sfuggente ma gradevole; e nonostante il gran dispendio di strumenti si avverte qualche spazio vuoto, come se alla fine Pop Levi abbia fatto tutto da solo nel suo studio, il che rende l'omaggio ancor più sincero e gradito. Certo, non si va oltre la solita filastrocca di Natale, ma sarà pur sempre meglio che ascoltare Jingle Bells per l'ennesima volta, no? Sul lato opposto fa la sua bella figura l'agitato strumentale "Hayley Square", pieno di echi e tastieroni festivi, con abbondanza di "oh-oooh" di accompagnamento a ribadire il clima festivo.
Detto ciò, Pop Levi (ex autista del pulmino dei gelati, poi bassista per i Ladytron e tuttora alla ricerca di un'idendità) si fa ancora una certa fatica a prenderlo sul serio.

www.invictahifi.co.uk


The Beautiful South
This Old Skin
(Sony)

Qualche anno fa, sentire il cantante degli Housemartins alle prese con una canzone degli Smiths sarebbe stata pura blasfemìa. Come se i Rolling Stones avessero coverizzato i Beatles (un attimo, questo è successo davvero?). Questo singolo dei Beautiful South è doppiamente sconfortante: in primis perché la permormance di "This Old Skin", vecchio pezzo degli Heppelbaums eseguito a due voci e in chiave country con il vecchio Chip Taylor (quello di "Wild Thing", ricordate?) è una buona spanna superiore a quelle offerte sull'ultimo album "Gaze" e riferite al materiale originale della band, ma soprattutto perché sul CD2 si coverizza "Heaven Knows I'm Miserable Now" nel peggior modo possibile: l'arrangiamento sceglie la strada della parodia - trombe e ritmo che ricordano solo vagamente l'originale e lo trasformano in un pezzo da giostra - e la voce di Heaton quella della più assoluta fedeltà a Morrissey, lamenti compresi. Del contrasto non si giova nessuno, anche se mentirei se non dicessi che come vedetta postuma vale almeno una ghignata. La buona notizia è che il singolo in questione è già il secondo estratto da "Golddiggas, Headnodders and Pholk Songs", l'album di cover che Paul Heaton avrebbe dovuto fare da tempo. E no, il pezzo degli Smiths lì non c'è.

www.beautifulsouth.co.uk/bs


Créme Blush
EP
(autoprodotto)

Quanto ad immagine e talento, le nippoamericane Créme Blush non sono seconde a nessuno. Nicole Pinto e Satski Ohtake, entrambi artiste a tutto tondo (danza, arti visive, cinema) si incontrano a New York nel 1998 e danno vita ad un sodalizio musicale che solo nel 2004 si ritaglia uno spazio fra le loro molteplici attività e produce frutti degni di attenzione. Le fonti di ispirazione dichiarate sono punk e new wave, fonti generiche che assumono identità precise se le si conduce al cospetto della band che le ha interpretate al massimo commerciale, ibridandole con pop ed elettronica: Blondie. I pezzi di questo notevole promo hanno quella miscela di sensualità, cinismo e tenerezza della giovane Debbie Harry, in particolare "Basket of Bets" che salta a piè pari l'electroclash e si ricollega direttamente ai tempi di X Offender e una canzone già matura e formata come "Ciao Manhatthan!" che omaggia il lato più plasticoso degli anni 80. Nella conclusiva "Hot Knife" sembra quasi di cogliere echi delle esperienze - passate e presenti - riot grrls, ma probabilmente è soltanto suggestione. Data la natura estemporanea del duo, il futuro artistico delle Créme Blush appare incerto; sarebbe un peccato, anche perché sulla copertina di questo disco sono tutte da mangiare (la Pinto sembra sul punto di mangiare qualcuno, a dire il vero). Visitate il sito della band per scaricare tre pezzi su quattro.

www.iluvcremeblush.com



Giant Drag
Lemona
(Wichita)

Annie Hardy da Orange County, California, è una tipa ostinata. Stufa di suonare in gruppi punk o band femminili, decide di fare tutto da sola e forma i Giant Drag, nei quali la condivisione degli oneri con il paisà Micah Calabrese è solo formale. Fa tutto lei, a parte suonare la batteria, e con questo "Lemona" si affaccia sulle sponde inglesi grazie a Wichita, interessata da un un discreto successo underground negli States. I ldisco svolge alla perfezione il mestiere degli EP d'esordio, cioè mettere sul tavolo le potenzialità della band e lasciare che qualcuno le raccolga. Ancora troppo grezzo a tratti, e incapace di mettere a fuoco le sue parti migliori, porge comunque sei pezzi interessanti, a iniziare da "Cordial Invitation" che è un compitino del tipo "riassumi The Last Splash delle Breeders in tre minuti" davvero ben fatto (diciamo da sette, sette e mezzo giusto perché lei è davvero carina), e con effetti sulle chitarre che piaceranno ai fans di Kevin Shields. Molto bella, ma le possibili direzioni future dei Giant Drag stanno piuttosto nella solida sicurezza di "This Isn't It", college rock rivestito di elettronica ancora acerbo ma molto figo, e nelle tentazioni indie-bluesy di "yflmd" e "Jonah Ray Is Aokay (But That's All Hearsay)", come PJ Harvey con un ghigno consapevole. Dato il bel caratterino, ("se non la smettete di scrivere che sembriamo le Breeders vi spacco il culo" è il suo avviso alla stampa: la aspetto) e un faccino assai fotogienico, è probabile che ne sentiremo parlare a lungo.

www.giantdrag.com

Salvatore