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Raccolte Indiepop
Di solito ce ne si accorge quando la
valigia è già pronta e stipata in ogni ordine di spazio: mancano
i CD. E nessun monomaniaco può permettersi due giorni senza
musica, figuriamoci due settimane. Ma sapreste scegliere 4
o 5 CD tra tutta la vostra collezione? Non verreste sopraffatti
dal peso della responsabilità? Non è meglio scegliere una
compilation? E' futile, carina e non impegna più di tanto.
Indiepop vi presenta la guida alle compilation estive: 10
raccolte 10, già belle e pronte che aspettano solo di accompagnare
in spiaggia il vostro lettore CD. E se per quest'anno è troppo
tardi... stampate questa pagina e tenetela buona per il prossimo.

Pop American Style
(March)
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Pubblicata nel 1996, la
raccolta della March Records è stata il prototipo sul
quale sono state modellate tutte le successive compilation
indiepop. Eppure Pop American Style ancora oggi schiaccia
la concorrenza sul piano della quantità: ben quaranta
brani in due CD, ideali sia per il neofita che per l'esperto.
La selezione dei brani e degli artisti è estrememente
variabile in qualità e consistenza sonora, come si evince
da un booklet che a mò di macelleria elenca le possibili
qualità di "carne": twee, lo-fi, bubblegum, noisepop,
bedroom, california beach pop e poi jangly, power, space
eccetera; l'unica regola è la provenienza USA (con una
eccezione Canadese). Poco male, ché in tanta abbondanza
la soddisfazione è assicurata: Shoestrings,
Tullycraft, Orange Cake Mix, Elf Power, Aberdeen affiancati
da un nutritissimo stuolo di sconosciuti estratti da 7"
in tiratura limitata che dimostra tutta l'estensione del
fenomeno a stelle e striscie. Va da se' che farne a meno
non è tra le opzioni disponibili, e che il tutto rischia
di trasformarsi in strumento di autentiche ossessioni:
io ad esempio canto nel sonno "Soren Loved Regina" dei
Receptionists da due anni.
Sempre dalla March segnaliamo la raccolta con il titolo
migliore in assoluto: "Losing Money and Losing Friends:
The March Records Story ('92-'98)". Con Kleenex Girl Wonder,
Club 8, Takako Minekawa. |

One
(Shelflife)
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Tra le tante compilations
Shelflife (sono sei per il momento) "One" è probabilmente
la migliore, anche a causa del valore aggiunto fornito
dal booklet di 32 pagine illustrato da Jill Bliss, favolosa
designer e disegnatrice di un po' di tutto, dagli anelli
ai siti web alle copertine di dischi.
Il contenuto musicale poi è altrettanto pregevole, con
una selezione molto eclettica di noti frequentatori dell'etichetta
e sconosciuti acts collaterali. Le cose migliori sono
il classic pop per piano e voce dei Fairwood Singers con
la voce di Allen Clapp degli Orange Peels (Ben Folds,
prendi appunti), i Mahogany
e le partiture d'archi shoegazer della pirotecnica "Sophie
Taueber arp", i soliti noti Girlfriendo, Aerospace e Fairways
e soprattutto i Moving Pitcures, ovvero il più giapponese
dei gruppi spagnoli che in "one curarura" unisce lounge
music ed 800 Cherries. E poi l'esordio dei Pololeo, il
pop dissonante dei Clean Boy Messy Girl e il delizioso
pop-folk di Mary & Anita degli Even as we speak.
Ma "one " è anche testimonianza della fugacità della scena,
per la presenza di tanti gruppi ormai scomparsi: i Brittle
Stars di "Disorderlies" (poi finita sul postumo "Garage
Sales") ci ricordano il loro splendido pop etereo, i Poconos
ripropongono il delizioso lofi strumentale per flauto
e chitarra di "Honeydew", i frizzanti Parcels bolleggiano
su "If i ever get the chance again". Un ottimo modo di
ricordare i vecchi amici sotto l'ombrellone. |

The Sound of Leamington Spa
(Clarendon)
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Royal Leamington Spa è
una elegante città del Warwickshire, non lontana da Stratford-upon-Avon,
ma la serie che porta questo nome c'entra poco con Shakespeare,
preferendo celebrare la tradizione pop inglese nata e
cresciuta negli anni 80. Unica raccolta contemporanea
dedicata al recupero del C86 originale, i tre volumi di
The Sound of Leamington saranno una sorpresa per tutti:
anche se eravate già nati e presenti a voi stessi nel
1986 è probabile che rimarrete inebetiti di fronte a nomi
come Where Gardens Fall, North of Cornwallis, The Big
Gun e in generale alla stragrande maggioranza dei pezzi
qui inclusi, pescati da chissà dove dalla piccola Clarendon
Records. Non è dunque la raccolta del C86 essenziale invocata
da più parti, ma una dotta elencazione del superfluo,
che dimostrerà anche ai più scettici l'estrema ricchezza
dell'undergound UK di quegli anni. Scegliete senza dubbio
il primo ricchissimo volume, che si apre con l'anthem
dei Pooh Sticks ("Indiepop
ain't noise pollution", che altro?), prosegue con uno
sconosciuto capolavoro dei Big Red Bus ("Cathedral Walls"
mi fa cadere la mascella ogni volta), e propone altre
20 gemme tra cui i The Men from Delmonte, che mi sono
chiesto per una vita che musica facessero.
Sorpresa: ai (bei) tempi le sottili voci femminili usavano
pochissimo. |

The Sound of Young Sweden
(Summersound/Labrador)
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La serie nata alla piccola
Summersound di Johan Angengard e poi approdata alla più
capace Labrador ha esordito nel 1999 tra l'indifferenza
generale, ma a guardare oggi i nomi coinvolti viene un
po' di vergogna per la distrazione: per la collana sono
passati Radio Dept, Concretes,
Edson, Club 8, Aerospace, Nixon, Starlet, Chasing Dorotea,
e insomma tutto quello di cui è fatto l'indiepop oggi.
Per questo motivo i tre volumi sono ugualmente necessari
ad ogni raccoglitore serio, ma per le vostre vacanze sotto
l'ombrellone preferiamo decisamente il primo, per il pop
loungey e un po' blasfemo di "Sunday Lovely Sunday" (se
li sentono in Irlanda!) degli Edson, le elettronicherie
dei Leslies e il favoloso esordio dei Concretes, che da
allora sono diventati grandi e si sente. E ci sono anche
gli Happydeadmen, che giovani non sono ma danno un'idea
della continuità della scena pop svedese degli ultimi
15 anni.
Sappiate che la scelta sarà sofferta, perché sul terzo
volume c'è "Why won't you talk about it" dei Radio Dept,
quindi se vi resta spazio nella borsa sapete cosa fare.
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Hits Music Only
(Heavenly Pop Hits)
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Ne abbiamo parlato da
poco e quindi vi rimandiamo alla recensione
per una descrizione dettagliata: qui basti dire che la
raccolta d'esordio della Svedese Heavenly Pop Hits è davvero
una sorpresa. Tra le ventuno canzoni presenti non c'è
n'è una che si possa definire "riempitivo", e anche la
presenza dei gruppi più famosi (Sodastream, Nixon) ha
una sua ragion d'essere (dei Free Loan Investments è proposta
"Pretemptious Girl", per la prima volta su CD). La maggior
parte dei gruppi è di provenienza Svedese, ma con una
visuale alternativa rispetto a quella proposta dalle raccolte
Labrador: qui hanno fatto il loro esordio discografico
i Dorotea (wow!), trovano posto
acts pop-elettronici come i Lucy Electric e autentiche
rivelazioni come Eisenhower,
favolosa one-man band di Halmstad che raccoglie al meglio
l'eredità dei 14 Iced Bears. |

Powerpuff Girls: Heroes & Villains
(Rhino)
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Esiste un cartone animato
più twee delle Superchicche? Si ispira ai sixties di Batman,
strizza l'occhio alla cultura giapponese, ha per protagoniste
tre brave bambine che la mattina vanno all'asilo e il
pomeriggio salvano il mondo, e ha persino una sigla cantata
dai Bis.
Per questo non è poi così incredibile che le superchicche/powerpuff
girls abbiano un bell'album (due, in verità) a loro dedicato,
assemblato dalla Rhino chiamando a raccolta i gruppi più
graditi a Craig McCracken, il papà delle tre bambine terribili.
"Heroes & Villains" è una operazione intelligente e fedele
allo spirito del cartoon: è una vera e propria storia,
con tanto di sigle iniziali e finali, in cui ogni canzone
rappresenta il monologo di un personaggio, dal cattivo
Mojo Jojo al Professor Utonium alle tre superbimbe Blossom,
Buttercup e Bubbles (in Italia Molly, Dolly e Lolly).
La sorpresa più sorpresa è trovare i Devo che celebrano
l'antieroe in "Go Monkey Go", ma la vera chiccha (scusate
il pasticcio) è la spettacolare "Signal in the Sky (Let's
Go)" degli Apples in Stereo
in costume da bagno, con magnifici effetti spaziali e
irrestistibili "lalala" sullo sfondo. Ci sono anche i
Dressy Bessy che coverizzano i Free Design al chewing-gum
("Bubbles"), i supereroi virtuali Bis con ben due pezzi,
Optiganally Yours che tornano negli anni 50 con uno splendido
swing a transistor ("Walk and Chew Gum") dedicato a quell'impiastro
del sindaco e poi, Santo Dio, le Shonen Knife di "Buttercup
(I'm a super girl)" che sembrano i Ramones in versione
electropop e che se mai si farà un film con le Superchicche
in carne ed ossa sarebbero perfette per la parte. Se contate
che c'è anche Frank Black con un inedito tutt'altro che
brutto... e poi volete mettere far vedere il disco delle
superchicche in spiaggia?
Occhio a non confondervi con "The City of Soundsville",
remix in chiave techno delle canzoni della serie televisiva
curato da Jim Venable: quello va bene solo se andate in
ferie a Ibiza. |

Rolling Meadows
(Sunday)
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Oggi l'Americana Sunday
Records è una piccola etichetta con una limitatissima
schiera di artisti (Safe Home, Insta, Mumbles e saltuariamente
Liberty Ship), ma per tutti gli anni 90 è stata in prima
linea nella diffusione del miglior indiepop mondiale,
producendo tra gli altri i lavori di Fat Tulips, Bulldozer
Crash, Shoestrings, Po!, Pristines, Aberdeen, Cat's Miaow,
The Sweetest Ache. Tutti presenti nei due volumi di "Songs
about our past", doppia raccolta celebrativa pubblicata
nel 2000. Il primo volume (The Other Side of Sunday) è
ormai fuori catalogo, ma potete procurarvi senza troppe
difficoltà il secondo, che per nostra fortuna è anche
il migliore dei due: lo dimostrano un notevole inedito
dei Bulldozer Crash, due perle dei Fat Tulips (Take me
back to Heaven e Albie) e una tristissima meraviglia norvegese
firmata Slumber ("I'll never know another christmas day"),
ma soprattutto "Fay" degli Inglesi Po!
(a proposito, che fine hanno fatto?), canzone nostalgica
da mattine uggiose ed autentico evergreen indiepop. |

Shake your Popboomerang
(Popboomerang)
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Se il power-pop è nato
in America, è sulle coste Australiane che è andato presto
in vacanza perenne. D'altra parte quale ambientazione
migliore? Sole, belle ragazze e tanti adolescenti fuori
di testa. Tra canguri e partite di rugby, la popboomerang
di Scott Thurling assembla ventitrè brani down under che
sprizzano irresistibile energia estiva. Pochissimi i nomi
noti: giusto i Sarah Sarah
e le loro tastierine jangly-pop, i luminosi Daydreamers
di Zelko Rezo, i Superscope che tengono alto l'onore musicale
di Perth, e una vecchissima conoscenza come Dom Mariani
(Stems e DM3), il che aumenta la sopresa per l'altissima
qualità della raccolta. Bandito il fuzz, chitarre limpidissime
invadono tutti i pezzi, in un mix sonoro che per sette
decimi è puro power-pop ma sa avventurarsi anche in territori
più morbidi. Le cose migliori arrivano da Stoneage Hearts
(la travolgente title track), Sarah Sarah (delizie indiepop
dalla loro "Ignorance and arrogance"), The Elements ("Ordinary
Day": pop ai violini) e Starky ("Yesterday I drove your
girlfriend home" è così bella che potrebbe essere dei
Lucksmiths), e il resto è popolato da surfisti, cori,
battimani e tante chitarre elettriche. Pop sabbioso e
sopraffino. |

All's fair in love and Chickfactor
(Enchantè)
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La Enchantè di Gail O'Hara
ha aspettato il decimo compleanno della fanzine madre
(Chickfactor) per mettere insieme una raccolta, ma in
tutta onestà valeva la pena aspettare. La selezione dei
brani riflette i gusti della padrona di casa (e così si
spiega ad esempio la sorprendente presenza di Graeme Downes)
e quindi non è strettamente indiepop, ma il 99% del materiale
si conforma al genere. Tra tanti gioiellini firmati Pipas,
Aislers Set, Magnetic Fields e Marine Research spiccano
due pezzi: la sbilenca e tenera (vogliamo dire Smithsiana?)
"Ariel" dei Legendary Jim Ruiz Group,
uno di quei pezzi che vi spingeranno a procurarvi l'intera
discografia del gruppo (siete avvisati) e una bella versione
tutta basso di "Last Minute" dei Pacific Ocean - gruppo
di casa Enchanté - a cura di Dump-James McNew, che dimostra
una volta ancora di meritarsi la fama di grande coverizzatore.
Quel "mixtape 1" in fondo al titolo lascia sperare in
un seguito imminente: speriamo presto. |

Reproductions: Songs of the Human League
(March)
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Tra tutti gli album tributo,
probabilmente il più estivo (ok, il tributo Shelflife
agli OMD è inarrivabile, ma l'umore è parecchio
autunnale). Ho letto qualcuno ironizzare sul fatto stesso
che possa esistere una raccolta/tributo dedicata agli
Human League, ma quando Stephin Merritt
partecipa al progetto con tre episodi (e con altrettanti
moniker) c'è poco da ridere, e d'altra parte la materia
si presta facilmente alla riconversione pop. L'ingrato
compito di occuparsi di "Don't you want me" tocca proprio
ai Future Bible Heroes di Merritt che fanno del loro meglio
con discreti risultati, ma le cose più interessanti stanno
negli hits minori: Momus che riprende "I am the Law" e
la attorciglia sulle sue chitarre campionate, Optiganally
Yours e Barcelona alle prese con riedizioni fedeli di
"Empire State Human" e "Mirror Man", e tre piccole meraviglie
: 1) "Open Your Heart" resa glaciale dai nipotini preferiti
di Phil Oakey, i Ladytron; 2) i Baxendale che aggiungono
gli archi a "(Keep feelin') fascination" tirandone fuori
un piccolo capolavoro pop, e 3) i Lali Puna che minimalizzano
da par loro "Together in Electric Dreams" di Oakey/Moroder
ottenendo un pezzo infinitamente superiore allo scialbo
originale. L'ascolto della coppia "Dare/Love and Dancing"
è propedeutico. |
Salvatore
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