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Non è bello essere uno scherzo dell’evoluzione.
Viaggio all'interno di "Q.b."

 

La rete, il world wide web, non è solo lo spazio della fornicazione, come i corifei dell’apocalisse ripetono ossessivamente da radio vaticana, e non è neanche, almeno non solo, il luogo della perdita del senso del sé, della frammentazione de-strutturata dell’io come sostiene l’amato Paul Virilio ne "La bomba informatica".
La replicazione infinita di luoghi "virtuali" da condividere, di communities, di forum più o meno tematici può determinare talvolta l'incrocio fortuito delle nostre vite con intelligenze e sensibilità superiori.
Il destino, per una volta né cinico né baro, ha voluto l’incontro sull’asse Messina-Torino, come loro stessi dicono, tra il musicista-filosofo Alessandro Calzavara aka Simon Tanner aka Humpty Dumpty e lo scrittore-poeta Renato Q.
E, dunque, la collaborazione iniziata – a distanza - già con "Eine traurige Welt für Scheiße Leute" è diventata un sodalizio così forte che ci porta a considerare "Q.b.", il sesto lavoro a firma Humpty Dumpty, un'opera a tutti gli effetti prodotta a quattro mani.
Alessandro ha composto le musiche, infatti, e Renato Q. ha scritto le liriche in un disco che si avvale anche della partecipazione di alcuni talenti della musica indipendente italiana: Rex, ex voce dei Sonica, e poi Chantalle, Giuse Rossetti, Silver Julio.
La genesi anomala di "Q.b.", pertanto, già sarebbe sufficiente a definirne l’eccezionalità strictu sensu, ma, a mio avviso, è dall’analisi complessiva dell’opera che emerge in modo inequivocabile la sua eccezionalità anche artistica.
Va detto preliminarmente, comunque, che la mirabile architrave su cui si regge "Q.b.", e che va poi a definirne il senso, è costituita simbioticamente dalla straordinaria qualità letteraria dei versi di Renato Q. – che definiremo majakovskijiani – e dalla capacità, davvero unica, di Humpty Dumpty di attingere enciclopedicamente – mai, però, in maniera didascalica e piatta - alla storia della migliore pop-music degli ultimi 25 anni.
Ma, si diceva del senso...dunque: che cosa è "Q.b."?
Che cosa, al contempo, ci affascina, ci meraviglia e ci turba anche di questa opera sintesi della creatività dei suoi autori?
"Q.b." è il "grande freddo" di Humpty Dumpty, l’algida certificazione della lenta ma inesorabile decadenza umana, la esemplificazione del progressivo sgretolarsi delle certezze (se mai ve ne sono state), la consapevolezza della mancanza di un minimo comune denominatore e, quindi, della definitiva perdita di un orizzonte di "senso".
Certamente – e proprio per questo - un compendio "nichilista" da parte di chi sa che è giunta "l'ultima ora della notte" e probabilmente ad essa non seguirà nessuna alba.
Alla scomparsa dei valori tradizionali, infatti, non corrisponde "nulla" di veramente "altro" che possa essere soddisfacente surrogato anzi "tutto" diventa inautentico alimentando con amarezza il serbatoio delle patetiche illusioni umane…
Il punto di partenza ossia lo strumento utilizzato da "Q.b." per indicare – come una perfetta metafora - l’inesorabilità del disfacimento, è la descrizione della relazione interpersonale per eccellenza: quella sentimentale.
Le storie d’amore ivi rappresentate costituiscono, infatti, non solo la misura dell’assoluta impermanenza dei sentimenti umani ma anche il postulato della sua impossibilità salvifica…a spazzar via, pertanto, l’idea di quanti credano che proprio sull'amore possa fondarsi una specie di neo-umanesimo.
In questo senso uno dei brani migliori – il diamante lucente, forse, musicalmente più vicino a Faust’O, il padre putativo di Humpty Dumpty – risulta essere "Per noi".
La rappresentazione agra in un malinconico disincanto della profonda incompatibilità dei sentimenti, del loro falso tempismo, della loro inevitabile fugacità e…l’impossibilità di amare "al momento giusto" in un drammatico scarto tra desiderio e realtà.
La voce di Humpty Dumpty si fa parola poetica e accompagna versi che mai ci sono sembrati così belli:

"Per noi / Mi piace quando mi concedi solo mezz’ora /
E fingi di prenderti cura di me /
Ogni tuo rifiuto mi emoziona come la prima volta /
E adesso ascolta / Ascolta questo finale /
Faccio un po’ di circo / Mi stendo sul sofà /
Stappo una bottiglia di champagne e aspetto qua /
Perché io so che / Tu un giorno busserai".


Un brano dalle forti suggestioni cinematografiche (alla stregua di molti altri in "Q.b.") che dal primo momento mi ha evocato "Che ora è laggiù?" il capolavoro emotivo del regista taiwanese Tsai Ming-liang.
La separazione che prima d'essere distanza geografica è metafora dell'impossibilità di amarsi allo stesso modo e nello stesso momento.
E l'amore che diventa alla fine impossibile perchè è un continuo rincorrere e un continuo attendere e, dunque, non può compiersi mai.
Teoria ripresa anche dal successivo "Un weekend necrofilo"che ammanta con una veste synthpop proprio l'accettazione inequivocabile della inevitabile fine delle storie d'amore perchè anche se rimangono "Frammenti di ipotesi lasciate aperte /...In cui per lui e lei / C’è sempre almeno un’altra possibilità" permane la consapevolezza che la riproposizione di quella storia sarà stanca ripetizione di un clichè alla stregua del sequel di un qualunque banale film di genere.
Per di più la perifrasi "weekend necrofilo"- che ben sposa il tono sarcastico del brano – materializza l'immagine che l'amore, proprio perchè sintesi impossibile di mondi inconciliabili, diventi feroce cannibalizzazione l'uno dell'altro o, nel migliore dei casi, immobilismo, paralisi infruttuosa per eccesso di attesa come nel truffautiano "Fòrmica", brano di squisita fattura, solo apparentemente easy che in realtà deve molto ai Cure più pop, in cui s'evidenza chiaramente l'auto-inganno dell'amore che "poggia su una menzogna" e in cui l'attesa non lascia altra soluzione che la fuga dalla routinarietà di una vita insieme che è "trip allucinante".
La paura dello stallo, della "squallida routine", d'altronde, era già emersa nel cupo brano d'apertura "Valentina" che costituisce dal punto di vista eminentemente musicale originale punto d'incontro tra il Faust'O più gelido e la new wave più nevrile specie nella compulsione ossessiva del basso.
Che ci sorprende per la sua intensità dolente e per l’ardita, quanto funzionale, parafrasi del monologo dell'Amleto shakespeariano "Dormire, morire / Forse sognare / Sognare / Mi rompe il cazzo esattamente quanto vivere". Evocazione del bardo di Stratford on Avon che è evocazione stessa dei fantasmi di un amore in una specie di corto-circuito esistenziale.
Se l'amore, però, è - nella sua profonda sostanza - infingimento e auto-inganno "Q.b." non tralascia di esplorare la maniera in cui epidermicamente si manifestano i sentimenti perchè l'amore – fors’anche banalmente – non è solo incertezze ed esitazioni ma anche incoerente passione e desiderio.
"Sulla pelle", infatti, rappresenta nel suo perfetto ondeggiare tra suggestioni pop e sognante new wave la sensuale voluttà del perdersi quasi che il lasciarsi andare possa costituire un placebo momentaneo che "durerà un istante", però.
In questo senso "Sulla pelle" sembra un momento di quiete apparente in "Q.b." ben più della bellezza pop di "Caterina", costruita sulle notevoli capacità vocali di Rex che vi canta, che accumulando majakovskijianamente versi che parlano per immagini descrive con un retrogusto d'amarezza uno stato di desideri che rimangono sospesi e incerti: "Proprio come se avessi addosso / Quel vestito a fiori che / Sognavi sempre per te / E sarà la tua felicità / Fino a quando non saprai / L’altra metà".
"Q.b.", però, nel suo essere coerentemente anti-convenzionale e per nulla consolatorio sull'impossibilità di una rifondazione o rigenerazione dei valori, si nutre anche – per rigettarli tout court - degli stereotipi che affliggono gli esseri umani o, meglio, di tutto lo sciocchezzaio "à la page" con cui – anche in questo caso – ci si autoinganna nell'illusione di essere migliori, di aver compreso il nesso causale degli eventi, il senso ultimo della realtà.
Nuovamente "Q.b." utilizza figure femminili che, ora con tenerezza ora in maniera più sarcastica, vengono beffeggiate nella loro pochezza.
In "Q.b." non v'è affatto misoginia, però, – come verrebbe spontaneo pensare – invero la descrizione delle contraddizioni femminili è al contempo la misura e la metafora della fragilità maschile in un gioco continuo di rimandi.
Inoltre ci sembra di cogliere attraverso questo espediente un ulteriore e divertito – ancorché rispettoso - omaggio del duo Humpty Dumpty-Renato Q. all'etologo inglese Desmond Morris citato sin già nella copertina con una illustrazione, solo parzialmente ritoccata, che è presa in prestito da un’immagine di un suo vecchio libro.
Alla stessa maniera di Morris, infatti, "Q.b." racconta "l’animale donna" per raccontare l’inadeguatezza dell’animale uomo riconducendone la descrizione proprio al dualismo maschile/femminile.
L’irresistibile ballata alla Robyn Hitchcock di "Bobby Holiday", infatti, è uno sguardo più che perplesso – ma con un tratto compassionevole in fondo – su chi riempie la propria vita di esperienze pseudo-alternative rimanendo alla fine comunque imprigionato in un circolo vizioso di luoghi comuni modaioli. La chiosa finale, però, "Un’ansia / Ci sfiora / Casomai / Ne parliamo al corso di yoga" sembra ricordarci che anche l’uomo è accomunato in un identico destino di disarmante ovvietà.
Ben più dissacrante, invece, è la spudorata presa in giro di una nota blog-star internettiana in "Sai Violetta". Una pop-song perfetta – irresistibile - che ha conquistato – nei mesi che hanno preceduto l’uscita ufficiale di "Q.b." - il popolo della rete ignaro o non sappiamo fino a che punto consapevole che uno dei bersagli del brano rimane il loro mondo vittima qualche volta della propria autoreferenzialità.
In definitiva, è questo che colpisce positivamente in "Q.b.": la capacità acquisita da Humpty Dumpty di costruire brani di notevole appeal. Di presa immediata. "Gerani" ne costituisce la prova inequivocabile. Veloce e tagliente come uno sberleffo punk di ramonesiana memoria sparge a piene mani tutto il sarcasmo che da sempre è il marchio di fabbrica di questo autore.
Tra "Gerani" e la delicatezza di "Fòrmica" si pone "Sia questo il verso" una poesia di Philip Larkin che rappresenta il momento più drammatico di tutto "Q.b."
La voce di Humpty Dumpty canta le parole con calma raggelante su una melodia scarna a voler sottolineare un'adesione totale con il poeta. Una riflessione angosciante ed impietosa sulla famiglia e sui ruoli che si giocano al suo interno. La convinzione profonda che l’istituzione familiare sia all'origine del disagio e del dolore umano perchè replicatore di sofferenza attraverso i ben noti meccanismi di sopraffazione educativa. Un imbroglio. E che l'uomo sia profondamente inquinato, intrinsecamente sbagliato nel monito finale "togliti dai piedi dunque prima che puoi e non avere bambini tuoi".
"Q.b." continua con "Barbablù" - metafora lisergica e iperstruggente dell'animo umano che non vuole o non può venire a patti con il mostro che è in lui - e termina con lo straordinario "Mr.Makake", dilatato epitaffio psichedelico e al contempo sintesi nichilista dell'opera. Un mantra ipnotico, affascinante nell'evocare suoni brumosamente gravenhurstiani che si avvale dell'apporto fondamentale di Chantalle.
Come l'uomo del Pascoli, che in una notte stellata si affaccia al baratro dell'universo, attratto e spaventato da quella vertigine, come colui che è stanco del frastuono delle umane voci dissonanti, di ottimisti senza ragione e di apocalittici senza speranza, come colui che ha metabolizzato compiutamente l'inutilità delle azioni umane, Humpty Dumpty dice : fermati uomo " Il cogito / Non ti riguarda più / Socchiudi le palpebre / E lasciati cullare".
Il vanitas vanitatum et omnia vanitas dell'opera ma in una prospettiva totalmente anti-metafisica.

A conclusione di questo viaggio in "Q.b." sarebbe persino stucchevole definirlo il disco dell'anno.
Un lavoro così complesso e ricco di citazioni letterarie e musicali, ma allo stesso tempo sorprendentemente pop, non può che essere "il disco degli anni a venire".
Un'antologia musicale, cioè, che non abbandoni mai completamente, pur dopo numerosi ascolti e che, al contrario, riprendi di tanto in tanto per immergertene e cogliere nuove suggestioni.
Ho sempre pensato che un talento come Alessandro meriti l'occasione di una ribalta discografica.
Pur augurando a lui e a tutti coloro che hanno "costruito" questo disco le migliori fortune, dopo l'ascolto di "Q.b." credo che la scelta di autoprodursi sia giusta e che, in verità, siano le case discografiche a perdere l'occasione di dargli una chance, ignorandolo con colpevole stupidità.




 

Links:
Il blog di Humpty Dumpty e Renato Q.: humptyblog.wordpress.com/
Per scaricare "Q.b": www.nonerecords.com/albums/humptydumpty_qb.zip
Myspace: www.myspace.com/dumptyhumpty