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Il meglio del 2004

di Alessandro Calzavara

Da numerosi anni ogni mio anno di vita accumula (accantona?) nel magazzino del piacere inevitabile (come può esserlo ascoltare - o essere acoltati dalla musica che si sceglie) i dischi che con gesto violento e volontario sogliono diventare la top ten playlist. Mai come quest'anno la mano è riluttante ad andare in sinergia con la memoria. Spiego meglio: alla fine di ogni anno non avevo troppo bisogno di scegliere dieci dischi. Bastava semplicemente abbassare le dita nella stanza del cuore, dove forti ragnatele avevano già fatto tutto il lavoro. La procedura è la stessa anche oggi ma la differenza insorge e oggi, mentre scrivo, mi tocca decidere. Sto decidendo adesso, e sto prendendomi un tempo illimitato che all'effetto lettura non appare. Eppure è drammaticamente difficile. Ho sempre snobbato il criterio "esterno" di scelta: poco mi riguarda delle vere o presunte innovazioni estetiche (che poi più puntualmente brillano anni dopo essersi estinte); meno ancora delle scelte delle altre riviste; l'unico faro è sempre stato il cuore. E credo che in una rivista indiepop ciò sia, in qualche misura, più giustificabile. Il che mi permetteva l'anno scorso, annata mirabile, di amare indefessamente quei tre capolavori a nome Clientele, At swim two birds, Gravenhurst senza preoccuparmi minimamente di cosa fossero oltre l'evidenza assordante dei battiti delle mie orecchie interne. Quest'anno, ad eccezione dell'unico disco su cui non ho riserve, e che, oltre che per indiscutibili meriti, per riconoscenza eleggo a mio disco dell'anno non ho grandi evidenze. Tanti dischi, troppi e quindi troppo pochi, o troppo larghi per entrare nelle stanze segrete, dal cunicolo infinitesimale che conduce all'anima. Ma sia questo lo spazio per celebrare i (1) Blonde Redhead, che con l'ineccepibile Misery is a Butterfly sbaragliano ogni indugio personale e si lasciano ascoltare, dal primo giorno, con uguale intensità e pathos. Sono cambiati, e si sapeva da "Melody of certain damaged lemons"; smussate le rumorose asperità intellettualistiche degli esordi era fiorito un cuore di melodia; attorno era attecchita la decadenza. Oggi l'esperimento giunge all'approdo stabile d'una maturità scintillante, alla sfilata di undici (ma facciamo 9, badando agli inevitabili due/tre filler) fulgide pepite che sintetizzano, come meglio non si potrebbe, le anime di Amedeo, Simone e Kazu. Uno di quei dischi al cui interno sono contenuti gli almeno 5 pezzi che si sono dati il cambio nel cervello sotto il titolo "tuo pezzo preferito dell'anno" e su cui ancora non ti sei deciso e che sospetti non potrai mai scegliere. Ogni pezzo gira attorno a sé, e come un magnete calamita lussuosi arrangiamenti, loop subliminali, archi afrodisiaci e parti vocali che donano un senso al ciclo indefinito dell'ispirazione. Niente manca alla lubrìca title track, nulla alla divorante "Maddening Cloud", alla poltiglia emotiva di "Messenger" (e avete sentito la versione cantata da David Sylvian sul singolo di Equus? - la cosa che preferisco di Sylvian da quando ne sono ascoltatore), niente agli strascichi morbosi di "Anticipation", alcunché alla nevrosi di "Elephant Woman". In più il tutto scorre con l'incessante dubbio che abbiano venduto l'anima al diavolo in cambio di un capolavoro. Niente nella mia vita, fino a un paio d'anni fa avrebbe fatto presagire che sarei divenuto un tale fan dei Blonde. Chiunque di voi non abbia dato un ascolto, ne dia almeno due a questo disco. E se l'anno prossimo sarà buio come questo, la luce di "Misery" (l'abbondante luce della miseria) non si sarà ancora estinta. Sarà anche che sono invecchiato, che al fragore della gioventù che afferma a ogni dipresso desiderio e volontà oggi m'è naturale sostituire quello che sui libri di letteratura è indicato come il "ripiegamento della maturità", ma oggi sono incline a lasciarmi avvolgere preferenzialmente e per processo spontaneo soprattutto dal lento suono dell'intimità acustica. Quest'anno è (2)Johanna Newsom a pizzicare le mie corde interiori come un'arpa celestiale. Il suo The milk-eyed mender è un'oasi di favolosa fuga dal trambusto, un'originale mistura di umori infantili (la voce stridulamente adolescente) e melodie semplici e confortevoli. E' magistrale il modo minimale e tuttavia esaustivo con cui la sua arpa tesse la maglia a grani grossi d'un'opera al contempo delicata e sapida. Decontestualizza la mia vita veloce, accende fuochi attorno ai quali si radunano spiriti domestici. Una delizia. Di (3)Hotel Tivoli dei Non voglio che Clara son certo di una cosa: che in Italia non sia uscito niente di meglio. Italiano sum, ergo salto a piè pari la questione internazionalista di probabile e lata incasellabilità. Sono certo che i 7 pezzi di questo mini lp siano preziosi ed eleganti, sobri e malinconici nella più alta tradizione del cantautorato pop. E che diano emozione. E che non non sia lecito non augurare lunga vita (anche su questi livelli) ad un band che sembra più addentro ai propri piani per il sabato sera che alle futili esigenze del mercato nostrano. (4) sufjan Stevens si avvicina sempre di più alle mie corde. Il precedente album "Greetings from Michigan", pur pregevole, peccava a mio parere per una forma di massimalismo arrangiativo che finiva per occultare, fuorché in alcuni episodi, la materia compositiva. In Seven Swans tutto è più calibrato e atto a mettere allo scoperto la densa filigrana emozionale delle canzoni. Gli strumenti mantengono una loro essenziale nudità e la voce seraficamente narrante riesce a comunicare le sue tenui storie d'amore e fede. Comunicano pace e sanno costituirsi ad oasi d'ascolto. Gli (5) Of Montreal hanno l'abilità evolutiva di sfornare un disco che suoni convincente ma al contempo sappia sia mantenere le caratteristiche del gruppo (scrittura fitta, irrefrenabili evoluzioni melodiche, grandi arrangiamenti) sia rendersi più fruibile. La chiave delle fruibilità è il pop - non che mancasse - ma qui, su "Satanic panic in the attic sa rendersi più comunicativo, sa accattivare sin dai primi ascolti e non tedia dopo reiterati annuali ascolti. Il quinto posto è più che meritato e rende giustiza non solo alla riuscita di questo album, ma alla incontaminata grandezza di Kevin Barnes. Sesto posto (6), e uno dei più fieri, a Lebenswelt, ovvero Giampaolo Loffredo di Napoli, una scoperta casuale di questo 2004 stitico. Il disco in questione Out is the cow, il suo secondo autoprodotto "tentativo di tracklist" è un lavoro di grande personalità e pathos melancholicus. Mescola una certa elettronica "post" (ed il suo carico robotica insensatezza) a stilemi poetici di scuola dark, ma senza suonare inutilmente apocalittico. Un disco semplice, in ultimo, di sostanza, di eleganza depressiva e grande effetto. I suoi loop si attanagliano alla memoria e le scarne parole al nero cuore dell'impermanenza umana. Tornando al pop, anche se non immediatamente "indie", perché edito dalla Astralwerks, (7) Two ways monologue di Sondre Lerche risulta ad orecchie affaticate un vero e proprio toccasana. La gioventù del nostro ventunenne norvegese, unita a una verve notevolissima impregnano d'immatura maturità d'un classicismo giovane, teso sul filo di una scrittura cristallina e contagiosa 12 tracce di tutt'altro che grezzo fulgore adamantino. E c'è margine di miglioramento. Il ritratto dell'artista da giovane. Di (8) Davendra Banhart e del suo Rejoicing in the hands s'è parlato tanto, facendo in modo che tutti i diffidenti alternativi se ne tenessero un po' alla larga o lo giudicassero dalla prospettiva del fenomeno di moda destinato a sgonfiarsi presto. Se da un lato la pubblicazione del gemello di quest'album (Nino Rojo), prodotto delle stesse spartane sessioni ha mostrato una creatività ancora più vulcanica, dall'altro ha un po' affievolito gli entusiasmi per un'opera senz'altro valida ma formalmente di non facile assimilazione. In ogni caso, seppur privi della pervasiva magia di Johanna Newsom, Rejoicing e Nino sono molto lontani dalle irritanti pose miagolanti delle Cocorosie. Anzi, qui di falso non v'è niente. E ciò è una forza, ma anche un limite. Di Nick Talbot aka (9) Gravenhurst ho detto quasi tutto l'anno scorso, all'indomani del trascendentale "Flashlight Seasons". Di Black holes in the sand, il suo nuovo mini-lp su Warp, dirò che conferma tutto l'ottimo già detto e prepara il terreno per qualcosa di più grande ancora. Suoni minacciosi, strati sepolti di psiche torbida vengono a galla al richiamo di un fingerpicking impeccabile e tetragono, screziato (e inquietato) quanto basta da sub-droni e armonizzazioni spazializzanti. Difficile scrollarselo da dentro. Grande ressa nella mente per quest'ultimo posto in graduatoria. Troppe cose e troppo volatili. E' giusto dunque tributare un tributo a chi tributa un tributo, e specialmente ad un'età d'oro come la seconda metà degli anni sessanta più psych-rock, al confine con i Nuggets di Kaye e lo fa con grandi mezzi strumentali e grande sensibilità musicale. Tali sono i (10) Bees di Free the bees, compendio eccellente dell'eredità di Beatles, Rolling Stones, Kinks e Pretty Things. Pezzi sempre all'altezza e vibrazioni positive a piene mani.


Top 10:

1) Blonde Redhead: misery is a butterfly
2) Joanna Newsom: the milk-eyed mender
3) Non voglio che Clara: Hotel Tivoli
4) Sufjan Stevens: seven swans
5) Of montreal: satanic panic in the attic
6) Lebenswelt: out is the cow
7) Sondre Lerche: two ways monologue
8) Davendra Banhart: rejoicing in the hands
9) Gravenhurst: black holes in the sand
10) Bees: Free the bees

Segue ancor più pseudoclassifica delle fittizie posizioni 11-20:

11) Auburn Lull: Cast from the platform
12) July Skies: The english cold
13) Khonnor: Handwriting
14) Coastal: Halfway to you
15) Espers: Espers
16) Savoy Grand: the lost horizon
17) Electrelane: power out
18) The National: Cherry tree
19) Kings of Convenience: Riot on an empty street
20) Nouvelle Vague: Nouvelle Vague

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