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The next generation
Scandagliando Myspace alla ricerca del futuro indiepop made in UK
E adesso? Adesso che come genitori troppo apprensivi abbiamo osservato Pipettes e Long Blondes fare le valigie, abbandonare la loro stanzetta tre metri per due e prendere casa in spaziosi attici in centro, a chi dedicheremo le nostre cure?
Lasceremo i sette pollici tirati in 500 copie a prendere polvere sulla scrivania come fotografie ingiallite dal tempo, incapaci di riascoltarli ma anche di liberarcene una volta per tutte. Poco consola che il meglio (il primo album!) debba ancora venire: già sappiamo che per quanto belli, i CD targati Rough Trade e Memphis Industries lasceranno un retrogusto amaro che non riusciremo a descrivere, perché noi siamo quelli che hanno scaricato tutti i demo e tutte le sessions in radio, che hanno postato sui forum e urlato di sorpresa di fronte ai primi articoli sulle fanzine. Eh, che vuole signora, quando un figlio è andato, è andato.
Non resta che scacciare il senso di perdita con dei cuccioli nuovi, adottare la prossima generazione di indiepoppers e guardarla crescere con amorevole stupore, e ricominciare il ciclo da pagina uno.
In questi anni tutta l'attenzione è assorbita da ciò che succede nella penisola scandinava (e con ragione: basta distrarsi cinque/sei giorni per perdersi la nascita di una ventina di nuovi gruppi), ma il test di grandezza per band grandi e piccine rimane il Regno Unito: è in UK che vengono scritte le regole del gioco, e in queste regole è scritto che l'impero delle rockbands crollerà come un castello di sabbia, che Strokes, Kings Of Leon, Kaiser Chiefs, persino Arctic Monkeys prenderanno il posto degli Oasis nel museo dei dinosauri e che assisteremo all'entrata in scena dell'ennesima e inevitabile rinascita pop. Saranno (di nuovo) copertine di NME e primi posti in classifica, con il carico di conseguenze che tutto ciò comporta.
Eppure ci sono motivi per essere ottimisti: se il britpop è stato reazione e restaurazione in ogni possibile senso, la prossima insorgenza pop potrebbe essere meno nefasta. I segnali sono tanti, a cominciare dall'inventiva ed originalità messe in mostra da tante giovani band che rifiutano di sottoporsi ai consueti meccanismi di omologazione: il giovanissimo "maistream indie" di cui parlavamo poco più sopra è fatto di girl-groups, decadenza Blondie e citazioni cinematografiche, di tastiere che sostituiscono chitarre, brani che spezzano i cuori senza ricorrere a facili sotterfugi emotivi. L'indiepop appena emerso odora di camerette e garage, nostalgia ed energia insieme (The Lodger), possiede verve acustica (Monkey Swallows The Universe) o offre un'interpretazione tutta insulare del powerpop ubriaco dei Fountains Of Wayne (Oppenheimer, da poco usciti su Bar/None). E nel sottobosco la fauna è ancora più varia ed interessante: esilissimo folk travestito da twee, il pop nervoso delle guitarbands più sconosciute degli anni 80, i rimandi al Postcard sound fusi al lascito della rinascita post-punk e contaminati da quell'indefinibile crocevia di influenze che per comodità - e per mancanza di una vera spiegazione - si chiama "art-rock", fatto di imprevedibilità, curve ed angoli. Sì, se questo fosse il momento giusto ci sarebbe di che divertirsi.
Ma noi di indiepop.it non creiamo hype e non influenziamo vendite. D'altra parte il fatto che si consideri una band "arrivata" solamente perché ha trovato un'etichetta indie disposta a pubblicargli un album la dice lunga sulla nostra scala di riferimento. No, a noi interessa solo un altro cucciolo. E allora scoviamo e condividiamo - grazie a MySpace - sei gruppi dei quali ci occuperemo con premura nei mesi a venire.
The Bobby McGee's
In UK "twee" non è mai stato un termine da indossare con orgoglio. Se ne sono appropriati gli indiepoppers americani, i Tullycraft ci hanno scritto una canzone, ma tutto è rimasto di stretta pertinenza del microcircuito indie USA: nella modaiola inghilterra quella parola equivale ancora ad una specie di insulto.
Ai Bobby McGee's, duo semiacustico di Leicester traslocato
a Brighton, la cosa non sembra importare: si autodefiniscono
"much too twee, and bloody proud of it!" e lo dimostrano
costruendo dal nulla melodie bambinesche accompagnate a storie
di ordinaria disperazione e violenza domestica che hanno valso
loro la definizione di "tweecore". Alla chitarra preferiscono
l'ukulele, alle tastiere lo xilofono e simili strumenti in
disuso; Jimmy (dall'inconfondibile accento glasgowiano) ed
Elanor sono due pifferai magici che partono da tenui radici
folk ed edificano gracili costruzioni pop con gusto minimale
e assolutamente improvvisato. Accolti in casa Antifolk, dal
vivo lanciano scarpe sul pubblico, cantano una canzone d'amore
da Jar-Jar alla principessa Leia con rimandi di dubbio gusto
al "lato oscuro" e stendono la platea con la deliziosa "No
Friends", incontro tra due solitari allo stato terminale
con tutte le citazioni al posto giusto ("I will dance to
the Smiths on my own") e finale agrodolce. E mischiando
le pulsioni più pastorali della Incredible String Band al
mal di vivere dei Television Personalities, in "Please don't
dump me" estremizzano il broncio dell'innamorato respinto,
con Elanor che prima supplica e poi minaccia ("I will hunt
you down and kill you in your bed") sulla più semplice
delle costruzioni armoniche. Tutto è work in progress, registrato
in presa diretta e con mezzi di fortuna, perché è così che
piace ai Bobby McGee's. Primo EP in estate.
"Strazianti e sciocchi, pura essenza di C86 distillata e con un migliaio di bootleg dei primi BMX bandits stretti al cuore" (Everett True).
www.myspace.com/thebobbymcgees
www.antifolk.com
Popup
Chi
frequenta il nostro angolo di MySpace avrà già fatto la conoscenza
di "Lucy, What You Trying To Say?", prima
gemma di questo quartetto Scozzese con radici Italiane (metà
della band porta il cognome Giudici); tutti gli altri non
dovranno aspettare molto, dato che Hijacked Records ha intenzione
di pubblicarla su singolo a inizio luglio. I primi venti secondi
di "Lucy." sono una specie di test per capire se siete ancora
in grado di innamorarvi della semplicità di una pop song o
se è ora di dedicarsi a svaghi più adulti. Accento Glaswegian,
un pungente intrico di accordi che congiurano memorie di Aztec
Camera, Del Amitri e vecchie Cartoline scozzesi con l'irruenza
strumentale mantenuta in punta di chitarra, un bozzetto di
vita cittadina descritto con taglio ironico e letterario tra
difficoltà di pronuncia, spiacevoli incontri ad un concerto e l'attesa di un autobus
che non arriva. I Popup sono il segreto meglio custodito di
Glasgow, l'ennesima fioritura indiepop cittadina che intepreta
in tre minuti e mezzo tutta l'esperienza dolceamara della
quotidianità racchiudendola in vividi quadretti modesti ed
eruditi, degni dei migliori Arab Strap. Ma Adrienne, Damian,
Michael e Nicholas non esauriscono le cartucce nella scintillante
freschezza di "Lucy": online si ascoltano il rockabilly collassato
in indiepop "In Her Day", e il singalong notturno Lucksmitshiano
"Stagecouch", pezzi ancora acerbi ma di straripante talento,
tanto che sin da oggi i Popup appaiono una scommessa vincente.
Già darlings di Steve Lamacq di BBC1, per la prima
consacrazione si attende l'uscita del singolo
e il concerto londinese al Death Disco di Alan McGee previsto
per giugno. Chissà se sapranno interpretare la shyness nazionale
come Belle&Sebastian o godranno di una sola estate al sole.
Ma poi, cosa volete che importi?
www.myspace.com/popuptheband
www.popuptheband.com
Balor Knights
Vengono
dalla nuova mecca pop inglese, il calderone delle migliori
promesse d'Albione: Sheffield, Yorkshire. Amici e involontari
carnefici degli Scarlet Tuesday (ora in via di scioglimento),
ai quali hanno "rubato" due membri prima di incidere insieme
un sette pollici per Thee SPC andato subito esaurito per meriti
acquisiti dall'etichetta e da noi recensito
lo scorso mese. Il pezzo ivi incluso, "Just Cos Keenan
Says So", è una sorta di concentrato C86:
contiene in milligrammi l'estro chitarristico dei Monochrome
Set, l'ebbrezza dei fiati dei Brilliant Corners, la ludica
tenerezza dei BMX Bandits, l'andatura corale e sbilenca dei
Groove Farm, tutto in frullatore impazzito. E nonostante suoni
come un collage di quattro o più canzoni appiccicate
insieme, è anche la prima porzione realmente apprezzabile
del loro talento, finora manifestatosi su compilations et
similia in bizzarre forme di anarcopop talmente prive di struttura
da sembrare frutto di completa e irrecuperabile improvvisazione.
Anche i live shows risultano in parti uguali
di disorganizzazione ed entusiasmo, tanto che il primo batterista
del gruppo ha deciso di andarsene per la disperazione; ma
per quanto possano migliorare in tecnica, Balor Price, Em,
Nibbs e Nic (insieme al nuovo drummer Enthusiastic Dave) non
sembrano avere intenzione di smussare le peculiarità
del loro suono, fatto di chitarre jangly, trombe, cambi di
velocità e spigoli vocali dai quali erutta miracolosamente
il verbo pop. Tutti elementi - come ha scritto qualcuno -
indicativi di "troppe idee e troppe poche canzoni al mondo".
Almeno sino ad ora.
http://www.myspace.com/balorknights
http://www.balorknights.com
The Lost Levels
Xavier,
Iain, Owen e Steve vengono da Norfolk, all'estremo Est dell'Inghilterra,
che per un Londinese è come dire aperta campagna. Eppure sarebbero
di gran lunga i più vendibili del gruppetto di belle speranze
qui presentato, non fosse per l'abitudine di affidare ogni
loro canzone al più anacronistico degli effetti elettronici,
quello prodotto dagli otto bit Nintendo. Uno strumento che
ha il suo culto sotterraneo testimoniato dai numerosi gameboy-remix
che si trovano in rete, ma che raramente ha guadagnato platee
più ampie dei pop nerds. Nè si tratta di un vezzo, perché
i Lost Levels prendono il nome (addirittura!) dalle outtakes
di un episodio di Super Mario, dimostrando la piena immersione
nell'ambiente videoludico e la devozione a Shigeru Miyamoto,
papà del piccolo idraulico. Poco importa, perché il piatto
forte dei primo EP in uscita questa primavera per Glueindustries
è di quelli che non perdonano: "The Early Sheets",
piccolo capolavoro di indie-pendenza naif che grattugia una
melodia per chitarre tristi in stile Lowgold e la interrompe
con inserti pixellati usciti dai chip di un vecchio NES. Il
senso di anticipazione con il quale ci si predispone al successivo
attacco di chitarra rende immediatamente chiara la potenziale
grandezza del pezzo, tanto da convincere quelli di This is
Fake DIY a diventare assidui sponsor del quartetto.
Oltre a questo hit annunciato la band ha in carnet pezzi come "Final Boss Theme", cover version della musica di fine livello di Super Mario, che se portati alle estreme consegenze li condurrebbe nella stessa lega dei The Advantage (sorta di cover band Nintendo, ma a 16 bit), con tanti saluti alla scena pop. Per intanto hanno ottenuto di pubblicare una limited edition del prossimo EP su cassetta, con un packaging in stile NES.
www.myspace.com/thelostlevels
The Dots
Sono in quattro, giovanissimi e londinesi. The Dots nascondono la propria timidezza dietro una descrizione roboante come "il suono di mille orgasmi" senza riuscire a mascherarla a dovere, ed eleggono l'ornamento indiepop per eccellenza (i puntini, ma colorati) a propria ragione sociale. Ed anche se Nesty, voce ed unica ragazza del gruppo, è una fan di Art Brut e Cribs la sua band suona piuttosto come una versione semplificata (ancora di più? sì) degli Chalets.
Hanno appena cominciato a suonare, e si sente, tanto che a questo stadio
la line-up a quattro elementi appare persino esagerata: le
chitarre sono solo un'ipotesi (giusto due note), il basso
si sente a malapena, le percussioni sono emesse da un asse
per lavare i panni, eppure da una simile candida imperizia emerge
un pezzo come "Watch Me Dance", ballatina
twee sbilenca che prende un quarto di "Video Killed The Radio
Star" e lo innesta sul tamburo di un carillon rotto. Ne esce
una cosa quasi punk, nel modo in cui lo erano i Talulah Gosh
e i Blink 182 non lo saranno mai. "Non so cantare come
Britney, non so suonare la chitarra", spiegano, ed è tutto
vero. E' presto per prevedere il futuro dei Dots, potrebbero
perdersi nel caos cittadino o decidere di prendere lezioni
di chitarra, ma per il momento "Watch me Dance" (incisa in
salotto, come si evince dalla foto: dubito che la band abbia
già fatto la conoscenza dello studio di registrazione)
è un buon viatico per farsi amare dalle indiepop list di tutto
il mondo, e magari guadagnarsi un concerto di spalla ai The
Bobby McGee's, che in confronto a loro sembrano Peter, Paul
and Mary. In attesa di arrivare a Top Of The Pops, come il
nome della loro pagina MySpace suggerisce.
www.myspace.com/thedotstopofthepops
Tim Ten Yen
Personaggio poliedrico ma avvolto nel più assoluto mistero, questo "colletto bianco cantante (con gatto)" Londinese. Tim Ten Yen è un giovane alto e magro che si presenta sul palco impeccabilmente vestito insieme ad uno spelacchiato gatto di peluche (anche noto come "The Sinister Cat"), con una specie di tastierina giocattolo sulle gambe e una enigmatica pulsantiera nella mano destra. Ma poco importa, perché chi ha assistito alle sue esibizioni le descrive come "indie karaoke" su base preregistrata, con il buon Tim che abbandona lo sgabello e danza nella maniera più goffa possibile, una via di mezzo tra Morrissey e Mr. Bean.
Ma a dispetto del grossolano cabarettismo dei live show, la
sua "Sea Anemone" è un meccanismo di diabolica
perfezione, un gioco di semplici incastri che si colloca nella
stessa nicchia retro occupata da (The Real) Tuesday Weld in
versione arte povera, e con quella naturale predisposizione
alla melodia classica che in tempi recenti è stata prerogativa
solo di Neil Hannon dei Divine Comedy. Una Yamaha ballad
per sognatori cantata senza prendere il fiato per quattro
minuti, poesia esistenziale che si dà un gran da fare - inutilmente
- per nascondere la propria matrice casalinga, ma è già una
meraviglia pop piena e formata, tanto eccentrica quanto irresistibile
e tutta da ballare. Se nessuna etichetta trova il modo di
pubblicarla nei prossimi tre mesi significa che il mondo va
davvero alla rovescia.
www.myspace.com/timtenyen
www.timtenyen.com
Salvatore |
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