| Love Is All
Sono già passati due anni dal nostro primo incontro: un sette pollici di color pallido, un concentrato di anarchia ed energia intitolato "Spinning and Scratching", quando per noi i Love Is All erano solo una nuova incarnazione dei Girlfriendo. Un paragone cha appare ridicolo a ricordarlo oggi, con l'album "Nine Times That Same Song" capace di conquistare i due lati dell'oceano e la band felicemente accasata alla EMI, due risultati che assegnano alla band di Göteborg un posto privilegiato nell'affollata scena indie Svedese. Abbiamo cercato di capire perché.
La prima domanda è forse un po’ ovvia, e riguarda la scena indiepop svedese: avete un’idea di come mai escano così tante nuove buone band praticamente ogni giorno?
Suppongo accada un po’ come a Glasgow: vivi al buio gran parte dell’anno, e in un posto tutto sommato abbastanza isolato. Se non sei appassionato di sport, c’è solo la musica che ti può tenere impegnato… L’isolamento può anche essere una buona cosa, perché se fai un paragone con la Gran Bretagna, per esempio, qui una band non viene sbattuta da un giorno all’altro su tutte le copertine di riviste tipo NME dopo aver scritto una sola buona canzone. Hai tutto il tempo per provare cose diverse e trovare uno stile che ti appartenga davvero.
Una delle caratteristiche comuni di questa scena, però, è anche l’estrema competenza e consapevolezza musicale di un pubblico così giovane. È una cosa che non si vede succedere allo stesso modo in Europa, nemmeno in Gran Bretagna. Viene quasi da dire che a voi svedesi l’indie calza a pennello, come un paio di quegli attillati jeans Cheap Monday.
Ah ah, non conosco quei jeans, onestamente non ne ho mai provato un paio! Però, sì, credo che un sacco di kids qui intorno siano dei grandi “music nerds”. Ciò nonostante, non è che a loro piaccia qualunque cosa. Noi per esempio, per un lunghissimo periodo, abbiamo avuto soltanto un piccolo seguito, soprattutto a Malmö. Mentre un sacco di gente a Stoccolma, non è che fosse molto impressionata da quel che facevamo.
Forse anche perché la vostra musica non ha molti facili paragoni. Vi sentite perciò parte di una scena, avete relazioni con altre band, o invece preferite pensare ad altri tipi di riferimenti? Per esempio, trovo che sia estremamente appropriato quanto avete scritto sul vostro myspace: “Influences = misunderstandings / Sounds Like = confusion”…
Beh, ci siamo fatto alcuni amici mentre eravamo in tour con altre band. Penso soprattutto ai Cause Co-Motion, ai Comet Gain, alle Aislers Set… Sono tutte grandi band, ma se non fossero al tempo stesso anche persone meravigliose, non credo che saremmo ancora in contatto. Personalmente, non credo che i Love Is All facciano parte di una scena.
E com’è Göteborg? I Love Is All traggono ispirazione per essere quello che sono dal posto da dove provengono? Lo chiedo perché mi sono imbattuto in rete in un divertente articolo dove Markus racconta quali sono per lui i posti più carini della città…
Sì, è un buon posto per una band perché non ci sono molte distrazioni, e non ci sono molte altre cose da fare. Inoltre, a differenza di Stoccolma, è difficile avere le opportunità per una brillante carriera o qualcosa del genere.
Se devo dire tutta la verità, penso che se Göteborg ha avuto una qualche influenza sui Love Is All, sia per il fatto che per tutto il tempo si è insoddisfatti di un sacco di piccole cose: i tram non funzionano, piove in continuazione ecc. Ma per la musica è un buon posto, ci sono sempre un sacco di nuove band che vengono fuori.
Lo ammetto: non riesco a capire quasi una sola parola delle vostre canzoni. La voce sembra essere affogata dal rumore e dal riverbero. E mi piace! Ma visto che non si trovano i testi nemmeno su internet, potreste spiegare di cosa parlano le canzoni?
È Josephine che scrive i testi, non saprei… So che spesso parlano della difficoltà di funzionare come persone normali. È un po’ come “frena il tuo entusiasmo”: uno si ritrova ad avere tutti questi impulsi anormali, e li reprime tutto il giorno. Nella finzione puoi invece indulgere al tuo “lato oscuro”. Amore ossessivo, chiudere la tua porta al mondo… In una parola, “antisociale”.
Qual è il verso più importante dell’album, e com’è nato?
Eh, anche questa sarebbe una domanda per Josephine. Ma se dovessi sceglierne uno, mi viene in mente “I have to get myself together, there has to be something better than this”, che da quanto riesco a vedere è l’unico verso a suggerire un qualche genere di tentativo di superare tutto quanto racconta il resto del disco. Sì, in generale, i testi sono davvero cupi.
Ancora a proposito del sound: è “sporco” e lo-fi in una maniera talmente intelligente che viene da pensare che invece dal vivo suoniate perfino troppo chiari e puliti. È così?
È impossibile rispondere per noi, perché noi siamo sul palco, e lì il suono è sempre caotico. Ma ho sentito persone dire che dal vivo tutto suonava molto meglio! Beh, mentre registravamo il disco il nostro obiettivo era quello di farlo suonare come se fosse live.
So che Woody Taylor dei Comet Gain ha fatto il missaggio. Com’è stato lavorare con lui? Come avete fatto a spiegargli come volevate che suonassero le canzoni?
È stata la migliore collaborazione di sempre. Tutto molto semplice: gli abbiamo mandato le tracce e lui ci ha mandato indietro il mil mixing già fatto. Qui e là gli abbiamo chiesto di alzare un po’ il basso, ma per il resto ha avuto un sacco di libertà.
Com’è il rapporto con i Comet Gain? Trovo che siano una band sempre troppo sottovalutata e il loro modo di coniugare sensibilità indiepop ed energia northern-soul è davvero coinvolgente. Per voi sono stati un’ispirazione?
Forse non a livello strettamente musicale, ad eccezione dell’album “Realistes” (anche questo mixato da Woody), ma di sicuro a un livello più spirituale.
Ve l’ho chiesto perché “coinvolgente”, oppure “eccitante”, o “trascinante”, sono le parole che si leggono in ogni recensione di “Nine Times That Same Song”. Vi piace? Volete che la gente balli e gridi ai vostri concerti?
Assolutamente sì! Il piano era proprio quello!
Quest’anno siete stati davvero un sacco in tour, eravate pronti per una cosa del genere? Qual è stata la data migliore?
Probabilmente quella alla Knitting Factory di New York. Suonare dal vivo è sempre molto divertente, eccetto quando sei malato o non hai dormito. Ma stare seduto in un furgone per centinaia di ore è un tedio. Stare in tour è divertente, ma non lo farei mai come lavoro per tutta la vita.
E che libri vi siete portati in tour? O avete letto soltanto riviste musicali e ascoltato i vostri iPod?
Eh eh, riviste musicali… Credo che le legga solo Josephine… Io sto leggendo “tennisspelarna” (“I giocatori di tennis”) di Lars Gustaffson, che mi sento di consigliare caldamente, e qualche altro scrittore svedese. E poi abbiamo guardato anche “Extras”, un grande show.
Fai il nome di una band che avete ascoltato tutti assieme quando eravate in tour e perché.
I Kinks. Tutto il guitar pop degli Anni Sessanta funziona bene in furgone, ma soprattutto i Kinks perché è divertente da cantare tutti assieme.
Dentro “Nine Times That Same Song” già la tracklist ha un suo preciso suono e “mood”. Per le canzoni nuove che state componendo avverrà qualcosa di simile?
A dire la verità, al momento si chiamano ancora “la prima canzone nuova”, “la canzone ancora più nuova” ecc…
Ultimamente Josephine ha scritto qualcosa che io ritengo essere troppo sincero e diretto, ma credo che alla fine arriveremo ad avere buoni titoli anche questa volta.
Bene, e ora un po’ di quelle sciocche domande a raffica che si trovano in tutte le interviste su tutti i giornali, ma che funzionano sempre.
Se non fossi nei Love Is All dove saresti?
Facevo uno show alla radio. È probabile che starei ancora facendo quello.
Se i Love Is All fossero un drink quale sarebbero?
Pernod.
Da dove viene il nome della band?
Dalla serie Tv “The Man From U.N.C.L.E.”, c’era una setta hippie e la base era chiamata proprio Love Is All.
Cosa canti sotto la doccia?
If I Fell dei Beatles.
Grazie, speriamo di vedervi presto dal vivo in Italia!
Enzo
Links:
Love Is All: www.loveisall.se
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