Jen Turrell
Attendevamo da tempo un album solista
di Jen Turrell, e "One night the stars began to fall and would
not stop" è stato persino superiore alle aspettative: pop
leggero e malinconico con quel tocco intimista che già avevamo
assaggiato nei suoi precedenti EP. E' anche una buona occasione
per parlare con Jen del suo disco, del suo matrimonio tutto
indiepop con Stewart "Boyracer" Anderson e della sua etichetta,
la Red Square Recordings della quale ci siamo recentemente
occupati per recensire gli ottimi lavori di Bill Ricchini
e Gravenhurst.
Qual è stata la prima volta che hai sentito il bisogno
di mettere in musica le tue parole? E cosa ti ha spinto a
farlo?
Penso di aver avuto 16 o 17 anni. Scrivevo tipiche poesie
sull'angoscia e sui traumi adolescenziali già da anni, ma
credo che siano stati gli Smiths a farmi venir voglia di metterle
in musica. Mi riconoscevo molto in "Girl Afraid" in quel momento
della mia vita.
Ho letto che tua madre suona l'arpa. In che ambiente musicale
sei cresciuta? Come hai cominciato a fare musica e in che
modo la tua famiglia ti ha incoraggiato?
Dalla parte di mia madre sono tutti musicisti classici. Mia
nonna suonava l'arpa, mia mamma anche, mia sorella arpa e
piano, zii, zie e cugini suonavano piano, violoncello, violino,
viola, organo eccetera. In questo senso io ero una specie
di disadattata, perché nonostante mia mamma avesse cercato
di farmi imparare a suonare il violino a tre anni come aveva
fatto con mia sorella, non ha funzionato. Il pianoforte a
5 anni, il violoncello alle scuole elementari, non sono mai
riuscita a fare nulla. Odiavo esercitarmi, gli esercizi mi
annoiavano, ed ero frustrata dalla mia apparente mancanza
di abilità e di talento di fronte a tutti questi musicisti
capaci, a partire da mia sorella che riusciva a suonare qualsiasi
cosa sentisse sin da quando era molto piccola. Così quando
decisi di smettere non fu un grande dramma. Non ho più fatto
musica sino a quando non ho finito le scuole superiori e ho
scoperto che era molto più facile suonare la chitarra che
non il violino o il cello. E così ho inziato a strimpellare,
dato che avevo tutte queste parole che volevo mettere in musica.
Il tuo album ha un forse senso d'intimità e di serenità,
come se fosse stato registrato in un luogo familiare. Quanto
è importante la tua famiglia per te?
Molto importante. "One Night..." è stato registrato a casa
di mia mamma; volevamo che suonasse anche lei in questo album,
come ha già fatto in diversi altri miei dischi, ma è successa
una serie di cose che lo ha impedito, anche se speriamo di
registrare qualcosa insieme molto presto. E' difficile riuscire
ad organizzarci, con i suoi impegni con i concerti e i miei
per i tour, e il fatto che è da poco diventata nonna ha cambiato
un po' le priorità durante le registrazioni di questo album.
La
grafica di copertina è molto bella, e coincide perfettamente
con l'umore del disco. I disegni sono stati realizzati apposta
per questo album? Come sei entrata in contatto con Jen Corace?
Sì, la grafica è stata realizzata appositamente per il disco.
Jen Corace è una delle mie artiste preferite ed è anche un'amica.
Ha disegnato le copertine per tutti e sei i volumi di "The
way things change", una serie di 7" che ho finito di pubblicare
lo scorso anno con la mia etichetta Red Square Recordings,
e le copertine per i dischi di suo fratello Jason, meglio
noto come A Boy Named Thor. Jen fa l'illustratrice di libri
per bambini, libri, riviste, e ha sempre molti progetti interessanti.
Il suo sito web è www.jencorace.com.
Ci siamo conosciute quando vivevo in una casa comune (la Red
Square House) con suo fratello Jimmy a Filadelfia e siamo
rimaste amiche da allora.
Non sono riuscito a cogliere tutti i testi del disco quindi
potrei sbagliarmi, ma mi sembra che il tuo album sia organizzato
come una raccolta di storie di fantasia, come quelle che può
immaginare un bambino nella sua cameretta. C'è un concetto
che le unisce?
Beh no, non esattamente. Adesso mi pento di non aver incluso
un booklet con i testi, è una cosa che voglio sempre fare
ma mi dimentico puntualmente. Molte canzoni sono state scritte
in periodi diversi nel corso degli ultimi due anni, un periodo
di tempo nel quale la mia vita ha subito molti cambiamenti
(ho traslocato, viaggiato, ho lasciato gli amici, mi sono
sposata, ho dovuto abbandonare gli Usa per un anno a causa
delle leggi sull'immigrazione eccetera), quindi è come se
fossero frammenti di questo periodo di tempo, credo. Per un
certo periodo io e Stew siamo stati separati a causa delle
leggi sull'immigrazione mentre cercavamo di sposarci e questa
è una cosa che sicuramente traspare dal disco, e molte delle
canzoni (come Frank's song, Dreams of Drowning, Hope, Go To
Portland e Reindeer Games) parlano di amici che mi erano molto
vicini e che ora sento solo via email o per telefono, oppure
non li sento più per niente e mi preoccupo per loro.
L'umore del disco cambia. Comincia tutto in maniera molto
gentile ma mi pare che verso la fine prevalga la tristezza.
E' così?
L'umore cambia, ma credo che vada su e giù un po' di volte.
Mentre scrivevo queste canzoni ero in viaggio e in tour con
i Boyracer per la maggior parte del tempo. Di solito scrivo
le mie canzoni nei momenti più tranquilli e introspettivi,
quando non ho nessuno intorno, e questo è uno dei motivi per
cui mi ci è voluto così tanto per riuscire a registrare un
album. Molte di queste canzoni sono state scritte mentre ero
stanca, o avevo avuto notizie preoccupanti di qualcuno che
conoscevo, o quando Stew non c'era e mi mancava, e credo che
questo sia il motivo per gli umori più tristi che si trovano
nel disco. Ma trovo anche che in questo album sono riuscita
a scrivere cose più allegre rispetto agli altri miei dischi.
Sono più felice della mia vita ora di quanto non lo fossi
alcuni anni fa e credo che sia una cosa che traspare.
"One
night the stars..." è un disco sulla solitudine? Non intesa
in senso negativo ma come la possibilità di stare soli con
se' stessi?
Hmm. Non ci ho mai pensato in questi termini ma può essere.
Penso di essere una persona molto socievole, mi piace andare
in tour e vedere gli amici, ma credo che la solitudine sia
il mio stato naturale, qualcosa alla quale aspiro continuamente,
nonostante mi piaccia stare con le persone che amo.
Tu e Stewart siete una meravigliosa coppia indiepop. Come
lavorate insieme? Discutete di nuove canzoni a colazione o
qualcosa del genere?
Credo che lavoriamo molto bene insieme. Stew è sempre impegnato
su un milione di progetti alla volta e alla massima velocità,
e io di solito sono quella che dice "ok, vediamo che cosa
dobbiamo fare prima, come ci organizziamo..." eccetera. Suoniamo
tutti e due nei progetti dell'altro, ma per la maggior parte
ci limitiamo a darci sostegno reciproco. Io scrivo tutte le
mie canzoni, ne stabilisco le tracce e poi lui aggiunge le
sue cose, e con i Boyracer lui scrive tutte le canzoni e io
suono in studio e ai concerti. Stew è il mago delle registrazioni,
e io mi occupo degli aspetti organizzativi. Credo che sia
un buon equilibrio.
Quanto è stato coinvolto Stewart nel nuovo disco?
Come dicevo, io registravo le canzoni, di solito con una sottile
traccia ritmica se pensavamo che un certo beat potesse funzionare,
poi l'ascoltavamo e discutevamo di cosa farne. Lui aggiungeva
le percussioni, che secondo me modificano drasticamente il
feeling di una canzone, e poi insieme aggiungevamo gli altri
strumenti e le parti vocali.
Abbiamo recensito alcune ottime uscite Red Square (Bill
Ricchini, Gravenhurst). In che condizioni si trova l'etichetta?
Sfortunatamente l'ultimo anno ha praticamente azzoppato la
Red Square dal punto di vista finanziario. E' un periodo piuttosto
duro. I nostri distributori in Francia, Spagna, Germania e
Svezia sono stati costretti a chiudere o hanno smesso di comprare
merce oltreoceano, le vendite in inghilterra sono crollate,
ed anche negli USA sono diminuite, sebbene non altrettanto
drasticamente. A causa di ciò stiamo un po' ridimensionando
i nostri programmi, per un po' di tempo taglieremo le nuove
uscite e cercheremo di tenerci a galla sino a che il futuro
non sarà più chiaro. Molte altre etichette, tra cui la 555
di Stew, stanno avendo gli stessi problemi. Molti dei nostri
amici non stanno più facendo musica perché sembra che nessuno
abbia più intenzione di comprare i dischi. Spero che non sia
così e che tutto tornerà alla normalità un giorno, ma chi
può dirlo. Comunque io e Stew continueremo a suonare e a pubblicare
la nostra musica anche se non possiamo più pubblicare i dischi
di altri artisti. Possiamo sempre vendere i nostri CD ai concerti,
che è il luogo dove facciamo i migliori affari comunque. Dunque
c'è ancora speranza.
Salvatore
Links:
Jen Turrell@indiepop.it: bands/jenturrell.htm
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