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Gypsophile

Indiepop.it ha intervistato Guillaume Belhomme, in arte Gypsophile.
Con cinque lavori all'attivo, approdati dalla bossanova al free-jazz, Belhomme è ad oggi uno dei maggiori e più incompromessi autori di talento che ha offerto la recente canzone francese.
L'autore ci parla del percorso della propria musica, di come alcune, nuove scoperte "decisive" abbiano favorito un nuovo sguardo nella creazione musicale, nonchè un diverso approccio alla composizione.
Ma anche di come, oggi, Guillaume ricorda i propri esordi, il pop che ascolta, e la sua nuova label, Lenka Lente...

"Les profils des dômes" è probabilmente il tuo lavoro più intimo, e allo stesso tempo quello più sicuro dei propri mezzi. Cosa ci puoi dire al riguardo?

Volevo che "Les profils des dômes" fosse una forma musicale concentrata di ciò che è Gypsophile oggi. Il fatto è che quando lavoro per altre etichette devo sempre fare delle concessioni, e questo è stato vero soprattutto per "Eloquence des fatigués": mi piace ancora quel disco, ma vorrei aver potuto lavorare maggiormente sulle canzoni più "dark" e non avrei voluto pubblicare quelle "easy fantasy". Avrei voluto tenere e lavorare su "Vers la mélisse" anche se questo significava escludere "Les femmes à barbe".
Oggi possiamo pubblicare "Les profils des dômes" per la nostra etichetta, Lenka Lente, e questi desideri diventano realtà. Le canzoni sono più intime, come dici tu stesso, e la struttura dell'album è più sincera, propone canzoni che non sono canzoni, e strumenti non completamente melodici.

Dall'altro lato volevo pubblicare, come tutte le altre volte, un album che desse degli indizi sul lavoro che c'è dietro: il titolo, "Les profils des dômes", è un estratto dal Maldodor di Lautreamont. E se ne ha voglia l'ascoltatore può andare in libreria e cercare le connessioni. Mi piacerebbe permettere alla gente di scoprire nuovi mondi grazie a un singolo lavoro come questo. Tutte le opere d'arte sono collegate da fili, c'è solo bisogno di pazienza e voglia di investigare per scoprire tutte le connessioni e aprire nuovi orizzonti. Spero che "Les profils des dômes" riuscirà ad introdurre gli ascoltatori in questo genere di atmosfera.

Le canzoni più accessibili come "Les banlieues belges" o "Les voûtes immenses" sono senza tempo, e lavorano sulla tradizione francese, mentre altre sono al limite della free music. C'è un concetto che unisce questi approcci differenti? E perché hai usato una voce femminile per "Les banlieues belges"?

Parlare di "concetto" è eccessivo. Il disco esprime semplicemente il nostro modo di rapportarci alla musica in questi tempi. Abbiamo voluto sviluppare l'idea che una canzone improvvisata e priva di melodia potesse sembrare ancora meno melodica se messa di fianco ad un pezzo classico (preferisco usare questo termine piuttosto che "accessibile"), e viceversa. Il risultato è - ancora - qualcosa che volevo proporre all'ascoltatore: scrivo canzoni "classiche" ma mi piace anche preparare tracce di canzoni che poi saranno improvvisate. Per me, un disco può proporre questa idea di due approcci diversi. Spero che piaccia anche a chi ascolterà "Les profils".
Per quel che riguarda "Les banlieues belges", la canzone è stata scritta per Marine. Due anni fa avevo in programma di dedicare un intero album a lei, nel quale avrebbe cantato 10 o 11 canzoni, e di proporlo poi a Alexander Bailey di Radio Khartoum. Ma quell'idea si è persa. Comunque "Les banlieues belges" suona meglio con la sua voce, e con l'espressione che le dà.

Per quel che ci riguarda, Gypsophile è un connubio originale di musica, arte visiva e poesia. Come nasce tutto ciò?

Innanzitutto grazie... ma davvero non so cosa rispondere. Potrei dirti la stessa cosa che rispondono le modelle alle domande sulla loro bellezza: è una cosa naturale, sono così quando mi sveglio alla mattina...

Michael Korchia (Watoo Watoo) ci ha parlato delle tue prime esperienze descrivendoti come un ragazzo molto timido. E' cambiato qualcosa in tutto questo tempo? La musica è mai stata un mezzo per sfuggire a questa timidezza?

Michael probabilmente è l'unica persona in grado di ricordare i miei "inizi"... credo che questo mio lato timido abbia qualcosa a che fare con l'educazione. In realtà non sono affatto timido, ma spesso non gradisco stare in compagnia, e preferisco allora lasciare che gli altri parlino della mia incredibile timidezza... se questo li rassicura, siamo tutti contenti (ovviamente non sto parlando di Michael)

Ognuno dei tuoi dischi è un passo in avanti, ma c'è sempre qualcosa che mostra le origini e il senso di appartenenza delle tue canzoni. E' cambiato qualcosa nel tuo linguaggio musicale rispetto agli inizi? Pensi di aver sviluppato alcuni aspetti della tua arte più di altri?

Sì, le cose sono cambiate. Credo che nessuno ascoltando "Les profils" subito dopo "Apart in Alep", l'EP che ho pubblicato nel 1997 per Elefant records, possa dire che si tratti della stessa persona.
Riguardo alle origini, non si possono dimenticare i primi passi fatti nella creazione dell'opera d'arte. Nel 1997 ad esempio ascoltavo tutto il tempo puro pop o gruppi molto noisy, e poi i padri della bossa. Allora ero influenzato da queste forme di musica e le mie composizioni venivano soffocate da simili influenze.
Col tempo ho imparato diverse cose grazie ai concerti, alle sedute di registrazione, ai libri sulla teoria musicale... ho imparato a ripensare il mio approccio agli strumenti, il mio modo di comporre, rifiutando sempre il gesto più naturale. Rifiutare la musica che ascolti e che ti piace è comunque un'influenza sulla musica che componi, e anche molto importante.

Se c'è un aspetto della mia musica che ho sviluppato più di altri è sicuramente la mia percezione dell'improvvisazione. Sono ormai tre anni che proponiamo dal vivo le canzoni dei dischi in una forma destrutturata. L'idea è di prendere il cuore della canzone, come fanno i jazzisti con gli standards, e sviluppare la musica attorno ad essa con l'improvvisazione, i silenzi e le pause. La free music mi ha aiutato molto. Per mesi ho ascoltato ogni tipo di musica improvvisata (e devo dire che il 75% è fatto di dischi brutti e pomposi) e ho letto libri sull'argomento. Il primo risultato di ciò è che oggi ci fa sempre più piacere suonare questo tipo di cose. Parlo di un risultato personale, non di quello che può percepire l'ascoltatore.

Che giudizio dai oggi dei tuoi primi lavori?

Molto negativo se parliamo di "Apart in Alep" (tranne la canzone "Leaving with Liv"), più o meno accettabile per "Unaneelmi" e "Gypsophile versus Shop", abbastanza buono per quel che riguarda l'aspetto bossa-pop malinconico di "Songs of a thousand nights". Mi piace molto ascoltare "De loin, les choses" in questi giorni. E' l'album nel quale la musica che suoniamo oggi comincia a prendere vita. Mi piacerebbe poter dire che "Eloquence des fatigués" è un album perfetto, ma canzoni come "Les femmes à barbe" e "Qu'est-ce que je deviens ?" dimostrano che non è così.

I tuoi lavori più recenti sembrano lavorare sul free jazz e sulla musica concreta, prendendo da quei mondi distanti elementi fortuiti e interazioni con l'ambiente. Che interesse hai in questi stili?

Sì, ascolto musica contemporanea: apprezzo molto Morton Feldman, o le cose più calme di Berio. E alcune parti di piano di Cage, Ligeti e the Singcircle periodo Stouckhausen.
La mia opinione sulla Musique concrete, se parliamo di Pierre Henry o della band dei cercatori di Radio France, non è molto buona dal punto di vista dell'approccio musicale. Dissento però sui "mondi lontani". Sun Ra sentiva poesia provenire dalla terra, e non dal cielo.

Il free jazz provoca in me un piacere più intenso. Ammiro grandi personaggi come Jimmy Lyons, Steve Lacy, Jacques Coursil, e ho pensato molto alla tromba creola di Coursil mentre lavoravamo a "Les profils des dômes", alle sue intuizioni di piazzare una nota in un punto piuttosto che in un altro, di sovrapporre i silenzi. Era uno degli artisti più ignorati del gruppo di musicisti free che registravano gratis per Byg o ESP... e poi Marzette Watts, Sonny Simmons e Sunny Murray, che ho visto suonare l'anno scorso a Parigi davanti a un pubblico di ventisei persone. Un tizio alto due metri, che sorrideva a tutti, seduto dietro alla batteria in maniera assolutamente naturale. Allora ho pensato che lui fosse forse l'ultimo a mantenere vivo questo lato libero e naturale del jazz. Un musicista e un uomo, così lontano da tutti quei pessimi artisti che chiamano "jazz" la loro musica e suonano ovunque, per banchieri in libera uscita e giovani snob che fumano sigarette giapponesi.

Qual è l'aspetto che ti affascina di più nell'atto di comporre e suonare la tua musica?

Non so rispondere.. non credo che un artista "onesto" possa dirti che è affascinato dall'atto della composizione. La composizione può essere un mistero per chi non compone, come lo è parlare 12 lingue per chi ne parla solo una. Ma un compositore non deve cercare di spiegarla.

Quello che mi affascina nell'atto dell'esecuzione è il fatto di poter suonare davanti a ragazzi e ragazze dei quali non so nulla e, per definizione, di non aspettarmi applausi da loro. Restano a sentirmi, e questo è sufficiente.

Quali sono i tuoi artisti preferiti nella scena attuale? E a quale periodo musicale passato guardi con più frequenza?

Mi piace molto Jim O'Rourke nei suoi album più melodici, e Mark Hollis... Per quel che riguarda l'indiepop, adoro ascoltare le cose che sentivo dieci anni fa: Ride, My Bloody Valentine, PJ Harvey… poche cose nuove. Un tizio inglese chiamato Cavil ha pubblicato l'anno scorso un ottimo disco pop per una label francese, Acetone.
Il periodo passato a cui guardo più spesso è quello del primo free jazz di cui ti parlavo prima. Ascolto con piacere Eric Dolphy e John Coltrane ("Alabama" in cima alle preferenze).

Perché hai scelto di fondare un'etichetta per pubblicare questo disco? Che scopi ti proponi e quale sarà l'indirizzo artistico della Lenka Lente?

L'ho fatto per non essere costretto a fare concessioni con "Les profils des dômes". Nessuna etichetta avrebbe detto sì a questo tipo di lavoro. In effetti alcune etichette ci hanno risposto "non è possibile. Molto bello, molto personale, ma non è possibile".
Non so ancora se Gypsophile pubblicheranno tutti i loro dischi per Lenka Lente. Ma so che ci piacerebbe produrre altri artisti che suonano musica non inquadrata, se ce la sottoporranno. Vogliamo proporre musica diversa, un miscuglio delle due cose di cui parlavamo prima: improvvisazione e composizione. E ovviamente proporremo i CD a basso prezzo.
Chiunque voglia conoscere lo scopo dell'etichetta dovrebbe leggere l'autore Ceco L. Skvorecky; una sua storia parla di una ragazza, Lenka, libera, veloce e insolente. La musica che l'etichetta vuole proporre deve essere il corrispondente di Lenka, ma lentissima, "lente". Lenka lenta.

Fabio, Salvatore

Links:

Gypsophile Website: www.gypsophile.com
Gypsophile@indiepop.it: bands/gypsophile.htm