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George

Un cuore nuovo e migliore. Non dubito che nel periodo trascorso tra il primo e il secondo album, Suzy Mangion e Michael Varty abbiano sviluppato qualcosa di simile, espandendo ulteriormente il campionario di emozioni che la loro musica esprime. Meraviglia, nostalgia, gioia infinita e tenerissimo rimpianto.
Perché poi, A Week Of Kindness non è un disco tanto diverso da The Magic Lantern. Tutt'altro. Ma riesce nell'impresa di ridurre quello che sembrava un disco già bellissimo e maturo ad una mera preparazione per quest'ultima prova, di spessore talmente ingombrante da coprire l'orizzonte.
Tanto è il suo valore che si esita a fornigli una collocazione: è un disco certamente pop per l'incessante inseguimento della melodia mai sacrificata allo scopo finale, eppure appare riduttivo limitarlo a questo. Per la lentezza con la quale si sviluppa, per la capacità di costruire una tensione che mal si accorda allo scopo rievocativo dell'opera, A Week Of Kindness offre ad ogni angolo nuove, insospettate chiavi di lettura. Si agita nel buio per mostrare un cuore vivo e sanguinante: offre emozioni vere, ricarnifica lo slowcore svelando il falso dell'antitesi tra musica "fruibile" e "intensa", e mentre scaturisce da un bagaglio di consapevoli ricordi si offre senza pretenziosità come un felice frutto del caso.
"Effortless", è la parola inglese da usare in questi casi. Descrive qualcosa che arriva in maniera così naturale da essere indolore, e per questo inconsapevole della sua stessa bellezza. Intenso ed effortless (l'equivalente italiano "senza sforzo" non sottintende lo stesso valore, lo stesso stupore), "A Week of Kindness" accumula tensione e dolore ("Week Of Wonders") e li rilascia in un ballo liberatorio ("Sunday Painter"), coltiva ossessioni ove tutto è permesso: in amore ("Spend My Time") e in guerra ("My Fear Keeps God A-Hiding"), e corona il tutto con un classico istantaneo come "Song of Degrees", che in poche note annichilisce buona parte dei transienti capolavori pop dell'anno.
E poche note bastano ai George, che lasciano spazi vuoti per virtù e necessità: come due ragazzini intenti a replicare i dischi dei genitori chiusi nella propria cameretta armati solo di voce, tastiere e qualche effetto troppo economico.
Quest'altro, ha da ultimo A Week Of Kindness: non possiede gli slanci giovanilisti dell'indiepop, è un disco che puoi presentare in società e fare la tua bella figura. Guarda alla nobile tradizione folk/rock del Regno Unito ma poi si accomoda caldo in quella zona del cuore che riserviamo alle debolezze, e ai dischi più sinceri. E quando un disco sa fare tutto questo.

.diventa disco dell'anno. Abbiamo chiesto a Suzy Mangion, che oltre ad essere metà esatta del gruppo coltiva esperienze da vocalist (in primis con i Piano Magic) di raccontarci qualcosa dei George e di questo disco, e l'intervista che ne è scaturita si è rivelata non meno profonda e rivelatrice del disco che abbiamo tanto amato. Ecco a voi Suzy Mangion.

Avete lavorato al primo disco per un periodo di tempo molto più lungo, eppure questo nuovo mantiene la stessa profondità ed intensità del suo predecessore, riuscendo ad essere ancora più vario. Per quanto tempo avete lavorato su "A Week Of Kindness"? Avete modificato il vostro approccio dopo le lodi ricevute dall'esordio?

E' strano rispondere adesso, mentre sto lavorando alle registrazioni del nuovo album. Per "The Magic Lantern" ci è voluto tutto quel tempo solo perché le cose sono andate storte - tra le altre cose abbiamo perduto la maggior parte delle registrazioni e ci è toccato inciderle di nuovo. La lavorazione di "A Week of Kindness" è iniziata nel 2003, quando il primo album non era ancora uscito, ed abbiamo finito di registrarlo quello stesso anno. Poi mi sono lasciata un po' distrarre e ho impiegato un sacco di tempo per organizzare gli ultimi ritocchi, come i pezzi suonati dai musicisti ospiti e il mixaggio.
La varietà è qualcosa che mi sta molto a cuore, perché non voglio che sembri che abbiamo solo una canzone per ogni album come succede ad altre band. Ho sempre paura di dare l'impressione di avere poche idee, quindi tendo a provare ogni volta qualcosa di nuovo. Naturalmente ci sono dischi splendidi che mantengono lo stesso tono e ritmo per tutta la loro durata, ma parlando in generale ho paura di fare qualcosa che finirebbe con l'annoiarmi.
"A Week of Kindness" è un miscuglio di pezzi scritti e registrati d'impulso (come "Week of Wonders" o "The Living Sound") e canzoni che sono ormai vecchie di 7 o 8 anni ("This Will Not Stop"). Abbiamo usato meno chitarre perché nel 2003 ho smesso di suonare la chitarra, ma ho cominciato ad usare il banjo, quindi il suono è cambiato. Sto prendendo sempre più confidenza con le registrazioni e specialmente con il modo di usare la mia voce e le armonie, e riesco ad osare un po' di più con gli arrangiamenti. Ma sto cercando di lavorare più intensamente al momento, e ho registrato un quarto del nuovo disco nell'ultimo mese soltanto.
So che c'è gente che ha grosse aspettative, e anche se mi spiacerebbe deluderli il mio unico scopo è soddisfare me stessa, ottenere un suono in grado di emozionarmi.

Mi sembra mettiate molta cura negli arrangiamenti e nel ricercare il giusto equilibrio tra gli strumenti. Sono cose che necessitano di un lungo studio?

Grazie. Metto molta attenzione negli arrangiamenti, non amo le produzioni eccessive che riempiono tutti gli spazi e hanno un suono disordinato. Ogni cosa deve avere un posto preciso e una ragione per il suo utilizzo. Il mio studio è a casa mia, è molto piccolo e low-budget ma mi offre la possibiltà di avere il controllo assoluto - HA HA!
Non conosco la notazione musicale abbastanza bene da saper scrivere gli arrangiamenti su carta, quindi devo dare ai collaboratori dei terribili demo in cui io canto le parti imitando i loro strumenti - esistono tutte queste orribili versioni delle canzoni dei George con me che canto fingendo di essere un clarinetto o un violoncello.

Quando arrangi un pezzo tendi ad aggiungere o a sottrarre?

Aggiungo e sottraggo. Avendo la possibilità di costruire una canzone a casa e di registrare ogni struttura della canzone prima di cominciare a pensare cosa fare con la successiva (anche se a volte capita di avere in testa tutte le idee sin dall'inizio), aggiungo le cose con molta calma. Ma l'elemento della sottrazione, il fatto di togliere le note che si limitano a "riempire" e cercare di ridurre l'arrangiamento in poche parti è sempre presente.
Con le armonie vocali di solito aggiungo, aggiungo e aggiungo, ma non sempre. In alcuni pezzi, come "Fabula", tolgo le parti vocali in eccesso se ho l'impressione che il suono sia troppo caotico.

La tua voce è un elemento essenziale nel sound dei George, spesso è trattata con numerose sovraincisioni. Quanto sono importanti melodia ed armonia per te?

Come forse hai già indovinato: moltissimo. Il canto armonico è sempre stato una costante per me da quando ho cominciato a cantare. Ho cominciato a 13, 14 anni cantando pezzi di gruppi vocali anni 60 sull'autobus che mi portava a scuola con le mie amiche, ogni giorno: le mie prime esibizioni in pubblico. Adoro quel suono; è più di un suono, una sorta di tessuto sonoro che si dispiega quando le voci giocano l'una con l'altra in quel modo. Molta della musica che mi ha influenzato usa armonie ravvicinate o elaborate, e la stessa cosa fanno molti dei cantanti che ammiro. Harry Nilsson, Mama Cass, i Beatles, Elliot Smith, Velvet Underground, Beach Boys, Abba.
Ora che sono una cantante professionista e prendo sempre più confidenza con la mia voce mi piace sperimentare con le armonie vocali come facevano ad esempio i Cocteau Twins, che penso fossero a loro volta influenzati dai canti Bulgari, davvero magici e incantati, al di sopra delle mie possibilità. Anche Nico possiede una qualità mistica alle mie orecchie, e le semplici armonie delle prime canzoni di Leonard Cohen. A volte però mi piace abbassare il volume e semplificare la voce per quanto mi è possibile, per aggiungere intimità al pezzo. E questo può giustificare il fatto di avere un'armonia in 10 parti nel pezzo successivo!

Molti vi hanno paragonato ai Low, ma credo che il suono dei George abbia almeno due caratteristiche uniche e distinte: primo - è molto inglese e secondo - riesce a contenere le sue emozioni nello spazio di una canzone da 3/4 minuti, rendendola molto più accessibile e - a mia opinione - gradevole.

Mi fa piacere che tu sia in disaccordo con il paragone ai Low. Ovviamente ci sono similitudini - la tristezza, gli arrangiamenti sparsi, le armonie vocali uomo/donna. Ma abbiamo un suono così diverso, e le nostre canzoni sono così diverse! Ammiro e mi piacciono i Low, ma trovo un po' sciocco che la gente noti solo queste similitudini superficiali. Ci sono migliaia di band con quattro ragazzi - batteria, chitarra, basso e voce - che cantano pop songs da 4 minuti, ma non vengono continuamente paragonate ai Clash, anche se probabilmente hanno molte più cose in comune con i Clash di quante noi ne abbiamo con i Low.
La englishness è una buona cosa; in passato ero convinta di coltivarla, ora non ne sono più tanto certa. Mi piaceva l'ironia tutta inglese contenuta nel nostro nome, "George".
Per molti anni non mi sono sentita inglese o britannica. I miei genitori vengono da due paesi diversi, la maggior parte dei miei parenti è all'estero, e sono cresciuta con uno strano mix di culture - Irlandese, Maltese ed Inglese - molto specifico della mia famiglia.
Nel posto dove sono cresciuta mancavano riferimenti culturali alle mie origini. Sono nata a Durham, nel nord-est dell'Inghilterra. Recentemente ho letto su un giornale un articolo sulle multiculture del Regno Unito, con mappe dell'immigrazione e della distribuzione culturale. Durham era vuota, perché non ha accolto un numero di immigrati significativo, ed è una delle regioni inglesi meno varie dal punto di vista etnico. Il che ha confermato quello che già sapevo: quando crescevo, i genitori di tutte le persone intorno a me erano inglesi, e la maggior parte di loro veniva dalla Contea di Durham, e così per i loro nonni, bisnonni eccetera, per generazioni.
Quando mi sono trasferita per frequentare l'università, la maggior parte degli studenti erano di Londra, e le loro origini così miste, era una cosa fantastica per me! Sono cresciuta con un grande senso di estraneità, con la coscienza di non appartenere veramente a questo luogo, eppure quando vado a Malta tutti mi dicono che sono molto Inglese.
La musica mi ha certamente aiutata atrovare un'identità qui, anche se ironicamente siamo più apprezzati nel resto d'Europa. Credo che io e il mio suono abbiamo caratteristiche più europee, anche se il senso dell'umorismo e i riferimenti sono così specificatamente e stranamente inglesi che finisco con il tradirmi!
Sono in grado di parlare per ore di piccole curiosità e pettegolezzi tutti inglesi come Terry Scott o Lestor Piggot con Nigel Turner (di Pickled Egg), e mi trovo in difficoltà se devo spiegare ad un americano di cosa si tratta e perché questo tipo di cose mi diverte!
La maggior parte dei miei preferiti tra scrittori, musicisti ed artisti non è inglese. Trovo che comunque sia accettabile essere sottovalutati nel proprio paese: pensa a James Joyce, cacciato dall'Irlanda perché i suoi libri erano considerati "sporchi"; ora è una specie di santo nazionale!

Per quanto riguarda le emozioni, la musica per me è interamente una questione di emozioni, da controllare in forme precise ed utilizzabili. Non potrei mai fare della musica fredda: se riesco a mantenere il distacco da una canzone e poi esamino i miei pensieri, mi accorgo che non mi piace. Non c'è più spazio per la musica che "mi piace abbastanza".
Amo le canzoni. E non voglio apparire troppo convenzionale, ma ho l'esigenza di esprimere qualcosa in forma concisa e semplice. E' per questo che mi piacere avere pezzi di diversa brevità.
Spesso mi capita di essere annoiata da pezzi troppo lunghi - per esempio ci sono sinfonie che adoro e di norma amo Wagner, ma spesso avverto un senso di eccessiva lunghezza e di complicazione non necessaria che è frustrante per l'ascoltatore. Mi piacciono le composizioni capaci di identificare il suono giusto, quindi i preludi e il Carnevale degli Animali di Debussy.
Per quanto ci riguarda, penso che secondo molta gente stiamo nel mezzo: non abbastanza accessibili per qualche sciocco perché non usiamo sempre il 4:4, non cantiamo "baby I'm on my knees, please" e non infiliamo le otto battute e mezzo in ogni canzone! D'altra parte canto canzoni sbarazzine con cori, che di certo non vinceranno il premio per l'intelligentia elettronica.
Cerco semplicemente di fare qualcosa che mi diverta e mi ispiri.

Che rapporto hai con la musica folk inglese, vecchia e nuova? Ti ispiri solo alla tradizione inglese o guardi anche altrove?

Sai, credo di non possedere nessun disco folk inglese - mi hanno regalato CD di Mary Hopkin e Donovan per il mio ultimo compleanno, ma loro sono gallese e scozzese e molto celtici. Non credo di avere alcun rapporto con la musica folk, fatta eccezione per alcune band di Pickled Egg che ammiro come Nalle e Big Eyes e che si rifanno a quella tradizione in maniera evidente.
Mi ispiro a inni sacri, studi al pianoforte, musica da film e telefilm che apprezzo. e poi musica folk americana, country, yodeling. mi piacciono Gainsbourg, Jacques Brel, Charles Trenet, Domenico Modugno, Francoise Hardy. Come vedi, sono allineata alle mode più recenti.
Come dicevo prima, la qualità inglese del nostro suono è solo un rivestimento; per questo credo che sia così inglese - essere inglese non significa avere forti radici qui, ma possedere un'affinità per le piccole cose, le casette per gli uccelli, tè e biscotti, i tuoni in agosto. E' una questione che ha a che fare con la memoria delle cose, per quel che mi riguarda. I Beatles sono il mio unico e duraturo legame con la musica inglese, ma hanno uno stile particolare e tutto loro.
E' vero però che provo ad usare uno stile vocale molto chiaro, che ha molte similitudini con il folk. Lo faccio perché cerco sempre di "trattenere" qualcosa mentre canto, voglio trasmettere l'idea di controllare le mie emozioni anziché lasciarle esplodere, come fanno molti cantanti oggi in maniera disordinata e poco interessante.

Mi pare che il vostro album cerchi di legare insieme due epoche diverse: la Vecchia Inghilterra e il tempo presente. Può sembrare un disco che proviene dal passato ma ha una presenza concreta qui, nel nostro tempo.

Come avrai immaginato, i mie gusti musicali non sono molto attuali. I miei gusti, in ogni campo, tendono a stare lontani dalle mode. Non ho alcun desiderio di essere diretta verso qualcosa soltanto perché è nuova ed è apprezzata da un gran numero di persone. Preferisco ritirarmi e trovare la mia strada attraverso la musica. Ci sono artisti di oggi che apprezzo, ma il suono che cerco di ottenere è probabilmente ispirato da qualcosa di molto più antico.
Amo le vecchie registrazioni, possiedono un grande calore. Amo il suono piatto e compresso di un vecchio disco jazz; oggi puoi ottenere questo suono con un equalizzatore, o trasferendo il tutto su una cassetta.
Tendo ad usare vecchi strumenti, non sono interessata alle registrazioni con il computer perché non voglio avere lo stesso suono di tutti gli altri. Usare suoni antichi mi costringe ad essere inventiva nel modo in cui li utilizzo, è una sfida per me. E questo è probabilmente ciò che tiene il numero uno in classifica lontano dalla mia portata!

Ero convinto che "A Week of Kindness" fosse un disco mediamente allegro, sino a quando qualcuno non mi ha fatto notare il contrario. Useresti dei punti di riferimento simili (gioia/tristezza) per parlare della tua musica? Cerchi in qualche modo di mantenere un equilibrio tra i due estremi?

Sì, assolutamente, l'una non può esistere senza l'altra. "Happy/Sad" di Tim Buckley, a proposito, è un disco che mi piace molto e che viaggia dentro e fuori da queste sensazioni con molta leggerezza.
Io sono una di quelle persone ridicole che non riescono a godere di un momento di felicità senza rendersi conto che prima o poi dovrà finire. Non si tratta necessariamente di pessimismo, per molti versi sono una persona allegra e abbastanza divertente, ma mi pare che la malinconia sia collegata alla gioia. Ad esempio, continuo a pensare che il fatto di amare qualcuno ti porterà inevitabilmente a soffrire, un giorno. Il che non significa che non devi amare o godere la vita, ma è una consapevolezza che è sempre con me.
Direi che tutti i dischi dei George sono molto tristi, non lasciarti ingannare dal trucchetto di qualche canzone allegra. E' dura scrivere una canzone completamente allegra senza sembrare vacuo - amo Stevie Wonder, ed anche se è riuscito a esprimere totale felicità in "Isn't she lovely", un pezzo come "Happy Birthday" è duro da sopportare!
Recentemente comunque ho registrato un pezzo semi-scherzoso sul tip tap del quale sono abbastanza soddisfatta.

Anche se non ha parole, un pezzo come "Vanishing Sounds of Britain" suggerisce in maniera forte la nostalgia per le cose passate. E' un sentimento importante per te? E quali sono i suoni di cui parla il titolo?

Nostalgia è una bellissima parola, combina l'idea greca del ritorno a casa (nóstos) con quella della sofferenza (Álgos), ed esprime un desiderio di natura fisica per la propria casa, le proprie origini. E non posso dire a sufficienza quanto siano importanti i concetti di memoria e casa per me. Molte persone che ammiro usano questo senso di nostalgia in modo da levare il fiato. Non si tratta di nostalgia gergale, quella per i "bei vecchi tempi", ma per l'impossibilità di rivivere qualcosa che appartiene al passato. Come in quella poesia, credo sia di Shelley ma non ne sono certa, che dice: "Guardiamo avanti, indietro/straziati da quello che non c'è/ i nostri canti più dolci dicono i pensieri più cupi."
Mio marito mi ha appena ricordato di una stazione radio francese che ci piace ascoltare durante le nostre vacanze, Nostalgie, che ogni mattina sembra suonare "In the Summertime" di Mungo Jerry.
Il mio amico Mark Currin (che suona con il nome di Shirokuma) un giorno mi ha detto di aver trovato questo disco intitolato "Disappearing Sounds of Britain Volume 1" e ci è sembrata un'idea spiritosa e magnifica. Non ricordo che cosa contenesse - penso spezzoni di parate di cavalli, bande musicali, l'esultanza della folla. Abbiamo scritto questo pezzo con piccole parti di tastiera e ho usato un meraviglioso vecchio registratore preso in prestito, che ha un aspetto davvero fantastico, per registrare il pezzo al contrario che arriva prima di "Vanishing Sounds of Britain". Poi ho messo un piccolo pezzo di Paul Auster che parla, prima di farlo svanire. E' il mio autore vivente preferito ed ama scrivere di gente che svanisce, quindi è stato una specie di scherzo privato. Alla fine della canzone si sente un pezzo registrato al dittafono di me che chiedo a Michael come si prepara una tazza di tè, che nelle intenzioni doveva essere qualcosa di molto inglese. La cosa bella però è che lui sbaglia tutto e confonde completamente l'ordine degli eventi: io dico "scaldare il bollitore. E poi che si fa?" e lui "si versa l'acqua, e si mettono le bustine da tè nelle tazze", il che farebbe ottenere un tè pessimo, e molto poco inglese.

C'è un elemento (musicale, lirico, o altro) che credi sia indispensabile per il vostro suono? Qualcosa che cerchi di inserire in ogni pezzo che scrivi?

Metto le armonie nella maggior parte dei pezzi ma non in tutti, e naturalmente alcuni di loro sono strumentali. Mi piace avere una sorpresa in ogni canzone, quindi mi capita di aggiungere qualcosa di inatteso alla fine del pezzo, o di inserire uno strumento imprevisto a canzone iniziata. Le cose essenziali riguardanti i suoni però, almeno per me, sono due: la prima è averne pochi, correttamente piazzati, l'altra è cercare di trattenersi, per evitare di apparire sfacciati.

Se potessi scegliere un posto ed un'epoca diversi nei quali vivere, quali sceglieresti?

Ci ho pensato per tutta la settimana e ancora non riesco a decidermi! Senza considerare gli eventuali pericoli e il pragmatismo, ci sono diverse ere che mi interessano. Gli anni fra le due guerre a Berlino e la sua scena dei Cabaret mi affascinano molto, ma politicamente è stato un periodo orribile. L'era psichedelica dei tardi anni 60 sembra divertente, ma forse solo perché ha questa eccitante patina di diversità. Mi piace perché è così lontana e "altra", se fossì lì diventerebbe realtà e probabilmente anelerei agli anni 40.
Credo che sceglierei il periodo 1978-1983, i primi cinque anni della mia vita. Li chiamo "gli anni dell'orzata" per ragioni di cui non sono più molto sicura. Amo fotografie e oggetti di quell'epoca, perché le memorie sono così distanti ma quasi raggiungibili. E mi piacerebbe essere in un posto caldo e con più sole, probabilmente nel Mediterraneo: Malta, ma senza essere confinata lì, con la possibilità di tornare a godermi l'estate Inglese con la sua foschia e i suoi crepuscoli. Quindi in pratica ho scelto di tornare a casa della mia tata, prima che la vita e la scuola iniziassero a pressare, seduta per terra a suonare con il mio piano giocattolo. Che fuga sciocca!

Cito dalla recensione di Pitchfork: "i George suonano musica da ascoltare da soli". Pensi mai a come la gente ascolta e reagisce alla tua musica?

Beh, spero che quando piace alla gente, piaccia davvero molto. Voglio fare musica come quella che amo, che non è adatta solo per fare da sfondo a qualcosa, perché ti accorgi che devi fermarti ed ascoltarla come si deve. Non ci sono molti dischi del genere, ma sono quelli che mi piacciono di più.
Non voglio fare musica che piaccia "abbastanza" a migliaia di persone, preferisco comporre qualcosa che verrà amato da dieci persone. Probabilmente non è musica che sollecita la socialità, non è qualcosa che puoi mettere ad una festa mentre chiacchieri con gli amici. Ma d'altra parte di solito sono sola quando compongo, quindi non è una creazione sociale.
Probabilmente la gente la ascolta, magari in cuffia, mentre fa una passeggiata, melodrammaticamente, in inverno. Un po' di persone mi hanno detto che la ascoltano mentre stanno per addormentarsi. E' un sonnifero!

Infine: a cosa si riferisce il titolo del disco?

A una raccolta di novelle di Max Ernst intitolata "Une Semaine de Bonte". E' un libro molto speciale per me. I suoi collage usano quelle che già al tempo erano immagini fuori moda e li costringono a stare insieme per prendere vita in un modo inquietante, evocativo. Ha così poche parole che puoi costruirci sopra una tua storia; sono storie silenziose, forse diverse ogni volta che le guardi. Consiglio di procurarsi una copia di questo libro magico!
Molte delle canzoni di questo disco parlano delle giornate e del tempo, ed anche la gentilezza è una qualità che oggi è sottovalutata e spesso mancante.



Salvatore

Links:

George@Pickled Egg: www.pickled-egg.co.uk/george.htm
George@indiepop.it: bands/george.htm