Ballad of the band, blues of
the young man
La canzone della band allo specchio,
il riflesso del tempo sul giovane musicista.
Vedere il percorso della musica dei Felt come l'anelito alla
perfezione pop fuori dal tempo colloca "Ballad of the Band"
nel punto esatto in cui la pietra lanciata entra nell'acqua.
Punto da cui si allargano i cerchi sempre più ampi dei molti
loro brani che dilatano la forma canzone con forme classiche
e psichedeliche, con innesti di reinvenzioni sixties, con
lentezze ed elegie ambientali che astraggono il paesaggio.
Qui nella "Ballad" l'impasto fra hammond e chitarra raggiunge
un'unità esemplare, che rimanda al suono caldo, dylaniano
anni '60 e lureediano nella voce, senza essere revival. Il
brano porta a estremo compimento l'idea, suggerita da Lawrence
stesso a proposito delle proprie canzoni, di "Pop oscuro".
Il testo, ancora una volta depressivo e rinuniciatario, si
sposa con una melodia frizzante e con gioiosi intrecci strumentali,
tanto che la lamentazione di Lawrence sembra porsi sul piano
dell'ironia, "amichevolmente" sbeffeggiato da sé e dal gruppo,
perché, al di là dello sconforto "cool", il sentimento della
gioia di suonare è palpabile.
Nonostante l'ossessione dichiarata, riconosciuta e riconoscibile
di Lawrence sia proprio quella di non avere raggiunto la Gloria,
sono le sue stesse canzoni a dichiararsi perdenti, a gridare,
con compostezza, non-chalanche esemplare e un tocco di disprezzo,
di non voler entrare in classifica. Perché Lawrence fa pop-rock
solo incidentalmente, la sua musica è puro Blues. E' il Blues
che può fare un ragazzo suggestionato dall'arte, dalla letteratura
e dagli ambienti avant-garde, cresciuto nel punk, attratto
dall'idea di perfezione, dall'illuminazione breve
e subitanea della sensazione che è nella canzone pop. Le musiche
legate al pop vivono di impasti indicibili. Le melodie semplici,
gli arrangiamenti e la produzione, la voce e l'interpretazione,
l'incastro delle linee strumentali sono spesso così costrittivi
che l'impatto emotivo profondo che le canzoni possono avere
su di noi non può che derivare da una bellezza e una perfezione
"altra", un quid indimostrabile. Pop-Blues.
"Ballad of the band" ha un attacco memorabile e corre via
senza indugiare in pause o ritornelli (nei Felt, le canzoni
tendono ad espandersi, ad aprirsi per poi rientrare in una
struttura circolare e se per caso c'è un ritornello è, come
dire, "spento" vedi un altro brano memorabile come "All the
people I like are those are dead").
L'intro: un riff di organo e chitarra, ripetuto uguale due
volte, si raddoppia ancora ma assumendo un tono più scuro,
per poi "librarsi" in una gioiosa apertura finale che, occupando
il doppio delle battute "allarga" lo spazio della precedente
ossessione e la libera. Questo procedimento "feltiano" è preso
in prestito in modo evidente da Belle & Sebastian in "Seeing
other people", che dal punto di vista della progressione melodica,
soprattutto del piano, è praticamente uno standard dei Felt.
Poi inizia il cantato e Lawrence non è mai apparso così diretto,
asciutto, sembra addirittura ghignante, anche se con l'incertezza
di chi non riesce ancora del tutto a ridere di sé:
"Dove sei stato,
non ti si è visto per settimane,
sei stato a ciondolare
con tutti questi poveri Cristi.
Già, e a me viene voglia di mollare tutto.
Dove eri
Quando io volevo lavorare,
eri ancora a letto,
sei totalmente inutile.
Già, e a me viene voglia di mollare tutto.
C'è un posto per l'astrazione
E c'è un posto per il rumore,
e c'è un posto per ogni tipo di suono
allora dimmi come mai qui c'è un vuoto!
E' tutta colpa mia,
sì, sono da biasimare,
non ho soldi e non sono famoso
ed è per questo che
ho voglia di mollare tutto.
E tutte quelle canzoni
Come "Crystal ball",
"Dismantled king."
Sai che le amo tutte.
Ma oh, mi viene ancora voglia di mollare tutto.
Le liriche di Lawrence spesso mescolano vari livelli, dal
dialogo alla citazione letteraria, al racconto memoriale,
alle metafore, fino alle allegorie poetiche. Qui tutto è più
diretto, l'esortazione è un monologo-invocazione a un "lassista"
membro della band, probabilmente, se vogliamo trascendere
la finzione, il chitarrista Maurice Deebank che di lì a poco
avrebbe lasciato il gruppo sul serio, dopo anni di discussioni
con il leader, abbandoni e ripensamenti (ma avendo donato
ai primi Felt un asciutto lirismo chitarristico dalla qualità
unica nel pop rock, vicino a quello di Tom Verlaine ma meno
rock e nervoso, più "ambientale" e classico).
L'autoreferenzialità si completa nella citazione di due vecchie
canzoni dei Felt, "Crystal ball" e "Dismantled king is off
the throne" , su "The strange idols pattern.". Come nella
filmografia di Truffaut Jean Pierre Leaud è seguito nel tempo
e al di là del singolo film, nel suo evolversi di attore,
di uomo e di materiale nelle mani dell'autore, riflesso-ombra
della sua memoria biografica, così le liriche di Lawrence
spesso si ripiegano sulla sua memoria artistica, includendo
citazioni delle proprie precedenti "incarnazioni" (Lawrence
è stato accusato in modo così deciso di riscrivere sempre
la stessa canzone che, dal periodo Creation in poi, ha stampato
sul packaging o sulle etichette una "dichiarazione di autenticità
delle canzoni stesse"). Così avverrà anche in "Declaration",
sul miniLP "Poem of the river".
Questo
pezzo segna anche un riscatto per il lavoro di produzione
di Robin Guthrie, che finalmente coglie la nuova dimensione
della formazione con al suo interno il tastierista Martin
Duffy, oggi nei Primal Scream. A dispetto del fatto che "Primitive
Painters", con la voce di Elizabeth Frazer che duetta con
Lawrence, sia spesso considerato il capolavoro del gruppo,
quell'ottima canzone è penalizzata dalla pessima produzione
del Cocteau Twin, come accade anche per tutto l'album in cui
è contenuta, "Ignite the seven cannons" del 1985. Disco zeppo
di belle canzoni che avrebbero potuto essere meravigliose.
Forse Robin Guthrie all'epoca era abbacinato dal consenso
che il suono del suo gruppo stava riscuotendo e forse, dato
che Lawrence gli diede carta bianca, si è preoccupato troppo
di lasciare il segno della sua leggiadria, tanto che l'impronta
che ne risulta è quella di un elefante affetto da labirintite.
Nonostante l'aspetto principale di eterea malinconia delle
canzoni di Lawrence in quel periodo, la sua poetica è in bilico
fra il pensiero, la memoria, il mito rivissuto e la carnalità
del dialogo. Gli "altrove" che disegna hanno sempre la dimensione
e l'urgenza del presente di uno sguardo interrogativo, del
volto di un uomo, o meglio "di un ragazzo, di un bambino,
del figlio di una donna". I Cocteau invece veleggiano su superfici
distanti o microscopiche, suonano "particellari", come gli
effetti degli eventi della natura, dolcemente panici come
lo può essere un film Disney, raggiante di colori vivacemente
artificiali. Fra le due poetiche c'è molta distanza, ma nella
produzione di "Ignite" tutto sembra dover emanare lo spiritello
dei boschi Cocteau, invece appare appiattito e compresso,
perché in quella fase dei Felt le sfumature della musica erano
quelle delle loro copertine: Bianco, Grigio, Nero, a volte
una riga d'Argento, mai un mondo multicolore.
Con "Ballad of the band" è inaugurato il nuovo corso, insieme
a Martin Duffy e senza Maurice Deebank. Nel suono diventa
centrale l'hammond e così le canzoni entrano nel Tempo, si
fanno più carnali, si riallacciano alla Storia (gli anni '60,
l'asse Doors/Booker T. e Dylan), anche se lo sguardo rimane
sulla soglia, a sbirciare a tratti nel Mito, che è sempre
e ancora l'Ideale della letteratura. Anche le copertine dei
dischi si colorano e la dominante è rossa, con caldi gialli
e marroni che richiamano i pomeriggi d'autunno. Questa dimensione,
nonostante la maggiore visceralità, a prima vista assente
nell'ispirazione Cocteau, forse più si avvicina alla loro
varietà di colori. Si passa dalla malinconia del pensiero,
che si distende su di un paesaggio monocromo, alla malinconia
dell'emozione, che prende il corpo, i corpi e il mondo circostante.
Ma la gioia che irradiano queste note supera di gran lunga
il senso di malinconia delle parole di Lawrence e della sua
voce reediana-verlainiana sputata fuori, che a tratti crolla
nel lamento "Oh yeah, and I feel like giving in". E' la rara
(nel pop) gioia di suonare, espressa dal controcanto di Martyn
Duffy al "canto" di Lawrence.
I Felt rimarranno, non soltanto perché con la loro attitudine
hanno influenzato stuoli di band inglesi e non, maggiori e
minori, senza ottenere grandi riconoscimenti, ma soprattutto
e semplicemente per quella musica: per il vivace e gioioso
gioco di tessiture, mini-architetture e incastri di Duffy
(organo) e Deebank (chitarra), che l'ossessione pop "oscura"
di Lawrence è riuscita a costringere nella semplice forma
canzone. La malinconia s'irride allo specchio.
Davide
Ariasso
Links:
Felt - sito non ufficiale: felt.planetaclix.pt/default.htm
Felt@indiepop.it: bands/felt.htm
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