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N.25 - dicembre 2005
Questo mese parliamo di:

Blume
In tedesco vuol dire fiore
(Pippolamusic)

Kobenhavn Store
Coffee makes me nervous
(Autoprodotto)

Au Revoir Simone
Verses of Comfort, Assurance and Salvation
(Moshi Moshi/V2)

Piana
Ephemeral
(Happy)

Jay Jay Johanson
Rush
(EMI)

Cat5
Play This Loud/Sexy
(Service)
Links:
www.blume.it
www.alcarez.it
www.aurevoirsimone.com
www11.plala.or.jp/piana/ephemeral.html
www.jayjayjohanson.com
www.cat5.se
Recenti Electrozone:
n.21
(07/2005)
Hanne Hukkelberg: Little Things
Kanda: All The Good Meetings Are Taken
Kevin Blechdom: Eat My Heart Out
Dekad: Sin_Lab
Differnet: The Title of the Record Is the Text Printed on
the Cover, or Nothing at All
Masha Qrella: Unsolved Remained
n.22
(09/2005)
Fare $oldi: One Nation Under a Grande Cassa
A/V: L'insolita Compilation
A/V: Superselecta Abbuffett
A/V: Free Design; The Now Sound Redesigned
n.23 (10/2005)
Ladytron: The Witching Hour
The Bright and Shiny: I've Got Love
Blown Paper Bags: Arm Your Cameras
Blaknoisewhitesoul: Dirty Darkness/Sometimes with the Pet Shop Boys
n.24
(11/2005)
Velma: La Pointe Farinet 2949m
Filfla:Frame
Mademoiselle Angoisse: 2
Salon Boris: I Am The Drug
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Contaminazioni tra pop ed elettronica.
Ci eravamo occupati en passant di loro trattando
di "L'insolita compilation", atipico esordio della PippolaMusic
di Paolo Favati; e raccomandavamo di appuntarci a futura memoria
il trip-pop del sodalizio fiorentino Blume, gentile
e sofisticato come le due tracce concesse al rassemblement: "Piove
piano" e "Ninna nanna alla regina".
Guarda caso oggi che esce il loro esordio per intero, In
tedesco vuol dire fiore, potremmo bellamente linkare quanto
sopra, dal momento che sono proprio le due tracce già sentite,
curiosamente(?) poste agli antipodi estremi della tracklist, a riscuotere
il maggior consenso… Non fosse che tutto il disco, per quanto
monotonale, goda di proprio peso specifico, ben radicato negli anni
Duemila (Lali Puna caserecci, "Il diversivo" tre anni
fa sarebbe stato un hit) e nelle avanguardie italpop con voce di
donna -DeltaV, i redivivi Dottor Livingstone- ma capace di escursioni
fuzzy ("Mura di gomma") e più prettamente bristoliane
("Prenditi cura di me" dopo il cinema non ha
paura dell'andirivieni ondivago cui sono sottoposte le mode).
Probabilmente l'interessante voce di Francesca non conosce scatti,
la ninna nanna ad esempio sarebbe formidabile se maggiormente sostenuta,
ma è evidente come il trio abbia bisogno di esplorare in
più direzioni, anche futuristiche, verso aree poco battute
e sicuramente non derivative. Prendiamoli a cuore, ché anche
da loro passa un futuro più roseo per l'elettronica e per
il pop. [E]
Piacenza. 2005. Sotto la targhetta Kobenhavn
Store (o Copenaghen Store, che dir si voglia) si cela Giulio
Fonseca, già bassista e manipolatore con i postrockers Alcarez.
Con questo zuccheroso Coffee makes me nervous,
EP a 5 piste strumentali, il nostro mette subito i puntini sulle
"i" (fin dalla scelta del nome), sciorinando perle di puro pop elettronico
figlio degli "anni che sono ora". L'omogeneità è cosa fatta, grazie
al sapiente e caramelloso uso di glitch, tastierine giocattolo,
chitarre lo-fi, noises & bleeps reiterati.
Un ping-pong e un plin-plin tra Isan, Mùm, F.S.Blumm e tutta la
scuola Morr/indietronica; un disco di genere - ebbene si. Ma non
facciamoci prendere dal panico: Kobenhavn Store riesce comunque
a destreggiarsi in uno stile personale e inconfondibile, capace
di generare e rigenerarsi dalle influenze più disparate (Efterklang,
The Radio Dept, John foxx, B.Fleischmann..) senza per questo ridursi
a mera figura epigona.
La titletrack si dipana su atmosfere vaporose e dolcissime melodie
da carillon della nonna, a braccetto con timidi beat e synth tutto
gelo. "Fear of Beatles" è la giusta colonna sonora per una domenica
raffreddata/borsa-acqua-calda.
"Nothing Happens" ci fa rivivere i fasti di un'introduzione alla
Slowdive con chitarre imbrattate di white noise e strings analogici
spalmati su gommose pulsioni ad alto rischio di pelle d'oca.
Padronanza della sporca materia organizzata. Brillante vena compositiva.
E' certamente un disco pop. Anzi, anche pop. Attendiamo con ansia
l'LP. [M]
Au Revoir Simone ovvero levità casiopop da
Brooklyn, delicatezza a sfiorare l'evanescenza sino a stordire,
piacevolmente.
Questo terzetto composto da Heather D'Angelo (voce, drum machines
e tastiere), Erika Forster e Annie Hart (voce e tastiere) propone
in Verses of Comfort, Assurance and Salvation
un organismo musicale analgesico, un flusso melodicamente colmo
di reminiscenze del Brian Eno pop: si attinge a quel medesimo "spontaneismo
compositivo" ("Through The Backyards", "Hurricanes") in cui il maestro
del Sussex eccelleva con le proprie trame manichee invisibili ("Before
and After Science", 1977). Una forma ovviamente rinverdita da sguardi
agli universi delle label Warp, Fat Cat, eccetera.
Come Kraftwerk con percettibilità muliebre votata al un melodismo
pulsante, affettivo e finemente pruriginoso ("Where You Go"), Au
Revoir Simone rappresentano una ineccepibile controparte occidentale
all'arte di Takako Minekawa. Simile (e forse meno ostentata) l'infezione
per effettini tagliuzzati cui guarnire lembi melodici 'Casio'.
Scaturiscono brani aromatici permeati di voglia ed emotività, di
'modus operandi' dell'indiepop u.s.a. (su "The Disco Song" sembrano
le Tsunami che impugnano le tastiere, o si ammiri il viaggio d'iniziazione
sensitivamente twee di "Back In Time").
La scaletta offre spesso un'opportuna brevità, è sobria e succinta
in tempi e modi, intensa ed eloquente in efficaci 'singalong'.
Un piccolo, benigno colpo al cuore suscita infine l'involuzione,
per così dire angosciosa, dell'album. Come ormeggiando in porti
sconosciuti, stazioni vuote spettrali in una pallida domenica mattina
come questa, su "Verses of Comfort, Assurance and Salvation" si
fa strada e presto divora un'impalpabile inquietudine, sottesa tra
le maglie di "The Winter Song", "And Sleep Al Mar" e nella conclusiva,
brillante "Stay Golden", che si ostina pattinando su un precario
sfondo ghiacciato. [F]
La giapponese Naoko Sasaki, in arte Piana,
è una giovane esponente di musica microelettronica che dice di ispirarsi
alle arti visive o ai romanzi di Haruki Muratami più che ad altri
compositori.
Ephemeral è il suo secondo album in tre
anni ("Snow Bird" era del 2003), album in cui quest'artista
esplora e fantastica, attraverso un canto pudico e sfiorante, sibillino
ma fatale, lancinante; assieme ad ospiti d'eccezione agli strumenti,
tra cui il chitarrista Yuichiro Iwashita (da Minamo), Seigen
Tokuzawa al violoncello e Gen Saito al violino, cantando vertigini
d'anima, corpi celesti, pasta di stelle.
La bella Naoko si perde e intona in solitudine, languida e armoniosa,
pedinando luccicori interiori, cullando, dilatando e sfacendo forme,
epifanie di virtù, spinta da un fortissimo desiderio, da un'insopprimibile
bisogno di amore.
I titoli compaiono in inglese, ma per buona sorte il canto è, al
solito, in madrelingua. Nella traduzione si sarebbe perso moltissimo,
Naoko ne è consapevole.
Pulsazioni elettriche attenuate e suggestioni trasognate "dreamy"
infondono apparenze di calore e risuonano nell'intimo, attraverso
un velo di calma.
Eleggo "something is lost", "beside me", "mother's love" quali esempi
eletti, assai poco perfettibili, di un'arte florilegio vibrante,
trascinante e luminosissima, che tra modulazioni ambientali e tastiere
si fa trascendente. [F]
JJJ è un signore d'altri tempi.
Brillante, colto, estremamente raffinato e charmant. Di quelli che
piacciono alle madri più che alle figlie, e per di più nordico e
incapace di far male. Ogni tanto se ne esce a far musica, contando
su un sèguito ferreo ancorché stanziale, e dopo quattro album in
cui aveva dispiegato un talento scrittorio e interpretativo di prim'ordine,
che gli sono valsi citazioni e riconoscimenti sul filo dell'ironia
(titoli come "So tell the girls that I'm back in town") e della
gentilezza (il pezzo suo omonimo, a Cinecittà), l'anno agli
sgoccioli lo vede uscire la sera da solo per andare a ballare, non
perdendo in niente dell'usuale discrezione dal momento in cui si
rade, con sottofondo frenchy, a quando parcheggia. Rush
è più 'Antenna' che 'Poison', un elettropop con fondate pretese
cultu(r)ali debitore com'è ovvio di certi Ottanta minori, personalizzato
coi suoi gorgheggi e lo sfoggio di filologia della materia, quasi
momusiana.
Per anni il biondo ha retto la bandiera di un abbrivio altro al
postmodernismo, sufficientemente retrofuturo da salvaguardare
i beni ereditati -e l'iniziale "Rush" non fa eccezione, gravitando
in ambiente Air; così come la siderea "100.000 years"- sicuramente
inedito quanto a strade battute: pure Cornelius e Jimi Tenor avevano
a intervalli intrapreso vie all'apparenza convergenti, rivelatesi
solo parallele. Adesso invece i freni sono allentati, e collaborando
con Autour De Lucie ne è uscito un disco che avesse vent'anni alle
spalle lo si definirebbe di dance elegante, da club signorile frequentato
da maliardi viveur in là con l'età, coi suoi rimandi metà ibizenchi
metà Soft Cell ("Forbidden words") che suonano piacevolmente datati
in tempi di ballroom tamarri come quelli odierni. Johanson diventa
crooner al servizio di immaginari Art Of Noise in "The last of the
boys to know" e strizza l'occhio all'italodisco dei producer di
Spagna nella sequenza iniziale di "Another nite another love" (il
resto procede sui binari dei New Order). E' proprio vero che l'imbarbarimento
arrecato dai 90s alla musica 'da ballo' è irreversibile, ma Johanson
resta a galla facendo appello a una classe superiore, al migliore
dei passati recenti e all'eterna aria di revival (Ark, a cui è assimilata
"Mirror man"; e poi Kissogram, Junior Boys, le produzioni di Lu
Cont). Con un avvertimento: la prossima volta dovrà per forza stupire.
[E]
Delle Cat5 ci ha parlato Marco
da Stoccolma il mese scorso: fisico da modelle, bionde e giovanissime,
esordiscono su Service con un singolo (Play
This Loud/Sexy) alquanto serio che si discosta alquanto dall'elettro-pop
delle giovani indieband nazionali e punta dritto verso un revival
patinato ed aggiornato alle correnti istanze dance. Insomma, all'estremo
opposto di Action Biker e con Annie nel mirino. Certo la classe
della finlandese è ancora lontana, ma nel loro reparto le
due ragazzine mostrano capacità innate, tanto in consistenza
musicale quanto in capacità di provocazione: in "Sexy"
evidenziano al proprio ragazzo la necessità di togliersi
di dosso i jeans "prima che tu mi metta le mani sul culo".
Al di là dei proclami femministi, piace di più questa
seconda canzone, che non soffre dell'eccesso di sequencers di "Play
This Loud". Le terremo d'occhio. Davvero, [S]
Enrico,
Fabio, Matteo |