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N.14 - Dicembre 2004
Questo mese parliamo di:



Efterklang
Tripper
(Leaf)


Megahertz
Estetica
(Mescal)


Annie
Anniemal
(679 Recordings)

 

Links:

www.efterklang.net
www.megahertzonline.com
www.anniemusic.co.uk

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Contaminazioni tra pop ed elettronica.

Efterklang è un ensemble di dieci strumentisti danesi con base a Copenhagen. Tripper è il debutto su lunga distanza dopo lo "Springer Ep" del 2003.
Questo esordio per Leaf è piuttosto particolare, un'elettronica in suggestive sembianze dreampop si protende in profondi abissi, tra corde, voce/cori e strumenti a fiato assieme ad elementi glitch e cameristici, scaraventandosi in nebulose e lande glaciali, in sistemi oscuri, nero pece, come suggestiona l'immagine di copertina.
Voci cosmonautiche s'alternano ai cori misti, si mostrano flebili e vitree, come filamenti dispersi nella galassia. Su "swarming", strazianti sospiri che cercano scappatoie in blocchi di (ghiaccio di) energia.
L'elettronica fa da campo conduttore, invero molteplice e ricco, di questo viaggio allucinante. Su "step aside" notevole, convulsa elettrocomposizione di foggia Books, cori esaltati partecipano ad agoni e coazioni tra frammenti di materia.
Un soffio onirico, una delicata essenza calorifera (voci, corde, corni) si stende invece su brani come "prey and predator" e "doppelganger".
Contro forze ostili, contro la gravità, risaliamo correnti, cercando di liberarci da inquietanti spettri, richiami del ricordo e del rimpianto, cose ormai trascorse.
Nella tensione, straniti e lancinanti acuti di soprano in rarefazione ("collecting shields") sprigionano immagini mistiche per contrasto, dilatano spazi di percezione.
"Tripper" è un album di qualità, ma a tratti un po' ridondante. Ben vengano, tuttavia, voci nuove di questo livello. [F]

(Prima di scrivere, Enver, ricordati di non partire in quarta con un 'io lo conosco bene'. Evita di dire che hai puntato su di lui da subito, che eri al corrente della sua furia compositiva diretta in ogni dove; risparmia ai lettori la vessazione di gloriarti dei passati Versus, nei quali il Nostro era voce, basso, autore, immagine, factotum, e che altra carriera complessiva avrebbero meritato -che il glam come lo facevano loro, in Italia, ben pochi. Al limite fai appena un cenno, altrimenti la recensione pare fatta su di te e il tuo egocentrismo da promoter di serie C, e non su Daniele Dupuis in arte MegaHertz. Ok, puoi partire, ora.)
In effetti Estetica può sorprendere solo chi non gratta dietro il disco per trovare il personaggio, oppure chi resta a bocca aperta ai live di Morgan, ammirato da quella struttura avvolgente di tastiere inanellate e dall'ancora inusuale theremin, ripromettendosi di saperne di più ma fermandosi dietro il disarmante candore di un padovano -ancora giovane ma già esperto- che a buon diritto possiamo dire, classicamente, 'compositore'. La fatica più grande la fanno i responsabili dei negozi di supporti musicali, quelli meno avveduti, non sapendo da che parte iniziare per collocare questo lavoro negli scaffali: è italiano, ma con respiro assolutamente europeo; è elettronico, ma molto suonato (no midi used!) e parlato; è pop, ma per niente accostabile ai soliti accordi.
In 'Estetica' convivono senza pestarsi i piedi tutte le ispirazioni di MegaHertz, dai Kraftwerk (riletti in Mini calcolatore) a Bowie (la cover di Space oddity si avvale proprio della voce di Morgan), dagli Air (Dupuis deve a loro il mood generale del suono) a Battiato (l'evidente ricerca della parola giusta al posto giusto): il risultato è un prodotto personale e molto eterogeneo al suo interno.
Vale dire che ultimamente MegaHertz si è concesso anche alle platee delle discoteche del nordest con uno spettacolo live a base di synth e macchine vintage, e anche questo aspetto si riflette vigorosamente nel disco: le valvole pulsano in Little girl e per contro, se così si può dire (dirò), pezzi come l'iniziale Don't leave me cold e la conclusiva Please, can I go now? emanano suggestivi bagliori lunari.
L'elettropop italiano come mai prima lo avevamo sentito, buono per il teatro come per il dancefloor: that is, il pop che ci aspettiamo di sentire fra vent'anni. [E]

Annie è la norvegese di Helsinki Anne Lilia Berge-Strand. Niente di animalesco, in realtà, in questo delizioso Anniemal, album di presentazione ed ennesimo, suadente breviario dell'europop omnibus, da lei rivisitato con spiccate doti ironiche e ipocrite (nel senso dell'attore).
Rammarica il non averlo posseduto tra mani e orecchie un po' prima, durante la stagione calda. Indubbiamente, si sarebbe vissuto di quest'album e di pochi altri.
Suadente seduzione di luci e colori, voce (e aspetto) da sirena maliosa, la sgargiante scaletta di "Anniemal" è sequitur di appiccicose, potenziali (anzi, certe) hit, opportunamente ruffiane ma mai banali, secondo i precetti del ri-ciclo Shibuya scene.
Si pensi a Saint Etienne, o a Basement Jaxx in combutta con Kylie Minogue e Kahimi Karie.
"Chewing gum", prodotta dal bastard popper Richard X, è un piccolo, irresistibile shock. Superiore modello di bleep-(synt) pop, presenta l'ambiente come meglio non potrebbe. Tra i brani elettropop più irresistibili dell'anno.
Altrove la dolce Annie è coadiuvata, alla produzione, dal collega, complice, Timo. Le stranite parvenze aleggianti su "Always too Late" allungano la magia, si fanno vistose su "Me Plus One", tra gorgheggi celesti e digitali iridescenti.
"Anniemal" vanta una freschezza complessiva rimarchevole. Un ineccepibile maquillage per una formula che inizia a datare un quarto di secolo. L'essenziale è continuare a illudere, non farsi accorgere.
Ancora notevoli contributi e variazioni cromatiche nelle disinvolte citazioniste title track, "Heartbeat", "No Easy Love", "The Greatest Hit".
However far it seems. we'll always be together, together in electric dreams.[F]