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N.13 - Novembre 2004
Questo mese parliamo di:



Plus-Tech Squeeze Box
Cartooom!
(Vroom Sound)


Camping
Suburban Shore
(Plug Research)


Marz
Wir Sind Hier
(Karaoke Kalk)


Client
City
(Toast Hawaii/Mute)


Home Video
Citizen EP
(Warp)

 

Links:

www.vroom-sound.com/psb
www.plugresearch.com
www.maerzmusik.net
www.client-online.net
www.homevideooffice.com

Recenti Electrozone:

n.8 (04/2004)
The Frequency: s/t
Fonda 500: Spectrumatronicalogical sounds
Celluloide: Words Once Said
A/V: Synthétique
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n.9 (07/2004)
Girls on FIlm: #1
Daedelus: Of Snowdonia
Thee Hyphen: Consolidated Green
Hot Chip: Coming on Strong
Magnus: The Body Gave You Everything

n.10 (08/2004)
Junior Boys: Last Exit
Daedelus: A Gent Agent
Domenico+2: Sincerely Hot
Double U: Life behind a window

n.11 (09/2004)
The Projects: Let's Get Static
Dada Pogrom: Apocalypso
The Free Design: Redesigned Vol.1
Octet: Cash and Carry Songs

n.12 (10/2004)
The Go!Team: Thunder, Lightning, Strike
Color Filter: Silent Way
Autoparty: Lumlight
Nou: Slutrock
Mantler: Landau

 

 

 


Contaminazioni tra pop ed elettronica.

Dopo le micromeraviglie di "Fakevox", che in mezz'ora centrifugava universi estraendone una capricciosa ed evanescente miscela electro-pop-punk, i giapponesi Plus-Tech Squeeze Box (pensate a Bis e Pizzicato Five insieme, e al doppio della velocità) tornano con il fumettoso Cartooom!, che pare volersi ulteriormente astrarre da qualsiasi forma di coerenza. A ben vedere questa è l'inevitabile evoluzione di una band che non ha mai avuto particolarmente a cuore la forma delle canzone quanto l'effettistica di studio: e allora questo non è un album ma una sensazionale sequenza di trovate, trucchetti di produzione e maquillage da mixer.
Se vi garba, questi sono i PTSB: accelerazioni vocali e ritmiche, beats tagliuzzati e ricomposti a velocità folle, vocine da cartone animato che faranno chiedere all'incauta fidanzata "Ah! Ma sono gli Aqua?" costringendovi a equilibrismi teorici per spiegare come mai ascoltate quella musica lì.
Basterebbe dirle che "Cartoom!" è inopinatamente allegro, divertente, ridanciano: lungi dal garantigli una solida base di continuità, il tema cartoonesco dell'album rende il tutto ancora meno serio del disco precedente, mentre si impegna a replicarlo con ulteriore dispendio di effetti speciali. L'elettropunk di "Early Riser" trova degna prosecuzione in "f(ake)" e brandelli di suoni di seconda mano sono riscontrabili nelle rimanenti tracce, fatte di continui cut'n'paste e citazioni.
Dopo un avvio dei più caotici (l'intro in stile Looney Tunes di "CartooomTV" e la giostra multicolore di "Fiddle-dee-dee!!", che passa dall'acustica al digital hardcore come se niente fosse) l'album prova a stabilizzarsi progressivamente, dapprima celebrando il suo moto creativo (i cartoni animati) e poi lanciandosi nella improbabile rivisitazione di un cinquantennio di musica occidentale. Tutto è costruito da snippets cangianti in stile, velocità e distribuzione: l'hip-hop old-skool di "SUZZZZZY", il pop scapicollato di "Starship.6", la brodway al neon elettronico (più radio statica, più Steely Dan) di "CM#&'($_?>!", il country a velocità folle di "Uncle Chicken's drag rag", lo space-age pop di "Hoky-Poky a.la.mode." stanno insieme più che altro per inerzia, mentre gli echi funky-disco di "THE mARTIN SHOW!!" salutano anche gli anni 70.
Ma avrete capito che razionalizzare (e recensire) un disco del genere non ha molto senso: i PTSB hanno semplicemente usato un frullatore e girato l'interruttore su "postmoderno" per mischiare nella maniera più indolore possibile tutto ciò che girava loro intorno. E che vi devo dire, a me piacciono così. E non li ascolterò mai più in pubblico. [S]

Non biasimo certo la Plug Research per aver ultimamente allargato il proprio perimetro, accostando musiche difformi, per natura e consumo, rispetto al consueto giro "glitch", che gli diede clamore e motivo, ma che d'altronde accusa allarmanti cali qualitativi.
E in questo "allargamento" non è certo l'unica, se si pensa al recente Mantler per TomLab.
Camping è un trio votato a una bossa elettroacustica, non certo nuova come formula, ma in grado d'irretire e intrigare, mostrando gli interpreti un po' di talento.
Camping è il duo Stephen Gardner e Ben Bailes aka Chessie (altra band di Plug Research), assieme con Henning Fritzenwalder. Tra corde analogiche e synt digitali, due americani e un tedesco di stanza a Washington. Proprio al mitteleuropeo è affidato il canto.
Sin dai primi versi di questo Suburban Shore l'ascoltatore può comprendere il motivo, offrendo Fritzenwalder una suadente interpretazione bossa nella propria lingua, melliflua come si conviene ma anche straniante data l'inconsuetudine.
Chi si ritiene orfano dell'esordio di Gypsophile a nome "Unaneelmi", placherà qui per un pò la propria inconsolabile "saudade".
Questo album, stilisticamente assai prossimo a quello, ne riprende e sviluppa le dolci, placide rugiadose e allentate atmosfere. Ancora dunque quel respiro equatoriale, acustico e lieve, quel vistoso senso di fuori stagione.
L'ascolto di "Suburban Shore" offre momenti d'ineffabile, tenue nostalgia, distillata grazia, in brani altissimi come "hier wohnen wir", "aufgeregt", "fotografie", "schneesturm". [F]

I cali fisiologici di cui parlavamo poc'anzi a proposito del glitch non risparmiano neppure molti tra i quali si mostrarono araldi e prim'attori del genere.
In realtà März non furono mai proprio (o solo) glitch-pop: pur evocando simili dedali di narcolessia, la loro proposta concepiva un'elettronica altamente creativa, tra gioco e concreto, tempestata d'inserti altri, flashback mnemonici e altre disfunzioni della fantasia, montati ad arte come accidenti, o errori "glitch", di percorso.
Il recente lavoro Wir Sind Hier è invece un eloquente, infingardo avvicinamento alla forma canzone più pura, alle moine dei connazionali Lali Puna e Notwist.
Come una sorta di consolante, quieto, sublimante ripiego in lande note. Mimare altri, tirare un po' i remi in barca già al secondo lavoro, senza altro e più osare, suona un po' una resa.
Certo, in alcuni momenti, alcuni brani Ekkehard Ehlers e Albrecht Kunze tornano ad apparecchiare pittoriche atmosfere zibaldone, e i sortilegi dell'esordio "Love Streams" paiono rinnovarsi: "Forever Never", "Marz Im Park", "Tropique Trauben", "Welt Am Draht". Altrove invece il mordente latita, brani sfiatati sfilano via da indovinarne anzitempo i passaggi.
Invitiamo i März a ripensare le proprie coordinate. Tra un esordio memorabile, e un secondo incerto e inarcato, il terzo episodio sarà comunque cruciale e difficilissimo. [F]

Il più sorpreso di vedermi comprare il disco delle Client è stato senza ombra di dubbio il mio negoziante. Ne aveva ben donde, dopo un quarto d'ora passato a parlare di Brian Wilson, Morrissey e Wedding Present. Ha celato la sua delusione dietro un "ah sì, brave" poco convinto, e ha battuto i 19 euro sul registratore di cassa con rara ferocia. Non poteva sapere che avverto talvolta obblighi di aggiornamento professionale, e così probabilmente ha concluso che sono un feticista dei piedi.
Eppure ho sempre pensato che il motivo per cui le Client insistano a mostrare solo le loro estremità basse (peraltro non malvage) è che almeno così nascondono la faccia: dopo il primo album ne avevano ben donde, no?
Ma poi, dopo un quarto d'ora di onesta riflessione, mi sono reso conto di sbagliare approccio: è tutta questione di aspettative e previsioni, e se uno smette di aspettarsi i Dubstar ogni volta che Sarah Blackwood apre la bocca e accetta come un dato di fatto incontrovertibile che i Pet Shop boys hanno lasciato un segno nella storia della musica pop e nella vita di Kate Holmes, si può benissimo godere (oops) delle Client, specialmente in questo nuovo City che espia alcuni peccati dell'esordio. Purgati dai sensi di colpa, la scansione delle sillabe e le tastiere lente dell'iniziale "Radio" non sono un boccone amaro, il cinismo posticcio della già nota "In It For The Money" sembrerà una delle poche risposte poppettare credibili all'aggressività di miss Peaches, e i Moroderismi di "Don't Call Me Baby" arrivano a tanto così dall'essere il pezzo del mese, passando da Human League a Postal Service in due minuti. Poi il cattivo gusto penetra tra le pieghe di "Come On" e "Pornography", il kitsch si appropria e rovina i tentativi di approccio malinconico di "The Chill Of October" ma a quanto pare tutto fa parte del gioco che le Client hanno accettato tempo fa.
Resta il fatto che, al di là delle scelte di immagine, il pop-elettronico retrodatato della coppia fa sue le cadenze lente e i suoni posticci degli anni 80 più poppettari e cerca di appropriarsi dei nuovi espliciti linguaggi in chiave femminile lanciati dall'electroclash (rip) in Europa. Non ci riesce, ché Holmes e Blackwood sono in giro da troppo tempo per improvvisarsi chissachè, ma almeno 1) il recupero è sincero, visto quello che le due hanno fatto negli ultimi lustri e, 2) la capacità di scrivere buoni pezzi - nei limiti del contesto sopra descritto - non manca, come dimostra l'evidente progresso compiuto da questo "City" nei confronti dello scialbo esordio.
E poi sì, partecipano al disco un paio di fratelli Doherty più ospiti assortiti, ma non faremo finta che importi. Fare finta non porta bene alle Client. [S]

Abbiamo sempre un occhio di riguardo per Warp, specie ora che la pubblicazione dell'esordio di Graverhurst ha elimnato definitivamente la pregiudiziale elettronica. L'etichetta che non bolle mai tira fuori dal cilindro gli Home Video, duo di New Orleans in trasferta a Brooklyn che nel breve spazio di un EP (Citizen) mette a punto un minuzioso collage di tutta l'elettronica di consumo che vale la pena di ascoltare: Radiohead post Kid-A e New Order in fase Blue Monday ("Citizen", "In a Submarine"), i Boards of Canada in sottile dissonanza ("We"), i Two Lone Swordsmen e Bjork in visita a New York, più echi del primo Aphex Twin. In tutto quindici minuti di varia intensità che partono da electro beats dark per scivolare lentamente e controvoglia verso gli anni 80 mentre attingono a piene mani dal catalogo Warp, del quale sono probabilmente fans devoti. David Gross e Collin Ruffino non presentano certo i tratti innovativi tipici dell'etichetta di Sheffield, ma hanno quella capacità di sintesi che ne avrebbe potuto fare delle stelle di prima grandezza nel firmamento electro di qualche mese fa. Il sospetto è che nell'attuale confuso panorama post-electroclash potrebbe già essere tardi, e d'altra parte una buona rimasticatura necessita di tempo per maturare. E' ancora presto per dire cosa diventeranno, ma intanto complimenti ai talent scout. [S]