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N.7 - Novembre 2003
Questo mese parliamo di:



Cielo
Un Amor Mato Al Futuro
(ClickNewWave)


Anorak
14 secrets we couldn't tell
(Mira Records)


Chicks on Speed
99 cents
(Chicks on Speed)


The French
Total Information
(Too Pure)


Plaid
Spokes
(Warp)

Links:

ClickNewWave
www.anorak.tk

www.chicksonspeed.com
www.toopure.com
www.warprecords.com
www.plaid.co.uk

Altri Electrozone:

n.1 (05/2003)
Freescha: What's come inside of you
Devils: Dark Circles
Alpinestars: B.A.S.I.C.
Alpinestars: White Noise

n.2 (06/2003)
Ellen Allien: Berlinette
Clue to Kalo: Come here when you sleepwalk
Manitoba: Up in flames
Velma: Ludwig

n.3 (07/2003)
The Knife: Deep cuts
Electrocute: A tribute to your taste
Ulrich Schnauss: A strangely isolated place
8doogymoto: Minimalistico
Styrofoam: I'm what's there to show that something's missing

n.4 (08/2003)
Broadcast: Haha Sounds
Broadcast: Pendulum EP
M83: Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts
A/V: Manos Arriba!
Los Fancy Free: Menonita Rock

n.5 (09/2003)
Donna Regina: Late
Komeda: Kokomemedada
Kaada: Thank you for Giving Me Your Valuable Time
Sweet Trip: Velocity. Design. Comfort
Miss Universum: Selfelected

n.6 (10/2003)
Casiotone for the Painfully Alone: Twinkle Echo
Ms John Soda: While Talking
Zoot Woman: s/t
Client: s/t
A/V: Star Gazing

 

 

 


Contaminazioni tra pop ed elettronica.

Tornano Mario e Coco con un nuovo progetto, come mi avevano anticipato in una lunga intervista un anno fa. Il loro precedente gruppo, i Silvania, hanno rappresentato una realtà importante della scena shoegaze prima, ed elettronica dopo, raccogliendo riconoscimenti di stima non solo in Spagna.
Quel suono si è naturalmente evoluto nell'electro-pop dei Ciëlo, e la novità più eclatante è l'uso della voce (era più di dieci anni che i due non cantavano su di un loro brano). Se non avete familiarità con la lingua spagnola dovrete pazientare un po' per capire la perfetta armonia dei testi dei Cielo con il loro scoppiettante pop. A dirla tutta però è il look delle foto stampate sulla copertina di "Un Amor Mato Al Futuro" che sorprende più di ogni altra cosa: immaginatevi Alberto Camerini ai tempi di Rockmantico, oppure i Righeira o qualsiasi altra cosa di trashissimo anni '80 in Italia e avrete un idea.
La musica anche si rifà all'epoca d'oro del synth pop ma, tranquillizzatevi, con ben altra classe rispetto ai cantori italici dell'epoca. Piuttosto vengono in mente OMD e Human League. La melodia regna sovrana su tutte e tredci e canzoni del cd e l'atmosfera è decisamente solare. I ritmi sono in alcuni casi costruiti come tessiture fitte fitte, a ben vedere non troppo diversi dalle architetture al silicio di dischi come Juniperfin e Naves Sin Puertos.. Certo le melodie vocali e di synth coprono i clicks e i micro-ritmi, ma è proprio questo lego di strato su strato che affscina e convince. Non in tutti i brani l'ingranaggio funziona alla perfezione ma come non rimanere ipnotizzati dalle melodie appicicossime di Cielo No Futuro, Lux Artificial, Neon, Vamos A Caminar, Lineas Rectas, e , soprattutto, Patricia, un potenziale tormentone per ogni stagione.
Alcune di queste canzoni erano già apparse sui due ep che la Elefant nel ha pubblicato tra il 2001 e il 2002, aspettando fiduciosa nuovo materiale più serio (a nome Silvania, per capirci) che però non è mai arrivato. Da qui l'esigenza di Mario e Cocò di creare una propria etichetta musicale, la ClickNewWave, e appoggiarsi per la distribuzione alla piccola e fiera Autoreverse. Non chiedetegli cosa hanno intenzione di fare nel futuro: non vi risponderanno. [R]

14 Secrets We Couldn't Tell è l'album di debutto per il duo Anorak: Nicholas Saez e René Margraff (quest'ultimo noto anche come Ckid).
Un progetto di puro intimismo indie-tronico così come potete immaginarvelo (se ne gradite) senza particolari sforzi. Dunque molto libero, impalpabile, soave, malinconico.
Per essere più d'aiuto, vi chiederemo di ripensare all'atmosfera emotivo-descrittiva del Clue To Kalo ("Come Here When You Sleepwalk", per Leaf) di qualche mese fa: Anorak vi si approssimano parecchio.
Se vi è piaciuto quell'album, questo costituisce un ideale complemento. Parimenti, se avrete lasciato Clue To Kalo dopo qualche ascolto, saprete in anticipo cosa fareste di Anorak.
Ai "14 Secrets" prendono parte amici e parenti del duo (anche "molestandoli", come confessa Nicholas con divertito sadismo), in veste canora. Una placenta digitale, un flusso di effetti, glitch, che depositandosi cingono le voci (e i bisbigli nascosti) maschili e femminili, assieme al consueto armamentario di tastiere.
Delicatamente, anche in senso twee, se vogliamo.
Il fine di questa tendenza musicale è far emergere e condividere con l'ascoltatore stati d'animo, debolezze e intimità, attraverso un processo di incontro fra suoni molecolari riconoscibili: "quotidiani", di diverse origini, colori e peso nella memoria.
Non si cerchino riff, assolo, canzoni e ritornelli da ricordare, dunque. Non si cerchi un centro, un verso. L'intento di questi desideri, naturalmente incompleti, è completarsi-tramite, simpatizzando sensazioni attraverso percezione reminiscenza, strati e trasformazioni del flusso musicale. [F]

Nel recente trionfo del revival pop-elettronico cominciava a preoccupare l'assenza delle Chicks on Speed, tra le più titolate a raccogliere i giusti onori. Ansie non necessarie, perché "99 Cents" spiega dove sono state le tedeschine in questi ultimi tre anni: a scrivere canzoni, anzi autentici anthems di elettropop no-global come "Shooting from the hips" e "We don't play guitars", spettacolari openers di un lavoro pieno di tastiere roboanti, campioni, bassi e ammiccamenti, sicuramente modaiolo ma che suona come la definitiva celebrazione dei recenti trionfi electoclash. Nel favoloso singolo apripista, già in heavy rotation persino all'ipermercato, c'è Peaches che interviene ad eccepire, ed è solo la prima di tante apparizioni illustri che culminano nei sei minuti e mezzo della traccia tre, una fedele cover di "Wordy Rappinghood" dei Tom Tom Club che vede filastroccare insieme alle Chicks la crema della scena elettronica femminile, dalle Le Tigre a Miss Kittin', da Kevin Blechdom a Nicola degli Adult, con la stessa Tina Weimouth a prestare qualche acuto. Non è certo un caso che le signorine siano riunite qua e non altrove, ma non pensiate che tutto finisca così presto: "99 Cents" è una riga perentoria tirata sulle tendenze digitali, è un disco senza puzze sotto al naso che flirta con la new wave, gioca con l'electro fai-da-te ma mette in mostra lampi di classe tanto insospettabile quanto assoluta ("Coventry" campiona le TLC di "Fanmail" con la massima eleganza, "Shick Shaving" si spinge sino a citare gli Human League con Miss Kittin' alla voce), senza dimenticare le radici elettro-punk del terzetto, riecheggiate dalla title track e da una "Universal Pussy" che suonano esattamente come ho sempre sognato che fossero le Le Tigre. Troppo facile dire adesso che le Chicks on Speed sono di un'altra categoria, ma chi se ne frega: lo scriviamo lo stesso. [S]

Redivivo Derrek Hayman: The French é il dopo Hefner.
Il nuovo progetto allestito assieme al fedele John Morrison, comprende synth e altro armamentario elettronico (batteria e tastiere), e prosegue nella direzione degli album più recenti della ex-formazione: un'ostia di elettro-pop, flebile e intimo, e una performance insinuante e dolorosa.
Ma stavolta, ci sono meno Violent Femmes e Pulp, e più Plone e Lali Puna.
Darren smorza l'enfasi sulla propria voce (per alcuni, un "miagolio"), che costituiva una dei tratti individuali e più affascinanti di Hefner.
La fragilità esistenziale si trasferisce dall'interprete alla musica. Si attenua il lirismo a favore di una dimensione più privata, neutra.
Come se l'autore si fosse rassegnato definitivamente premurandosi di non disturbare ("Canada Water").
Forse un pudore recuperato, un passo indietro oltre la soglia della porta di casa, e il fardello melò di fuori sul pianerottolo.
Un clima moderato, forse perché più condiviso col gruppo. Una stabile medietas senza eccessivi sali scendi emozionali.
I tratti tipici delle composizioni del passato restano gli stessi: tormento sentimentale, ironia analitica, ambiente britannico (londinese, nello specifico); ribellione, rabbia, disincanto, cinismo.
Un'intimità comunque non disprezzabile, costruita fra tastiere sostanzialmente silenti e stati d'animo imperturbabili (ma ancora ardenti: "When She Leaves Me", o l'eccellente "The Pines").
Dunque il nuovo esordio Local Information è un'altra raccolta di composizioni squisitamente haymaniane, che i fan degli Hefner potranno gradire. Cambia la forma ma non la sostanza, mai ("Porn Shoes", "The Wu-Tang Clan").
Sempre identici: questi brani avrebbero potuto alloggiare su Breaking God's Heart (memorabile esordio degli Hefner del 1998) come negli album seguenti, senza far sospettare nessuno.
L'insieme è appena più insapore sul piano melodico, ma mediamente gradevole. Tutto sta quanto a lungo si apprezzi una ripetizione. [F]

A chi verrebbe in mente di definire "pop" i Plaid? A noi no di certo (ché anzi sono per certi versi la quintessenza dell'elettronica), ma è un dato di fatto che a partire da "Double Figure" Ed e Andy si siano preoccupati di mettere a frutto le formidabili intuizioni dei lavori precedenti, mediandole con una sensibilità più morbida che le rendesse recepibili al pubblico indie riuscendo al tempo stesso a non spogliarle di profondità. I Plaid non eludono mai la melodia, anzi la inseguono con ostinazione e una volta raggiunta la mettono in circolo, facendola zigzagare dentro e fuori dalle loro maglie elettroniche, costringendo l'ascoltatore ad assimilarle con gradualità; è per questo che sono i benvenuti sulle nostre pagine, perché raggiungono con la massima naturalezza quell'equilibrio tra umano e sintetico che altri artisti inseguono da una vita e perché sono sempre un ascolto piacevolissimo. Non fa eccezione questo "Spokes", che si allontana impercettibilmente dal suo predecessore: è un album più terreno, che rinuncia alle costruzioni eteree alla "Sincetta" (unica parziale eccezione "Cuca Spring" in apertura) e preferisce indulgere sulle angolarità dei suoi bleeps, sul luna-park futurista di "Ecdar City" e sugli improvvisi brandelli melodici di "Get What You Gave", il capolavoro del disco tra luminescenze funky ed esplosioni controllate. Pochi sanno evocare le stesse emozioni senza usare le parole, ed anche se "Spokes" non è esente da qualche momento di stanca (localizzato nella parte centrale), il tutto è riscattato da un'inventiva superiore e da un costante senso di progressione; insomma, dalla capacità dei Plaid di centrare un altro lavoro di altissima classe. [S]