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N.12 - Ottobre 2004
Questo mese parliamo di:
The Go! Team
Thunder, Lightning, Strike
(Memphis Industries)

Color Filter
Silent Way
(Pointy Records)

Autoparty
Lumlight
(Secret Crush)

Nou
Slutrock
(One Little Indian)

Mantler
Landau
(Tomlab)
Links:
www.thegoteam.co.uk
www.t3.rim.or.jp/~color-f/index.html
www.secretcrushrecords.com
www.nouworldorder.co.uk
Mantler@www.tomlab.de
Recenti Electrozone:
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(04/2004)
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Fonda 500: Spectrumatronicalogical sounds
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n.9
(07/2004)
Girls on FIlm: #1
Daedelus: Of Snowdonia
Thee Hyphen: Consolidated Green
Hot Chip: Coming on Strong
Magnus: The Body Gave You Everything
n.10
(08/2004)
Junior Boys: Last Exit
Daedelus: A Gent Agent
Domenico+2: Sincerely Hot
Double U: Life behind a window
n.11
(09/2004)
The Projects: Let's Get Static
Dada Pogrom: Apocalypso
The Free Design: Redesigned Vol.1
Octet: Cash and Carry Songs
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Contaminazioni tra pop ed elettronica.
E' probabile che
abbiate già ascoltato/letto/sentito parlare di Thunder,
Lightning, Strike di The Go! Team, rigorosamente in
termini entusiasti. E magari siete giustamente sospettosi di tanto
unanime entusiasmo.
Non siatelo più: il sestetto di Brighton è un'autentica valanga,
la prima autentica sorpresa del 2004, in termini non solo musicali,
e dopo i primi attimi di smarrimento il loro album vive di una eccitazione
continua, dalla prima all'ultima traccia.
Le motivazioni dietro al progetto sono di per se' ammirabili ("ogni
elemento della nostra musica è stato incasinato per distanziarci
dalla massa", dice il leader Ian Parton), ma servirebbero a
poco se il risultato non fosse così, beh, entusiasmante. Pensate
al Fatboy Slim dei tempi d'oro, quando le improbabili capigliature
di The Rockafeller Skank ci facevano camminare ondeggiando, togliete
la febbre da Ibiza e calate il tutto nella colonna sonota di un
film d'azione degli anni 70: grooves ipercontaminati, con evidenti
sintomi d'intelligenza e soprattutto dannatamente divertente. Anche
parte dell'immaginario coincide con il buon Norman Cook, dai seventies
al soul; i The Go! Team vi si specchiano, scritturano il funk
soul brother e lo mettono a ballare la breakdance.
Sì, ok, ma cos'è "Thunder, Lightning, Strike"? Un mixtape rimasto
nel cassetto per quindi anni, nel quale confluiscono blaxploitation
e funk visti da una prospettiva bianca, cioè solo le parti più rosa
e commestibili, ma anche i telefilm americani, i gruppi vocali femminili,
la Rock Steady Crew e il Motown sound, e persino i Jackson 5, ma
soltanto quelli delle canzoni belle. E se vi dicessi che le chitarre
di "Junior Kickstart" potrebbero uscire dritte da "Daydream Nation"
dei Sonic Youth ci credereste? No, vero? Il punto è questo: si è
increduli, poi parte il melange Shaft/soul di fiati che segue e
ci si convince che qui dietro c'è (almeno) un genio all'opera.
Filtrato dalla peggior produzione possibile, che anziché sottrarre
forza aggiunge autenticità al tutto, "Thunder..." ha il merito di
tenere tutto questo in equilibrio ponendosi come primo obiettivo
la ricerca di linee melodiche riconoscibili, come a dire che non
si vive di solo ritmo. Ma ancora non basta: in qualche maniera miracolosa
- ma certo non involontaria - i Go!Team riescono a cerchiare il
tutto di velata nostalgia, quella che oggi non si usa più suggerire
soltanto (sentite l'armonica di "Bottle Rocket", il tema di piano
e le trombe di "The Power is on" ma soprattutto la conclusiva "Everyone's
a Vip to someone", come la sigla finale un western di frontiera
inspiegabilmente vicino agli Air), tenendo insieme allegria sfrenata
e qualche giustificato rimpianto.
E vi assicuro che ce n'è abbastanza per mandare fuori di testa il
più scettico dei post-rockers: lo sconcerto iniziale è garantito,
così come l'entusiasmo di puro trascinamento che segue. Perché a
differenza della maggior parte delle contaminazioni di questo tipo
(vedi gli Avalanches, ai quali vengono a ragione paragonati), "Thunder.
funziona a un doppio livello: l'entusiasmo epidermico e la consapevolezza
delle citazioni colte; concilia divertimento, coolness e quella
strana forma di snobismo indie che ci contagia tutti. In tre parole,
un disco gran-dis-si-mo.[S]
Wayne Coyne dei Flaming Lips ammette
un debole per Color Filter, ed apriti cielo.
Silent Way è invero il settimo album
ufficiale in sei anni per il gruppo di Ryuji Tsuneyoshi, professione
musicista e navigatore astrale di Tokyo. Il quale, dopo un capolavoro
elettropop come "Sleep in a Synchrotron" (1998), elogiate incursioni
Remix (1999), due produzioni edite unicamente in madrepatria ("Luminescence",
2001, "I'm Not Sad In This World" 2002), torna a farsi sentire nella
vecchia Europa, e sembra un'eternità.
Stavamo iniziando a impensierirci (ché dimenticare è assurdo), per
la sorte artistica di uno degli autori di pop elettronico più romantici
di sempre.
Poi all'improvviso questo nuovo album, "Silent Way". Ancora e sempre
sinfonie elettriche, delicatissime e rarefatte. La voce e i toni
di Yuki Nishimura in effetti ricordano tanto i cinguettii Sarah
Cracknell quanto le trasognate cantilene di Liz Fraser, e in effetti
da sempre Color Filter non ha mai dissimulato la passione per quelle
estatiche, tremolanti, vulnerabili nenie.
Non distorte, ma perenni ondeggianti nello spazio profondo, oggi
più che mai ("psychedelic breakfast", "strange day").
"Silent Way" propone una stuzzicante rilettura delle elaborazioni
del proprio passato artistico, in episodi come "waiting for the
fall", "rollercoaster", "endless word" ma anche altrui, apparendo
un'espansa, riverberante "goin' out of my head" che ricordavamo
altrettanto splendida sia pure alquanto diversa, nei Brasil'66.
[F]
Chi
ha apprezzato l'album dei Baskervilles sarà rimasto certamente
spiazzato dall'ultimo pezzo in scaletta, quella "That is the
scene" che abbandonava gli anni 60 per andare incontro agli
OMD e veniva attribuita ai misteriosi Autoparty.
Arcano presto svelato: dietro la sigla si celano Rob Keith e Cristoph
Geronzissis, ovvero la metà della band newyorchese più
sensibile al richiamo degli impulsi elettronici anni 80 che esordisce
qui con Lumlight, pubblicato dalla fedele
Secret Crush.
Diciamo subito che da simili talenti ci aspettavamo altro (e possibilmente
di meglio): l'elettronica al laptop dei due resta a metà
strada tra le prevedibili pulsioni pop e il richiamo dei dancefloor
ma sembra incapace di decidere in che direzione andare. Più
che di scrivere canzoni (cosa che hanno dimostrato di saper fare
più che bene) Rob e Cristoph si sono preoccupati di studiare
tutte le accettabili variazioni di un beat che rimane costante lungo
tutto l'album, restando tuttavia ancorati a quella fruibilità
che è il loro marchio di fabbrica. Impresa impossibile, e
infatti ne esce un mezzo pastrocchio, che a tratti affascina ma
più spesso annoia.
I loro tormentoni a scoppio ritardato ottengono l'effetto di far
apprezzare "Lumlight" in maniera meccanica, laddove l'amore
per i Baskervilles scaturiva da imprescindibili fattori emotivi.
E una volta passata la stilosa title track, motivetto trasnlucente
a basso voltaggio che diventa presto indispensabile, rimane ben
poco a cui aggrapparsi; anzi il fatto che il suo tema ritmico Numaniano
venga ripetuto più o meno costantemente lungo le dieci tracce
dell'album limita il già angusto spazio a disposizione, e
finisce con il sommergere completamente l'ascolto: lo si accoglie
con una punta di fastidio e la netta sensazione che necessiti qualche
ingrediente fondamentale alla ricetta. Forse la potenza richiesta
agli intenzionali beats da pista ("Nick is in a Crawl"),
o testi degni di questo nome in luogo di monostrofe alla Fatboy
Slim ("You", il cui testo è un continuo recitare
"hey hey hey we love you"), insomma una direzione concreta
al progetto.
Non manca qualche spunto gradevole, come l'ultima riproposizione
dell'originale "Lumlight" in "The Sound of Women",
con i preziosi contrasti di tastiere offerti da Stephanie dei Baskervilles;
ma il resto naviga in un'aurea mediocritas che avremmo accettato
da chiunque non facesse di nome Baskervilles in una vita parallela.
Perché con tutte le idee che hanno, non si capisce come mai
R. e C. si siano limitati ad usarne una sola.
Detto questo, qui non potremmo mai odiare gli Autoparty: meglio
dargli un sussidio, servirà a finanziare il prossimo EP della
band madre. [S]
Il progetto Nou è allestito
da NouRa, ragazza inglese d'origini africane, assieme con la controparte
maschile, il compositore, arrangiatore e produttore statunitense
Arvelle C "Ozzie" Jones (già nel trio hip hop Name), insieme col
chitarrista Matt Oldfield.
Il loro è un crocevia di suoni alquanto nebuloso, tra pop-punk britannico,
solido tappeto ritmico hip hop, synt elettronici di matrice eightie
e cantato soul o rap.
Sulla cinetica frenesia della title track Slut
Rock, Nou in effetti mostra un'energia e una rabbia incontenibili
e contagiose, che possono ricordare tanto Poly Styrene di X-Ray
Spex quanto una riot grrl (balugina in mente l'esordio di una certa
Julie Ruin.).
Il gusto per il contrasto, (non) sequitur tra brani, di continua,
difforme estrazione, sconcerta un po' persino l'ascoltatore avvezzo
e smaliziato. Tale effetto sorpresa può in effetti giovare alla
longevità dell'album, come anche la non eccessiva lunghezza ("Slut
Rock" è inferiore ai trenta minuti).
Nou parrebbero a volte dei Bran Van 3000 da ghetto ("coco butta",
"cooucie time""make me your girlfriend") o altrove catapultati su
un'auto da corsa, sintetici, rapaci e spinti dall'adrenalina o dal
rancore ("disciple punish", "terrorist").. [F]
Dopo le delicate melanconie di "Sadisfaction" un paio d'anni fa, Chris Cummings
aka Mantler saluta quegli umidi brumosi sentieri di brughiera (tra Robert
Wyatt, Momus e Jim O'Rourke pop), guadagnando più ammansiti e luminosi percorsi
soul-elettro-pop.
Se ogni definizione di genere musicale non divenisse giorno per giorno costantemente
più gratuita e pretenziosa, collocheremmo, per nostra debolezza, questo lavoretto
nel genere west-coast pop, sottogenere che prese piede tra anni settanta e
ottanta.
Ma oggi l'homemade e le friendly-ways hanno semplificato parecchio le cose,
impigrendo, alleggerendo d'onere gli interpreti; la necessaria sofisticazione
tramuta o si limita spesso alla buona intenzione.
Si fa un po' tutto da soli (basta una stanza e qualche tastiera), col risultato
d'apparire sempre lo stesso disco (buono? discreto?.. chi lo sa, é soggettivo,
è circostanziale).
Quando poi il campo è di per sé inflazionato, si rischia di dimenticare ancor
prima di aver portato a memoria.
Venticinque anni fa limitrofi cantautori potevano contare, oltre al proprio
buon gusto, generosamente diffuso, sulle spesso incredibili virtù strumentali
di mestieranti, turnisti e raffinati produttori.
Oggi, qui, c'è una discrezione che alleggerisce le arie e i sospetti di paragoni
con patinati musicisti citati altrove, di cui mi taccio.
Landau non è all'altezza dell'ottimo e precedente "Sadisfaction", ciò nonostante
neppure malaccio come è stato descritto. E' un disco che per affondare dentro
va ascoltato una mezza dozzina di volte. E chi ne ha parlato male, semplicemente
non gli ha concesso quel tanto.
Ci si rinfaccerà, di contro, semplicioneria di gusto. Ma "Landau" è davvero
una stuzzicante raccolta di impressionistici, incolpevoli e ingentiliti acquarelli
pop, tra cui gli ammalianti aquiloni di "regret", "playin along" e "college
park".
Brani che avrebbero inorgoglito autori come Dane Donohue e Marc Jordan, ma
anche le più recenti generazioni pop dei fratelli Navin, Sam Prekop, e il
tizio che si fa chiamare Roman.
Album simili invitano all'ascolto e rilassano, al punto da far persino sospendere
il giudizio. Si avverte una strana sensazione di neutralità, un circuente
senso di prigionia: se Mantler avesse qualche colpa, sentirei di perdonarlo.
La semplice civettuola seduzione di "playin along" (just playin along,
playin along, playin along, playin along.) non è da tutti. E' lì che guadagna
per sempre la benevolenza.
Gruppi come Sea and Cake, Aluminum Group, Roman, Cakeheads e appunto Mantler
giocano a sopravvivere oggi con sottili, finissime elettro-varianti blue
eyed soul, come bimbi un po' intorpiditi che si divertono assieme scambiandosi
giocattoli.
Che sia lecito attendersi qualcosa di più sostanzioso? A volte, no. Perché
mai. [F]
Salvatore,
Fabio
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