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N.6 - Ottobre 2003
Questo mese parliamo di:



Casiotone for the Painfully Alone
Twinkle Echo
(Tomlab)


Ms John Soda
While Talking
(Morr)


Zoot Woman
s/t
(Wall of Sound)


Client
s/t
(Toast Hawai)


A/V
Star Gazing
(Guidance/EFA)

Links:

CFTPA-livejournal
www.msjohnsoda.de
zootwoman.cjb.net
www.client-online.net
www.efa-mediem.de

Altri Electrozone:

n.1 (05/2003)
Freescha: What's come inside of you
Devils: Dark Circles
Alpinestars: B.A.S.I.C.
Alpinestars: White Noise

n.2 (06/2003)
Ellen Allien: Berlinette
Clue to Kalo: Come here when you sleepwalk
Manitoba: Up in flames
Velma: Ludwig

n.3 (07/2003)
The Knife: Deep cuts
Electrocute: A tribute to your taste
Ulrich Schnauss: A strangely isolated place
8doogymoto: Minimalistico
Styrofoam: I'm what's there to show that something's missing

n.4 (08/2003)
Broadcast: Haha Sounds
Broadcast: Pendulum EP
M83: Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts
A/V: Manos Arriba!
Los Fancy Free: Menonita Rock

n.5 (09/2003)
Donna Regina: Late
Komeda: Kokomemedada
Kaada: Thank you for Giving Me Your Valuable Time
Sweet Trip: Velocity. Design. Comfort
Miss Universum: Selfelected

 

 

 


Contaminazioni tra pop ed elettronica.

Beh forse questo Twinkle Echo è un lp, forse contiene canzoni (musica) tutte diverse, forse il suo autore è un artista e non semplicemente un metodico e indefesso applicatore di un'idea neanche tanto buona. Fatto sta che non riesco ad impedirmi di chiedermi se tre dischi sufficientemente medesimi, privi di buone canzoni, uniformi in ispirazione ed esecuzione per non dire della strumentazione - tastierine eighties low budget - abbia il diritto di ricevere pure una recensione accomodante. Personalmente non mi sentirei di incoraggiare un quarto capitolo della sa(/e)ga di Owen Ashworth, aka Casiotone for the Painfully Alone.
Piuttosto tenderei a incoraggiare delle anime pie affinché gli alleviino un po' la dolorosa solitudine, gli manomettano gli strumenti o li rivendano nei mercatini di quartiere. Per chi non abbia esperienza dell'arte di CFTPA, beh, immagini un Alberto Camerini con la voce di David Gedge dei Wedding Present, un po' intimista e un po' dark. E davvero, l'idea sarebbe potuta essere carina se messa al servizio di qualcosa di più che se stessa. Mettiamo delle canzoni, ad esempio. Ciò che invece è prodotto son confessioni, trascrizioni minime di pagine di diario personali su sfondo di batterie elettroniche dal suono di latta e accordini e fraseggi di tastierine quasi sempre in distorsione. Un po' poco.
Anche per dare una sfumatura al giudizio, figuriamoci poi per tirare fuori gli euro che perpetueranno la noia di Owen e le peripezie verbali di recensori al passo coi tempi.[A]

Viene naturale chiedersi cosa sia successo a Micha Acher. Prima porta i Notwist in territori ambient e minimali con Lichter e ora conduce l'ex progetto glitch di Stephanie Bohm Ms John Soda a spasso per le periferie digitali.
Niente paura: a noi pare che Mr. Acher sia uno dei pochi ad essersi reso conto dell'effetto irreversibile del tempo sul glitch-pop di "Neon Golden" e operazioni affini, una consapevolezza che in casa Tomlab e Morr Music sembra mancare a molti. Per questo il seguito del fortunato "No P or D" è un disco intelligente, se non proprio riuscitissimo: le tracce pop, glitch e minimali sono nascoste sotto strati di chitarre e mantra elettronici, e il volume si alza di una o due tacche.
Certo, qualcosa manca: non solo l'intima coesione del lavoro precedente, ma anche una progettualità evidente; While Talking è un disco di transizione, in parte opportunistica, dai vecchi e quieti Ms John Soda alla loro nuova incarnazione che però risulta ancora priva di identità, frammentaria e indecisa come lo stato dell'odierna electro. Non si può d'altra parte ignorare la duttilità con la quale Acher/Bohm si adattano alla nuova, caotica materia pop/rock: "No one" è un pezzo che mai ci saremmo aspettati dalla strana coppia: ruggisce di chitarre affilate che vanno ad incastrarsi in un complesso arrangiamento d'archi sintetici, spazia con incoscienza dai Blonde Redhead agli Adult con la voce di Stephanie soffocata dai microfoni in un ruggito represso. Una via originale all'electroclash, subito sconfessata dallo spoken word robotico di "Sometimes stop sometimes go", che erompe gradualmente in una stentata pop song per piano.
E non è ancora niente, dato che "i & #8217" arriva a spazzar via le già poche certezze: fiati e armoniche si fondono con brandelli di suono provenienti dai "vecchi" Ms John Soda, chitarre distorte ed una miriade di effetti, come una controparte deforme di "No P or D".
Alla fine non si sa bene come prenderlo, "While talking": serie di esperimenti semiriusciti, anticipazione del prossimo album, o fotografia dello stato incerto dell'ex scena glitch. "If someone would know" e "I think it could work, marylin" paiono confermare quest'ultima ipotesi: sono costrutti aridi che sacrificano l'aspetto melodico sull'altare di una elettronificazione quasi minimalista; le attraversano brandelli pop, gli stessi che DNTEL aveva pazientemente incollato nel suo album, ma privi di profondità, come un un film girato su sfondi di cartone. Aspettiamo. [S]

Non so se ho davvero voglia di tornare negli anni 80 con gli Zoot Woman. Dopotutto li ho già vissuti una volta, e se posso dirlo non erano poi granché.
Non è facile resistere a Stuart Price e compagni, che ricreano quelle atmosfere dannatamente bene e aggiungono un nuovo senso della misura all'esordio un po' cafone di "Living in a magazine". Ma questo è il problema con gli Zoots, tanto che viene da chiedersi se a loro convenga insistere su questa strada, una domanda sottesa alle dodici tracce di questo LP. Per esempio, non sarebbe il caso di impiegare il proprio talento (che è innegabile) su una materia più nobile? Si prenda un pezzo come "Woman Wonder". Ben costruita, con quei tastieroni presuntuosi, la melodia elusiva, la produzione prepotente. Ma orribile, per sola colpa della materia sulla quale il quartetto si ostina a lavorare. Se ti ispiri alle peggiori cose dei Duran Duran è un po' difficile che ne venga fuori un capolavoro.
Attenti però: mica possiamo star qui a dire agli artisti come si deve fare un disco, e allora rassegnamoci, rinfoderiamo i consigli e chiariamo che "Zoot Woman", fatte salve le considerazioni qui sopra, ha tanti di quei pregi che non mancherà di incantare chi è già stato uncinato dal revival 80. Ed è anche un bel passo avanti rispetto all'esordio: meno facile ma più gratificante, segue un percorso di crescita che troppe band della scena pop-elettronica dimenticano a favore di una bella canzoncina a presa rapida.
Convincenti soprattutto in avvio, affidato ai due begli esercizi metalelettronici di "Grey Day" (nel mio personale olimpo electroclash insieme a "I just don't know" degli El guapo) e "Taken it All", gli ZW si dibattono tra new wave e disco, ed al miscuglio eighties di Kraftwerk, Human League e Faint aggiungono una spruzzata di Cure, una malinconia che li rende più simpatici e profondi. Sanno essere inaspettatamente morbidi e poi pungere con accenni di house tutt'altro che facili, alternano i beat gravi di "Useless anyway" alla melodia che occupa il centro di pop songs come "Hope in the mirror" e "Gem".
Per un po' seguono la strada del glitch e della ricostruzione dei suoni ("Calmer" e "Snow white"), ma capiscono presto che non fa per loro e chiudono l'album con una magia pessimista come "Half full of happiness", che rispolvera le tastiere dei Supertramp (!) e progredisce come un mix di giochetti e melodie tra Alphaville e Naked Eyes. Ed è meglio che mi fermi qui, prima di citare ogni oscura band che sia passata dalle classifiche di 20 anni fa.
Gli Zoot Woman sono il lato buono dell'electroclash, sicuramente una delle band della scena con più cose da dire, probabilmente una di quelle meno ascoltate. Insomma, non ce la fanno ad essere antipatici. E ora che ci penso, nel 1983 non me la passavo così male. [S]

Le doti umane degli Zoot Woman farebbero molto comodo ai (alle) Client, che ambiscono a raggiungere una elettronica dal volto umano ma falliscono in maniera evidente: il loro album d'esordio è una cosa fredda e distante, che punta troppo sull'estetica e su una ostentata coolness. E nonostante qualche possibilità (promozionale) in più, stanno lì a guardare con una certa invidia i Ladytron, che invece non possono fare a meno di essere naturalmente splendidi.
Le due signorine in questione si fanno chiamare Client A e Client B e tutte le fotografie sul loro sito si guardano bene dal ritrarre i volti, preferendo indugiare su conturbanti polpacci fasciati da calze a rete, ma l'intelligence UK ha già trasmesso i nomi di Kate Hodges, fortunata moglie di Alan McGee, già nei Frazier Chorus (quelli di "Sloppy Heart") e responsabile di uno dei maggiori crimini popelettronici del nuovo millennio (le Technique) e Sarah Blackwood, che come ex voce dei Dubstar e titolare della mai dimenticata "Not so manic now" non ha invece proprio nulla da farsi perdonare.
Ma purtroppo, se si escludono il singolo "Rock and Roll Machine" e la robotica "Sugar Candy Kisses" che strizza l'occhio ad Anne Clarke, entrambe graziate dal cipiglio distaccato della Blackwood, è la personalità della Hodges a dominare il progetto, trasformandolo nella solita pasticca avvelenata di soft-pop-electro-adulto alla Pet Shop Boys, con appena qualche beat in più dettato dai tempi duri nei quali viviamo, più due o tre pasticci fintokrafwerk come "Happy" e "Civilian". Con tanti saluti alla "versione dark dei Dubstar" pubblicizzata dalle cartelle stampa insieme alla supervisione del Depeche Andy Fletcher, boss della Toast Hawai.
Peccato che sia andata così, ma con un repertorio talmente debole le Client non sembrano in grado di andare lontano. Insomma, a chi è rivolto un disco simile? Nostalgici delle Technique riteniamo non ne possano essitere. Potrà attirare i feticisti del tacco a spillo (visitare sezione "pictures" del sito), ma davvero basta?
Oh certo, chi conserva il primo album dei Dubstar potrebbe - a ragione - desiderare di possedere questo disco, se non altro per i pezzi cantati dalla Blackwood, che nella conclusiva "Love All Nite" porge persino una pop song. Ma tolte le elettronicherie eccessive che seppelliscono la sua voce, restano quattro pezzi su undici. Ed è brutto dirlo, ma è per cose come questa che esiste il file-sharing. [S]

Star Gazing, primo volume di una nuova collana dell'inglese Guidance, potrebbe essere l'ideale colonna sonora di questa rubrica: i nomi coinvolti frequentano spesso le pagine di indiepop.it e sono tra i migliori esempi di quel moderno elettropop scaturito tanto dall'eighties revival quanto da una serie di elaborazioni applicate alla materia laptop o glitch-pop che dir si voglia. E non si tratta di un percorso facile: Maximilian Hecker, Lali Puna, Ladytron, Soviet e quasi tutti gli altri artisti qui presenti hanno sì risolto il loro conflitto tra sperimentazione e pop a favore di quest'ultimo, ma non senza pagare un prezzo in termini di fruibilità, a dimostrazione delle nobili intenzioni del tutto.
Quello che mi pare fondamentale della scena qui trattata è un passatismo che non diventa ossessione, e una certa prevalenza della sostanza sulla forma a dispetto della presenza di svariati elementi in grado di stimolare l'immaginario (si pensi alla perfetta freddezza dei Ladytron, e a quanto siano adatti per una copertina di Wire); ma il fatto è che quando Max Hecker canta la sua "Infinite Lovesong" non ha niente altro in mente che l'oggetto dei suoi desideri amorosi; non le fotografie, la coolness, nemmeno i breakbeat che si porta dietro. E' troppo triste per farlo.
Parlando di contenuti, "Stargazing" offre una selezione che non spicca per fantasia ma assai garbata, adatta anche per l'ora del cocktail senza essere incolore come certa lounge recente, peraltro blandita nel migliore dei modi dai contributi di Telepopmusik e Funky Lowlives. I Soviet di Keith Ruggiero e i Ladytron (Playgirl è viva e lotta insieme a noi) garantiscono poi un buon livello di bpm mettendo gli uni di fronte agli altri Depeche Mode e Human League, e i New Order sono omaggiati di una gentilissima cover di "Blue Monday" dai norvegesi Flunk. Le cose più gradevoli sono però il minimalismo camuffato da ambient pop di Handpolished, che in "One day trip in an elevator" firma un piccolo manifesto di art-damaged electro, e "Fast Forward" dei Lali Puna (da Tridecoder), che per quel che mi riguarda è rimasta punta insuperata della loro produzione. Tutto assai bello, ma se apprezzate il genere date un'occhiata alla tracklist prima di comprarlo: potreste accorgervi di possedere già la metà dei brani. [S]