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N.11 - Settembre 2004
Questo mese parliamo di:
The Projects
Let's Get Static
(Track and Field)

Dada Pogrom
Apocalypso
(Lead Berry Research/Grid)

The Free Design
Redesigned - The remix EP Vol.1
(Light in the Attic)

Octet
Cash and Carry Songs
(Diamondtraxx/Discograph)
Links:
www.theprojects.info
www.dadapogrom.com
Light
in the Attic
www.cashandcarrysongs.com
Recenti Electrozone:
n.7
(11/2003)
Cielo: Un Amor Mato Al Futuro
Anorak: 14 secrets we couldn't tell
Chicks on Speed: 99 Cents
The French: Total Information
Plaid: Spokes
n.8
(04/2004)
The Frequency: s/t
Fonda 500: Spectrumatronicalogical sounds
Celluloide: Words Once Said
A/V: Synthétique
Lali Puna: Faking the Books
n.9
(07/2004)
Girls on FIlm: #1
Daedelus: Of Snowdonia
Thee Hyphen: Consolidated Green
Hot Chip: Coming on Strong
Magnus: The Body Gave You Everything
n.10
(08/2004)
Junior Boys: Last Exit
Daedelus: A Gent Agent
Domenico+2: Sincerely Hot
Double U: Life behind a window
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Contaminazioni tra pop ed elettronica.
Per chi non
sappia raccapezzarsi fra tutte le articolazioni pop / elettronica
/ new wave che ancora dettano legge nei Posti Che Contano, ecco
un pronto aiuto da Londra. Si chiamano The Projects,
e se c'è una giustizia al mondo saranno presto sulla bocca
di tutti.
Il loro album d'esordio Let's Get Static
è da subito una questione epidermica, che piazza gli obbligatori
riferimenti (dai Gang Of Four agli Stereolab, e tanto di quel che
ci sta in mezzo) in una irresistibile cornice pop-wave trascinata
dalla pura forza delle canzoni; immaginate un mix tra Metric e Broadcast,
con il coefficiente di penetrazione dei primi e il gelido distacco
dei secondi. E lo so che state pensando "il solito esagerato",
ma vi assicuro che a "Let's Get Static" non manca proprio
nulla. Un basso che pompa sicuro, chitarre affilate e irregolari,
una serie di pezzi killer a partire dall'iniziale "Runner up",
e una immediatezza che sfonda qualsiasi dubbio. Non serve pensare
troppo, basta lasciarsi trascinare da "Ulysses in the supermarket",
che evoca le prime Raincoats non soltanto nel titolo: è una
cascata di suoni cristallini che si riversa su un tappeto new wave
ordito da chitarra e basso ed è anche il singolo trainante,
preferito di misura alla spettacolare "The Empty Hours",
sorta di meraviglia aliena in stile Broadcast che ammanta tutto
di gelido candore invernale. Tali - e tanti - sono gli estremi di
cui è capace questo album.
E' presto per dirlo, ma i Projects potrebbero essere la band di
cui Londra aveva bisogno per rilanciare il proprio predominio sulla
rinata scena pop-wave: talmente splendidi da farsi perdonare qualche
furbizia, belli da vedere e con un repertorio all'altezza sembrano
una versione naif dei Ladytron, con i quali mi piacerebbe tanto
vedergli dividere il palco. Qualcuno li ha accusati di eccessive
similitudini con gli Stereolab, presenti nella tendenza alla algida
cantilena di pezzi come "Today/yesterday" e in quella
specie di sunto finale del lavoro che è la spettacolare "Happy
Endings" (monumentale accelerazione verso un muro che si sgretola),
ma non è tanto grave come dicono: ballabile, magnetico e
irresistibile, "Let's Get Static" sarà uno dei
dischi dell'anno. [S]
Si intitola Apocalypso
il primo lavoro degli islandesi Dada Pogrom, e
non c'è modo di equivocare sul perché: morte, guerra e dannazione
sono i temi ricorrenti di un album la cui frequentazione musicale
non può che orientarsi verso il goth. Nessuna traccia della trimurti
Depeche Mode/OMD/Gary Numan, ma piuttosto un concentrato di immaginario
mitteleuropeo, i synth liquidi degli anni 80 continentali che concedono
qualche apertura alla maggiore fruibilità pop anche a dispetto delle
intenzioni degli autori, concentrati nel dare al proprio lavoro
una significanza un po' bislacca (forza, ordine ed entropia) e una
feroce costistenza techno/dark wave (Tech Dark, se volete essere
pignoli). Capita così di ritrovarsi a cantare ossessivamente "war
is a pogrom, is a festival of death" ("War is a Pogrom") come
fosse una "Shake The Disease" qualunque: tale è la forza di Apocalypso,
che ricorda il lato più oscuro dei nostri ascolti giovanili stemperando
i sensi di colpa in un effluvio di beats che sanno essere al tempo
stesso orecchiabili e alieni.
Il connubio dannazione+discoteca funziona meglio del previsto, e
dopo una prima parte che gratifica gli ascolti casalinghi con volume
a palla, il lavoro si conclude con le note più ostiche, dedicandosi
con successo al dub e ad una serie di densissimi dark beats
che riaffermano l'integralismo della band. Un disco certo più adatto
agli appassionati di synthcore e ai fini revivalisti che ai poppettari
incalliti, rimandati senza dubbio ai Projects qui sopra. [S]
Le
recenti raccolte di Cherry Red e Siesta, nonché le ristampe gatefold
dell'intero catalogo dei Free Design di Chris Dedrick
ha disibernato uno dei più grandi gruppi pop di sempre, significante
influenza per giovani carriere (Pipas, Rita Calypso, Call and Response)
e ha mosso idee e progetti estemporanei.
Non avremmo potuto attendere troppo a lungo un album di remix come
questo Redesigned, per fortuna l'esito
è delizioso, e breve (solo cinque brani, un primo assaggio in attesa
di un secondo volume), efficace scelta per apprezzare a pieno variazioni
sintetiche e invenzioni con la giusta naturalezza, senza che abbia
la meglio la solita stucchevolezza.
Esordisce Madlib con la rilettura di "where do I go", dal terzo "Heaven/Earth", compromesso tra tradizione e nuove tendenze; tappeto breakbeats sul canto di Sandra Dedrick.
Poi è la volta della celeberrima "kites are fun", e qui i francesi Mellow fanno centro, cogliendo il senso del capolavoro assoluto dei fratelli Dedrick, reimmergendolo in una struggente pasta Air-nostalgica, mantenendone il senso aeriforme.
"Umbrellas" è invece poco più d'un pretesto per allestire atmosfere da telefilm seventies, prevedibili ma sempre fascinose (specie per chi con quelle cose c'è cresciuto), opera di Peanut Butter Wolf. I Free Design sono come un eco che ronza nella mente dell'immaginario protagonista, tra una fuga nei sobborghi e un inseguimento in auto.
Sharpshooters poi, alle prese con "don't turn away", un prezioso
intimismo s'alterna all'andamento sincopato. Chiudono il mini Chris
Geddes and Hush Puppy che fanno di "2002 a hit song" un abbaglio
ipnotico che sfuma ovattato in nebulose di effetti. Promossi, avanti
il secondo capitolo. [F]
Octet è un duo transalpino
composto da Francois Goujon (ex batteria di Lighthouse) e Benjamin
Morando (già in D*I*R*T*Y Sound System ).
Il loro debutto Cash and carry songs,
circola alfine in tutto il globo, dopo un'anticipazione invernale
nelle sole Francia e Germania.
In effetti sarebbe stato peccato mortale non diffondere altrove questo delizioso dischetto, che è esordio di maturità sbalorditiva, ennesimo spiazzante trip-attentato all'integrità dei generi musicali comunemente intesi.
Lapt-Pop ora lussuoso ora sbarazzino, come meglio conviene
alla situazione. Denso respiro soul, variegata elettronica, ambient(i)
post-rock, antagonismi resi qui fittizi, montati assieme e sequenziati
con vitalità e disinvoltura, conservando nell'insieme un proprio
intrinseco peculiare valore.
Intelligenza e gusto non s'esentano dunque dal vocabolario musicale di Octet, tantomeno suspance e divertimento. Voluttuosi acquerelli airiformi di "Sneakers & thong" e "Blind repetition", "Trackball of fire", adornati di vocalizzi di Suzanne Thoma; o le incipienti "hey bonus" e "4/4 waltz" (così rischio di citarle tutte) sono esempi di eclettismo, curiosità musicale, genio depistante.
Roba da infatuazione certa, da non sottovalutare; in effetti sento l'epidermide sollazzarsi.
Se sarà vero amore, dirà il tempo, ma le premesse sono quelle. [F]
Salvatore,
Fabio
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