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N.4 - Agosto 2003
Questo mese parliamo di:
Broadcast
Ha Ha Sound
(Warp)

Broadcast
Pendulum EP
(Warp)

M83
Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts
(Emi)

A/V
Manos Arriba!
(Bungalow)

Los Fancy Free
Menonita Rock
(Bungalow)
Links:
www.broadcast.uk.net
www.ilovem83.com
www.bungalow.de
Los
Fancy Free@Bungalow
Altri Electrozone:
n.1 (05/2003)
Freescha: What's come inside of you
Devils: Dark Circles
Alpinestars: B.A.S.I.C.
Alpinestars: White Noise
n.2
(06/2003)
Ellen Allien: Berlinette
Clue to Kalo: Come here when you sleepwalk
Manitoba: Up in flames
Velma: Ludwig
n.3
(07/2003)
The Knife: Deep cuts
Electrocute: A tribute to your taste
Ulrich Schnauss: A strangely isolated place
8doogymoto: Minimalistico
Styrofoam: I'm what's there to show that something's missing
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Contaminazioni tra pop ed elettronica.
I Broadcast
sono l'orgoglio di Birmingam. Una città che deve aver ispirato non
poco le atmosfere, le sensibilità musicali dei concittadini Pram,
L'Augumentation, Plone, Novak, Magnetophone.
Ma le celestiali alchimie e gli inediti incroci linguistici di Broadcast
c'entrano e non c'entrano in tutto questo, fanno molto storia a
sé.
"Colour me in", che apre il nuovo lavoro Ha Ha sound
è l'abito da indossare, chiave di volta per introdursi e disvelare
un emisfero completamente incantato, immerso in suoni, echi e colori
che ibridano soundtrack pop, psichedelia, folk, jazz noir, avanguardia,
exotica, attraverso uno stile personale e inconfondibile.
I Broadcast sono un gruppo volto all'esplorazione della galassia
del pop più immaginifico e sensuale, un misto accattivante di confidenziale
e sofisticato, avant e retrò compiuto la magia della strumentazione
analogica.
Lisergici come Pram e Ladybug Transistor, con l'esotismo delle raccolte
"parallele" Switched On degli Stereolab.
Dove questi ultimi concepiscono uno stile cerebrale, iterativo,
ironico, le incursioni armoniche dei Broadcast paiono più casuali,
naif. Posseggono una dimensione pittorica e illusionistica.
Fluttuazioni espanse e dilatate, ed anche esili, spettrali, disciolte
in romantici e quasi trasparenti giochi di fantasia in grado di
alterare la percezione.
Nel corso delle composizioni i Broadcast pongono rifrazioni, spiazzanti
tranelli, insidie, piccoli agguati alla norma.
Before we begin, valerie, minim, lunch hour pops, ominous clouds,
the little bell.. rivelano una straripante magica essenza, l'aura
arcana e straniante di un luna park di provincia a tramonto del
dì di festa.
Un senso di surreale e fiabesco, di premonitorio; una tempra trasognata
in timbri vocali e strumentali, linearità e oscillazione, affinità
fra musica e psiche.
Ogni album dei Broadcast è unico, frutto di appassionate ricerche,
di una scrupolosa metodologia artistica che rinuncia a satelliti
e basi conquistate, ripartendo da zero.
Torna esordio per ritrovare quelle esaltazioni, energie e passioni
della prima magica ascesa.
Ci occupiamo anche dell'ep Pendulum,
che ha anticipato di qualche mese la pubblicazione dell'album. Un
sestetto di pop decisamente instabile e avanguardista, laddove Ha
Ha Sound celebra una smarrita purezza pop-syche.
Apre il singolo pendulum: atmosfere alienate e caustiche su cui
la voce della Keenan distende ogni immaginazione, per planare e
perdersi dolcemente nel limbo di small song IV.
One hour empire è un immersione claustrofobica noir, un'attrazione
da pellicola bianco e nera talmente vivida che sembra di vederla,
spartita fra distorsioni tastieristiche e percussioni di ispirazione
jazzistica.
Still feels like tears è una rinfrancante oasi di melodia
dall'andamento incalzante.
Le doti del batterista Neil Bullock si esaltano ancora nell'art-rock
di violent playground.
La conclusiva minus two è una scardinante, frammentaria,
arcana suite concreto-avanguardista, di grande efficacia. Ma niente
paura, è pur sempre pop.
Anthony Gonzalez
e Nicolas Fromageau, al secolo M83, sono
gli involucri vuoti dei Daft Punk robotici, degli Air ampollosi
oltre limite, dei Lali Puna massimalisti: se ne fottono del glitch,
della disco(very) e delle ultime tendenze electro, ed entrano sull'Autobahn
dal casello sbagliato. Invadono l'aere di molesti organi e di ogni
suono che i loro PC possano emettere, e su quelli ricamano ulteriori
melodie che per consistenza potrebbero anche appartenere ai Boards
of Canada, ma qui orribilmente trasfigurate. Una invasione totale
che obbliga ad una resa immediata tutto quanto è estraneo al suono:
la voce è presente in maniera sporadica, sovente filtrata anch'essa,
gli strumenti non esistono, tutto è funzionale al complesso. Parlo
di Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts, album che si fa amare
ed odiare, perché allo stesso tempo troppo vicino e troppo lontano
alle nostre esperienze di ascoltatori.
E' una voce robotica, forse la fidanzata del vocalizzatore del "Fitter
Happier" Radioheadiano, ad introdurci al viaggio nello spazio che
inizia in "Unrecorded". E qui la faccenda si fa strana davvero.
Mùm, Air, My Bloody Valentine si incontrano in un terreno nuovo,
diverso, eccessivo. La galassia a spirale M83 si espande in tutte
le direzioni: pop, elettronica, ambient, con elevate ambizioni soniche
(si autoparagonano a Tangerine Dream e Mogwai) senza prescindere
dalla electro-disco-easy francese né dal quel futurismo dai contorni
ingenui evocato da Air e Daft Punk. Synths si mischiano ad archi
(sintetici e veri), organi da chiesa suonano musica dance, lo studio
si satura di suoni, li assorbe egli stesso e li rivomita, manco
ci fosse Kevin Shields al mixer (qui senza chitarre, però). E ancora
crescendo, basi techno-disco, afflati religioso-anarchici, electroclash
congelato, anni 70 liofilizzati e reintegrati al PC, una qualità
epica che conferisce al tutto alto spessore emotivo. La mancanza
di pause nei brani/fra di essi amplifica ognuno di questi aspetti:
è una sorta di assalto continuo che stordisce l'ascoltatore mentre
gli M83 esplorano l'incomunicabilità del post-rock e la ibridano
con la parlantina easy. In questo incontro di estremi sta l'arte
degli m83, nel citazionismo anni 80 epico ed ambizioso di "America",
nella sovrapposizione continua di elementi irrimediabilmente trasformati
e sciolti in un minestrone indistinto. Turbillon velocissimi di
voci robotiche e tastiere smanettone ("0078h"), ambient alla francese
("Gone"), elettroglitchpop celeste come lo intenderebbero i Mùm
con qualche chilo di muscoli in più ("Beauties can die", infine
lugnhissima distesa verde), e poi finisce, facendovi riemergere
da un sogno; perché "Dead Cities." ha una peculiare qualità: si
impossessa del lettore CD e non esiste più null'altro per un'ora
buona.
Sì vabbè, ma mi piace? Da matti, come tutte le cose che non capisco
sino in fondo.
Concludiamo il
nostro numero estivo con una breve vacanza in Messico sulla scia
di Holger Beier e Marcus Liesenfield, boss della Bungalow ed occasionalmente
Le Hammond Infernali: una volta arrivati a Città del Messico a cercar
distributori per la loro etichetta, i due si sono trovati di fronte
una realtà ben diversa da quella immaginata: trasmissioni radio
a base di Ladytron e Royksopp, un underground in grande fermento
nonostante l'assenza di label indipendenti ed un mercato in profonda
crisi, tanti gruppi di belle speranze intenti a dare corpo ad una
scena viva e caotica. Quanto bastava alla coppia per assemblare
una particolarissima raccolta di electropop mexicano. Manos
Arriba! è la fotografia della scena cittadina ad uso forestiero:
electro caotica, senza pause e per certi versi ingenua, prigioniera
di un revival 80 senza fine. Se siete alla ricerca di svaghi poco
cerebrali vi piacerà da impazzire, dai Plastilina Mosh, che portano
in pista una band di mariachi pettinati alla Sandy Marton nella
loro cover di "Viva Las Vegas" a "Pontiac Firebird '82" dei Sonido
Drasser Drakkar, meraviglia elettronica che incorpora eurodisco
e la sigla di "Supercar": tutto tra pro-tools e Casio, una festa
di pignatte in sedici tracce tra il sublime e il blasfemo (Ché Guevara
Superstar?).
Ospite della compilation è anche l'electrohippie
Martin Thulin, biondissimo messicano cresciuto in una comunità di
Menoniti scandinavi (una sorta di Amish, se ricordate quel film
con Harrison Ford) che con il nome di Los Fancy
Free ha persino partecipato nel 1998 ad una compilation Labrador
Records: la Bungalow lo onora della prima pubblicazione ad personam,
rilevando "Menonita rock" (chissà cosa ne pensano i confratelli)
dall'autoctona Noiselab per distribuirlo in tutto il mondo. I punti
di riferimento del biondino sono i medesimi dei compari suburbani
del vecchio continente: Gary Numan, Human League, New Order, ovvero
elettropop puro, ma è indubbio che il suono di Los Fancy Free sia
meno schiavo delle mode (e delle boutique) e possieda forti connotazioni
esotiche, tanto che possiamo estendere senza fatica a questo disco
le considerazioni fatte per "Manos Arriba": un trionfo sintetico
e vergine, a tratti eccessivo (ma in maniera del tutto naturale)
e caotico, un magma stilistico che affastella strumenti e rumori
faticando a raggiungere un equilibrio, ed anzi assume molteplici
forme in ognuna delle dodici tracce del disco, tanto da rendere
difficile una descrizione che vada oltre la generica categoria di
"electropop". Dietro la copertina per soli adulti del fumettista
Alfredo Macall c'è un lavoro che trabocca energia e che prospera
su una contaminazione perenne di stili e strumenti, sempre ricondotta
in ambito electro. Una sintesi racchiusa tra i due programmatici
estremi (Menonita Disco e Menonita Rock) e che attraversa citazioni
Human League (Diggin a Hole ruba un verso a "Love Action"), proclami
roboanti e un po' presuntuosi (Electric Punk) per culminare in una
sorta di neopsichedelia chimica, portata in dote dai flirt con il
rock più visionario di Evol/Love e Bright Noise/Light Sleep. Difficile
non lasciarsi infettare.
Salvatore,
Fabio
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