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N.21 - luglio/agosto 2005
Questo mese parliamo di:
Hanne Hukkelberg
Little Things
(Propeller recordings)

Kanda
All The Good Meetings Are Taken
(Bop Tart)

Kevin Blechdom
Eat My Heart Out
(Chicks on Speed)

Dekad
Sin_Lab
(Boredom)

Differnet
The Title of the Record Is the Text Printed on the Cover,
or Nothing at All
(Friendly Noise)

Masha Qrella
Unsolved Remained
(Morr Music)
Links:
www.hannehukkelberg.com
www.kandapop.com
www.kevyb.com
dekad.online.fr
www.differnet.tk
www.morrmusic.com
Recenti Electrozone:
n.14
(12/2004)
Efterklang: Tripper
Megahertz: Estetica
Annie: Anniemal
n.15
(01/2005)
M83: Before The Dawn Heals Us
Toog: Lou Etendue
I am X: Kiss + Swallow
Soho Dolls: Prince Henry
n.16
(02/2005)
Stratus: Fear of Magnetism
Electrocute: Troublesome Bubblegum
Fever Asym: A green flower with a big blue hole
Performance: Love Life
n.17
(03/2005)
Caribou: Milk of Human Kindness
Interflug: My Casio Scripts
Potion: Band of Outsiders
Daedelus: Exquisite Corpse
Gruff Rhys: Yr Atal Genhedlaeth
n.18
(04/2005)
Run Away From The Humans: We Exist
Ivy: In The Clear
Music a.m.: My city glittered like a breaking wave
Kissogram: Forsaken people come to
me / Cool video can't die
Loveflare: Loveflare
n.19
(05/2005)
Stereo Total: Do the Bambi
Noise Tank (lovesyou): Glee, Ad Nauseam, And How It All Works
Out
Fan Modine: Homeland
Blaknoisewhitesoul:
Popgenius (Song For Brian Wilson)
n.20
(06/2005)
Melodium: La Tete Qui Flotte
Domotic: Ask For Tiger
Bacanal Intruder: Room-A-Tronic
In My Room:
Saturday Saturn
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Contaminazioni tra pop ed elettronica.
Hanne Hukkelberg è una musicista
norvegese esordiente, che propone un elettro-pop imbevuto in atmosfere
blues e soul a base di voce, pianoforte, chitarra, batteria ed elettroniche
(il suo sito suggerisce il titolo "dusty jazz"). Indubbiamente
volubile, eccentrica ed affascinante, Hanne in questo Little
Things potrebbe suonare come un crocevia malizioso ed estatico,
tutto già al femminile, di Cocorosie, Niobe e Goldfrapp.
Musica come respiro, che lambisce equivoca, emanazione densa di
frammenti, embrionale.
Invero questo soffio sottile, imprevedibile, diafano e dolcemente
utopico, potrebbe assurgere a nuovo modello di "soul fusion"; acustica,
romantica, fatta d'immaginifici accostamenti e sperimentazioni tra
strumenti nobili o rimediati. Quest'album, anticipato dall'ep di
"Cast Anchor", è stato pubblicato qualche mese fa nella natìa Norvegia,
in scaletta invariata. Ed è un'incantevole, pigra sorpresa riservataci
da questo pigro scorcio d'anno.
Sobriamente interpretato dalla nostra assieme ad ospiti suoi connazionali
come Jaga Jazzist, Kaada, Shining ed Exploding Plastix alle prese
con strumenti e basi di suoni digitali, il disco della Hukkelberg
mostra considerazione e rispetto per radici musicali profondamente
europee, insidiose seduzioni da Angelo Azzurro (cabaret,
piano bar) unitamente a un gusto interpretativo blues afroamericano
nobile e primordiale.
Ella gioca con la sua sensualità, percepibile in punta di toni soul,
bassi e acustici, senza rinunciare a sorprendere e depistare, e
con che gusto, con quale urgenza di trasformazione.
Impalpabile e sinuosa, Hanne sa come intrigare, movendo finezze,
suscitar pruriti dei sensi.
"Searching", "little girl", "do not as i do", "ease", "conversion"
episodi come niente, che si compiono in semplici frasi, ramificano
dentro piccoli miracoli che sottilizzano e riflettono simboli con
naturalezza, disvelano boccioli di bellezza.
Uno dei possibili dischi dell'anno. [F]
Tra i vari archetipi
di formazione elettronica, quello del duo ragazzo-ragazza sembra
essere il preferito dell'elettropop più colorato e naif: ennesima
dimostrazione arriva dai Kanda, al secolo Arland
Nicewander ed Akina Kawauchi da Portland, che con All
The Good Meetings Are Taken sfornano una perla di elettropop
DIY per certi versi proverbiale eppure abbondantemente dotata di
sostanza. Meno sfacciati dei Ladytron, di cui pure potrebbero essere
controparte frugale, meno ferrei dei Freezepop nell'interpretare
le limitanti regole del proprio genere, i Kanda hanno l'ardire di
avventurarsi fuori dalla bolla atemporale dell'electropop più classico
senza rinunciare all'entusiasmo che li contraddistingue. E sì che
non tutti gli album possono vantare un opener del livello
di "Arctic", piccola e brillante gemma già dissotterrata qualche
mese fa dal sito kandapop, magnifica nell'alternare accumuli e rilasci
di energia in sincrono con l'intercalare delle voci, restando allo
stesso tempo assolutamente ballabile, come i Fischerspooner col
sorriso. Un'autentica lezione di efficacia pop, abbastanza imperfetta
da farsi amare dagli indiegeeks, come ogni pezzo che mescoli amore
e danza dovrebbe fare.
La tentazione di riposarsi sull'eccezionale forza di un pezzo simile
dev'essere stata forte, ma i Kanda le hanno resistito.
Dalla traccia tre, dai violini di "List" che intrecciano un vecchio
ancora d'attualità (i ritornelli facili, le tastiere spianate) a
un nuovo altrettanto bello ma ancora acerbo (gli archi e i beats
più duri) le ambizioni dei Kanda cominciano a modellare un album
che a dispetto dell'estrema brevità - solo 25 minuti - non si accontenta
di essere una collezione di hits futili ma cerca di forzare i limiti
del proprio stile. E così la coppia corteggia le più sottili suggestioni
electro, aggiunge ai ritmi pesanti e talvolta un po' rozzi (il Casiobeat
di "Where Do They?") un po' di humor nero, trova una difficile sintesi
tra le chitarre che grattano e i beats al candito. Soprattutto fa
del suo meglio - cioè tanto - per non perdere di vista l'immenso
dono dell'orecchiabilità, esplicata nelle esplosioni di ritmo che
superano a doppia velocità le introduzioni guantate di archi o di
tastiere vellutate. Come "Drink for Thee", puro distillato di Magnetic
Fields che conserva un allure malinconico da vecchia filanda, come
la cortesia tutta inglese di "Frankie" che fa il paio con l'invasione
elettro-vocale nel silenzio di "One Place".
Ma forse la chiave di tutto sta nella melodia-killer della sinuosa
"Filler", quando la voce di Akina si inselvatichisce sino a ricordare
quella di Kazu: perché come i Blonde Redhead, i Kanda hanno la capacità
di mettere a fuoco i propri pezzi, di lasciarli attaccati ad un'idea
forte che attraversa bellicosa tutto il disco. Nessuna delle undici
brevissime canzoni di questo album è abbandonata a se' stessa, nemmeno
nei momenti più difficili di "Where do they?", quando la voce di
Akina sembra persa nel diluvio di tastiere e hard beats: piuttosto
i Kanda cercano la penetrazione per vie secondarie, tolgono familiarità
al cantato per verificarne il funzionamento in un contesto che altri
definirebbero avant-pop ma che in mano loro è malleabile,
gommoso ed entusiasta come solo le canzoncine da due minuti sanno
essere. [S]
Riecco Kristin
Erickson in arte Kevin Blechdom, con nuove "canzoni
dal cuore" (Eat My Heart Out.) a bissare
l'eccellente "Bitches Without Britches" del 2003.
A nostro avviso questa ventisettenne della Florida è e resta uno
dei talenti più lampanti quanto irresistibili, dissacranti e squilibrati
del recente panorama rock tout court al giro di millennio, nei sorprendenti
Blectum From Blechdom prima e in proprio poi (dal 2001, con l'ep
"The Inside Story" per Tigerbeat6). "Eat My Heart Out" è l'ennesima
vulcanica dissonante combinazione di "cabaret-art-poptronica" (da
lei semplificato: "computer-pop-record"). Un compromesso
tra il Todd Rundgren più lisergico, Bobby Conn, Ween, Zeek Sheck
e Duffy Duck più una buona dose di istinto femminile e licenziosa
mitomania hippie.
Kevin condisce (verrebbe da dire contrasta, ottunde) impagabilmente
una serie di accorate performances vocali con basi di chincaglierie
analogiche e digitali, sfoggiando esemplari, minimali perizie copincolla,
apprese e praticate in anni d'orge al college, assieme all'amica
Bevin Kelley.
Il risultato, se così può definirsi, è un coinvolgente, fitto e
interminabile concept zappiano in era cyberpunk, tra canzoni-ballata
e frenesie ritmiche, un'eruzione lancinante in protocollo Midi,
di micro invenzioni, arsenale di samples, banjo, drum machines.
Ogni brano rivela qualche particolarità, delirio, estasi cialtrona
in arrangiamenti, strofe, effetti. Tra gli esempi più illuminanti,
la sincopata e pulsante orchestrina di "What you wanna believe",
gli agoni romantici alla deriva sulla nostalgica, cialtronesca serenata
"Suspended in love" (archi, tastiere, sax, arie soprano e buffi
cori misti) poi tumultuosi su "Invisibile rock" (organo, cori gospel
e synt anni ottanta). Se il drum'n'bass roco e distorto di "Love
you from the heart" sembra sottratto all'"Odelay" di Beck, "are
you fucking with me" (disarmante sotto ogni punto di vista) e "The
porcupine & the jellyfish" sono poi, liricamente e musicalmente,
surreali capolavori cartoonistici degni del Stephen Tunney (aka
Dogbowl) più ispirato, tale da accostare la Blechdom a coordinate
Shimmy Disc. Su "Day to day" si tira il fiato: una disintossicante
ballata nel mezzo del cammino punzecchiando un banjo. "Get on your
knees", di contro, è nuovamente una lancinante performance vocale.
In entrambe, Kevin definitivamente illumina sui propri "coriacei"
istinti plagia(ris)ti e fluorescenti, sulla sua natura in perenne
"defrag", schizoide, versatile, polimorfa.
Dio la benedica. Si fa sentire sull'album l'impronta di ospiti quotati
come Mocky, Jamie Lidell, Lucile Desamory e Lumberob ("Runaway or
stay", "Coming"). [F]
Il titolo della compilation Boredom che ce
li ha presentati qualche mese fa (Synthétique) serve da definizione
per i Dekad, terzetto francese approdato con Sin_Lab
al suo primo album. Musica sintetica, che come ogni prodotto targato
Boredom sembra vivere in un mondo a parte, soffocante, inesorabilmente
chiuso agli outsiders. Ma al di là della facciata la musica dei
Dekad sembra avere buone possibilità di risultare gradita anche
ai non iscritti ai forum dark/synthcore: scegliete i punti di riferimento
che preferite nell'ambito di una popelettrinica priva di sorrisi,
il cui fulcro principale è la meccanicità esplosiva dell'EBM; e
vedrete che all'interno di questi limiti i pezzi di Sin_lab funzionano
alla perfezione, sempre attenti a bilanciare le esigenze di coerenza
proprie dell'appartenenza ad una scena "chiusa" con la precisa volontà
di capitalizzarne l'appeal nostalgico.
Quattordici pezzi sono forse troppi per coprire l'intero spettro
synthcore: basterebbero i primi tre, "Never Too Late" (il tormentone
sudato che mancava all'estate), "Club Devil" con la sua implacabile
apertura pestona, i grooves estremi di "Emergency". Tre esercizi
di demolizione, claustrofobici ma accoglienti, che già consentono
di tirare le somme. L'esplorazione successiva rischia di non risultare
gratificante secondo promessa per colpa di una monotonia che prende
alla gola il lavoro dei Dekad poco oltre la sua metà. La scommessa
del gruppo è che sarete tutti diventati dei dedicati elettrofoni
già alla settima canzone, l'esplosiva "Electrofreak" (che riunisce
tutti i cliché dell'elettronica europea anni 80 ai quali riusciate
a pensare nel giro di sessanta secondi), anche perché se non vi
convince lei nulla ci riuscirà.
Per stavolta non cadremo nel trabocchetto dei paragoni, che in materia
electro sono così scontati da divenire cliché essi stessi. Piuttosto
stupisce la sopravvivenza di questa particolare marca di synthop,
in una specie di bolla atemporale dove tutto è lecito ma al di fuori
della quale il fraintendimento è in un certo senso garantito. E'
con questo spirito, da One Shot 80, che dovete gradire Sin_Lab,
l'unica possibilità che gli darete di non smontarsi davanti ai vostri
occhi come un pezzo di meccano avvitato male. Godetene in modalità
shuffle, preferibilmente distribuendo in più sessioni la sua ora
scarsa di durata, in cuffia o ad altissimo volume; e godete di pezzi
intercambiabili, costruiti con mattoncini lego raccolti da una fantasia
passata, uguali fra di loro e immutabili nel tempo ma ancora così
efficaci. [S]
Torna Differnet, ensemble svedese che esordì nel
2003 con l'acclamato "Come On And Bring Back The Brjokén Sounds
Of Yore!". Questo interessante secondo The Title
of the Record Is the Text Printed on the Cover, or Nothing at All
non cambia la musica e tantomeno la curiosa boutade del titolo torrenziale.
Definiremmo Differnet, involando e arrischiandoci un poco, un ambient-bit
melodico, sorta di compromesso elettroacustico pop "ecologico",
foriero di suoni sommersi e pressati, voci lontane aleggianti come
riverberi, vaghi e dreamy ("Edison", "Caligula"), spirituali disseminate
emulsioni ("A Fable"), nascoste in qualche angolo di fitta brughiera.
A volte in questa guida sintetica di effetti e rifrazioni si schiude
una quiete, un senso d'immobilità eterna, di permanenza, a sfiorare
i più recenti e aurorali colori musicali degli Hood, digitali venati
di psichedelia ("Crash Reconstruction"). Un sentimento intensamente,
naturalmente bucolico, un'anima rustica ove proiettare e dipanare
fast-forward mnemoniche, calde trasfigurazioni, sintesi di
forme e colori ("On a Trail", "Albuquerque".).
Un ascolto, ribadiamo, piacevole, che plausibilmente lieviterebbe
in prossimità di siffatti ambienti agresti, così vagheggiati e desiderati
dalle musiche per quel palesare comunioni possibili.
Efficace in questo senso, quando appare e si definisce, una voce
femminile, come cuore pulsante che avanza e penetra la macchina,
gli electronics; barlume di lucciola ("Searching for Mr Right")
che con le sue piccole fragili mani è capace di sollevarci da terra
e orbitare sfidando la gravità.
Altrove, rallentando, corpi di tastiera paiono diluirsi, coagulare
assieme e trasfondersi in infinite, chimeriche parvenze ("Analfabetism").
[F]
Attesissimo debutto sull'etichetta berlinese Morr
Music di Masha Qrella. Con Unsolved
remained la chitarrista/bassista dei Contriva e tastierista
dei Mina, già autrice di un album solista un paio d'anni orsono,
entra a far parte a tutti gli effetti della nutrita scena di "indietronica"
capeggiata dal talent scout Thomas Morr. Masha ci propone un cocktail
musicale che l'avvicina molto agli Stereolab più lounge-pop. E quindi
un godibile mélange di canzoni pop arrangiate in maniera
delicata e sobria, con dei beat di drum machine lenti e dilatati,
e con un cantato timido e soffuso. Mentre i Contriva ed i Mina si
sono fatti apprezzare per la loro musica elettro-synth-pop venata
di elementi post-rock, e quindi grazie a dei progetti musicali piuttosto
lontani dalla "forma canzone", ed anzi basati su delle ritmiche
forti ed a tratti sghembe, la nostra Masha in libera uscita si dà
al pop. L'esperimento però gli riesce a metà. Troppo ingombrante
risulta l'eredità degli Stereolab e dei conterranei Lali Puna. Troppo
incerta risulta la sua timida voce, specialmente se raffrontata
a quella di Laetitia Sadier o a quella di Valerie Trebeljahr. Sarebbe
però un peccato bocciare in toto il progetto solista di Masha. Infatti
"Unsolved remained" ci ripropone quell'azzeccatissimo e copiatissimo
mix di indiepop ed elettronica di scuola Morr Music. La produzione
è di ottima fattura. Inoltre il packaging del cd, in formato
digipack come tutti i cd dell'etichetta berlinese, e l'immagine
di copertina fanno sì che il prodotto finale sia comunque appetibile.
Ma non si può non rilevare come questo album, nonostante gli ottimi
propositi, sia ancora acerbo, soprattutto a livello di canzoni.
Scorre via rapido senza che nessuna traccia ti rimanga saldamente
ancorata nella testa e nel cuore. Le melodie ci sono, ed il talento
di Masha non si discute, ma, forse, dalla "bambina prodigio" della
scena elettronica tedesca questa volta ci aspettavamo qualcosa di
più. Un salto di qualità rispetto al precedente album solista "Luck"
del 2002 che non c'è stato.[M]
Fabio,
Michele,Salvatore
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