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N.2 - Giugno 2003
Questo mese parliamo di:
Ellen Alien
Berlinette
(Bpitch Control)

Clue To Kalo
Come Here When You Sleepwalk
(Leaf)

Manitoba
Up In Flames
(Leaf)

Velma
Ludwig
(m:narsitik)
Links:
www.ellenallien.de
www.cluetokalo.com
www.manitoba.fm
www.velma.ch
Altri Electrozone:
n.1 (05/2003)
Freescha: What's come inside of you
Devils: Dark Circles
Alpinestars: B.A.S.I.C.
Alpinestars: White Noise
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Contaminazioni tra pop ed elettronica.
Negli ultimi 3 - 4 anni
Berlino (con buona parte della Germania) è diventata il centro del
mondo per quello che riguarda la musica elettronica; forse per il
nuovo status di capitale-città work in progress, forse per la sonnolenza
attuale di quello che un tempo era il faro direzionale londinese,
i semi gettati nei decenni passati dai Kraftwerk soprattutto, stanno
fiorendo ed esplodendo in una miriade di rivoli creativi quasi perennemente
in stato di grazia. La santissima trimurti è ora riunita in città
ed è una questione di women power: Miss Kittin, Ellen Allien e Barbara
Morgenstern dominano il panorama delle djettes, strettamente imparentate
fra di loro per via di remix reciproci ed apparizioni nel mix album
ora dell'una, ora dell'altra.
Ellen Allien, ipercinetica mente creativa,
manipolatrice di vinile senza sosta, fondatrice nel '99 di Bpitch
Control ha deciso di stupire non poco con Berlinette. Già
il primo album "Stadtkind", dedicato a Berlino, fu una piacevole
sorpresa, anche se quasi convenzionale. Berlinette è uno statement
di appartenenza alla città e rovescia completamente gli standard
della techno-idm sparando proiettili di frattali coloratissimi e
cristalli di ghiaccio.
Innanzitutto la presenza costante della voce, rara e sommessa in
Stadtkind, filtrata, "pitchata" e manipolata a volontà in questo
album; mai naturale e mai prevedibile.
Berlinette avvolge subito pur essendo un disco complesso, denso,
stratificato, fatto di opposti e di tentativi di negazione di essi;
c'è quasi una "warpizzazione" che pervade le 11 tracce, il ritmo
è spesso e volentieri spezzato ed irregolare, si evita apertamente
il "4/4 e pedalare" e fin dal primo brano "Alles Sehen" ci troviamo
di fronte ad una delle innumerevoli contraddizioni dell'album: ritmi
spezzati e metallici avvolti da una caldissima coperta di xilofonini
sintetici e dalla voce di Ellen: un affettuosissimo abbraccio in
una pomeriggio invernale in un appartamento di Kreutzberg. Sono
proprio le atmosfere caldo-fredde a dominare, quasi ci trovassimo
di fronte alla naturale evoluzione di certe band "shoegazer" dei
primi anni '90: pare di riconoscere certe ambientazioni sonore di
ipotetici My Bloody Valentine che abbiano buttato le chitarre alle
ortiche, anche se il suono della chitarra (campionata) è inserito
in modo assai organico in "Trash Scapes" e in "Augenblick", dove
la voce di Ellen si tramuta in segnale alieno davvero.
Si inizia a percepire, da qui, l'alterità assoluta della nostra
che in "Abstract Pictures" sciorina il canto che ci potremmo aspettare
dagli esseri discesi dall'astronave di "Incontri Ravvicinati", asessuato,
angelico, celestiale, nonostante Ellen Allien sia una tipina assai
fascinosa. La conclusione "Open" è una vera perla avant-post-new
wave dove chitarrine alla Cure 1981 si fondono con una voce filtratissima,
scarnificata fino ad essere puro strumento di divinità che abbiamo
appena imparato a conoscere.
Indispensabile la visita al sito della Bpitch Control (www.bpitchcontrol.de)
realizzato totalmente in Flash ed al sito personale di Ellen Allien.
Clue
To Kalo è l'alter ego musicale di Mark Mitchell. Un altro
corriere sentimentale, un altro passionale sintetico a costellare
il giovane firmamento elettro pop, aggiungendosi a smaglianti paesaggisti
del calibro di Domotic, Dntel, Monogram.
"Come Here When You Sleepwalk" è un lavoro dalle cromature
eteree e impalpabili, che esprime umori fragili e vulnerabili. Un'elettronica
che immerge, un insieme virtuale che sembra materializzarsi e farsi
reale.
Sulla copertina "filtrata" una ragazza (o una donna, difficile definire
l'età) percorre in bicicletta una strada di campagna. La stessa
dimensione del desiderio, nostalgico-utopico è presente nella musica
come nella grafica.
Si sogna, per lo più. Si vuol rivivere in mondi accoglienti
e cortesi, a misura d'uomo, dove luminosità e candore risiedono
nella ingenuità e nella purezza di ciascuno.
Un'elettronica umana e impressionista, dai tratti sensibili, che
avverte e comunica tali particolari disposizioni dell'animo. Che
percepisce ogni emozionalità nell'atmosfera e la amplifica come
riverbero sull'acqua.
Che l'epopea
della Creation Records sia circondata da un alone mitico è cosa
nota, ma tutto ci saremmo aspettati fuorché vedere un digitalizzatore
ambient come Manitoba renderle omaggio.
Eppure Up In Flames fa proprio questo: tratta la materia
elettronica da un'ottica indie-rock, e associa grooves e sequenze
di synth a melodie vocali e nebbioline reminescenti gli anni 80
perduti di McGee e 4AD.
Valgano per tutti due singoli che sembrano fatti apposta per solleticare
la vanità degli indiepoppers con velleità elettroniche: "I've Lived
on a dirty road all my life" è un episodio protodance tra Dubstar
e Chemical Brothers con una linea vocale/melodica accattivante quanto
basta per renderlo cantabile, e "Jacknuggeted" con le sue atmosfere
da crepuscolo pop avrebbe potuto essere un qualsiasi singolo Creation
Records di 15 anni fa: chitarra acustica e voce triste inghiottita
dagli effetti. Un anacronismo ribadito da qualche giochetto orientaleggiante
("Bijoux", "Hendrix with KO") condito da una buona dose di grooves
che evocano i Jesus & Mary Chain dediti al ritmo di "Honey's Dead"
e le stratificazioni vocali annesse (vedasi anche alla voce My Bloody
Valentine) ma anche i più recenti esperimenti degli Amorphous Androgynous,
pure loro in vacanza indiana.
Certo, il vero collante di Up in Flames restano le scelte ritmiche,
che conferiscono coesione al lavoro anche in presenza delle deviazioni
aliene di "Skunk", i cui fiati campionati sono ricomposti in forma
di insistente miagolìo sotto i grooves promessi dal titolo, o di
quella colonna sonora da spaghetti western del 2000 che è "Twins",
con un campione lasciato libero di schitarrare.
Tutto perfetto? Non proprio, ché non si può fare a meno di subodorare
qualche trabocchetto nel lavoro di Dan Snaith: aggirarsi in "Up
in Flames" è come visitare un set di Cinecittà: non si è mai sicuri
se gli edifici che vediamo sono veri o soltanto sagome di cartone.
E per quanto il nostro si dia da fare, l'album sembra più una bella
esercitazione del proprio talento che un disco di effettiva sostanza.
Ma insomma, siamo troppo pignoli: ce lo si gode, finché dura.
Chi ha sostanza da vedere sono i Velma,
splendido terzetto Ginevrino in stasi discografica dai tempi dell'ottimo
"Cyclique" (1999), se si escludono un EP ed un successivo album
di remix (Panoramique). Registrato nel sud della Francia sotto la
produzione di Mark Van Hoen (Locust, Seefeel, Mojave 3), il nuovo
"Ludwig" è davvero un piccolo capolavoro, che raggiunge la
massima espressione del potenziale pop dei tre svizzeri.
Ci sono album che iniziano con il botto, ma nessun botto è forte
come "Hommage", sorta di minicollage programmatico in cui suoni
ed ombre si rincorrono e si sovrappongono, con brandelli di canzoni
che appaiono e scompaiono in rapida successione: post-pop che culmina
in 45 secondi di sfacciati e meritatissimi applausi. Cinque minuti
soli, ma con dentro talmente tante idee da bastare ad altre band
per un album intero. I Velma no, condensano la loro etica in questo
modo e la porgono a mò di autopresentazione in un album che attraverserà
generi e umori con assoluta disinvoltura.
Il loro "pop" è una questione di atmosfere e sensazioni: mancano
i cori e prevale una strutturazione astratta dei suoni, per certi
versi vicino a ciò che è stato fatto in tempi e ambiti diversi da
Tarwater e To Rococo Rot, ma il loro sguardo si spinge ancora oltre:
la teatralità piena di "Distance", le melodie di struggente bellezza
che accarezzano "Progressions" sono il sintomo di una inesauribile
voglia di esplorazione nei territori della pop/elettronica e ribadiscono
l'innata capacità dei Velma di rendere fruibili e in un certo senso
leggere anche le istanze più sperimentali che li animano:
"Night Club" conduce i Tortoise in discoteca, "Lieu" è una piano-song
trasfigurata dalla nebbia e fa tesoro delle recenti collaborazioni
con Terre Thaemlitz, ed ascoltare la monumentale "Cube" è come assistere
ad una impossibile sintesi astratta, dilatata ed espansa di Air
e Stereolab, come un Safari di Luna spostato su Marte. Il gruppo
di Tim Gane è punto di partenza anche della lenta progressione di
"Action", forse il capolavoro del disco, che evolve da esercizio
cinematico astratto a compiuta pop song in una perfetta compenetrazione
acustica/elettronica e conduce dolcemente verso la fine del CD e
il suo inevitabile riavvio.
Un percorso che conferma la maturità e l'enorme talento raggiunto
dai Velma.
Fabrizio,
Fabio, Salvatore
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