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N.30 - maggio 2006
Questo mese parliamo di:



Electroluvs
Bubblewrapped
(Xstatic Records/Ninthwave)



Giardini di Mirò
North Atlantic Treaty Of Love
(2nd Rec)


Laudanum
Your Place and Time Will Be Mine
(Monopsone)


TUNNG
Comments of the inner chorus
(Full Time Hobby)

 

Links:

www.electroluvs.com
www.giardinidimiro.com
www.ilovelaudanum.com
www.tunng.co.uk

Recenti Electrozone:

n.26 (1/2006)
Electric Presidents: Electric Presidents
Performance: Surrender
Annie: DJ Kicks

Gutevolk: Twinkle

n.27 (2/2006)
Depth Affect: Arche-Lymb
Auto-Auto: Totem
B.Fleischmann: The Humbucking Coil

Motenai et My Name Is Nobody: That sign was made for you and me

n.28 (3/2006)
The Knife: Silent Shout
Nathan Fake: Drowning in a Sea of Love
Wechsel Garland: Easy

Morfar: The Skywriter EP

n.29 (4/2006)
Caroline: Murmurs
Victor Young: Victor Young
Melodium: There Is Something In The Universe

Casiotone For The Painfully Alone: Etiquette

 

 

 


Contaminazioni tra pop ed elettronica.

Non è facile estrarre qualcosa di originale dal revival elettropop; pur senza raggiungere le vette di The Knife, gli Electroluvs (Billy e Kaye da Ayrshire, Scozia) non intrappolano i loro beats in banalità di circostanza, mettono all'opera dissonanze new-wave ed ingenuità pop che fanno di Bubblewrapped un disco giovane ed imprevedibile come una storia d'amore appena nata. A metà strada fra Ladytron (nei pezzi più evidentemente electroclash) e Freezepop (in quelli sbarazzini e melodici), offrono sempre uno scopo alle canzoni, dando loro i colori della ballata pop quanto quelli dell'hit da dancefloor, conservando nel processo quel minimo di coolness indispensabile ad una sana band elettronica inglese. Li si può rimproverare di interpretare più che innovare, difetto tanto più evidente nei pezzi di ordinaria matrice dance ("Teenage timebomb") o indie ("Guilty party"), ma trovare una band che lo faccia con tale freschezza di questi tempi è cosa rara. E poi non si tratta di citazionismo fine a se' stesso: certo c'è qualche posa plastica, ma il percorso degli Electro-luvs non perde mai di vista i due temi della propria ragione sociale nè un approccio sano e divertito alla materia Casio, fattori che rendono "Bubblewrapped" lavoro avvincente ed a suo modo coerente, che non assume una decisa posizione nell'arena pop-elettronica perchè si sente a buon diritto parte di entrambe.
Se cercate quelle due killer tracks per la prossima cassettina indie ecco pronti gli irresistibili electrobeats dell'ingannevole opener "First Rush", che eruttano da un magma dissonante in costante agguato, il frizzante tema meloditronico di "Boy Don't Bother", le chitarre birichine di "On Thin Ice".
"I'm not gonna live in the kitchen and I'm not gonna be you mother" canta Kaye con un sussulto femminista nella distesa quasi dub di "Wicked Girl", e la stessa miscela di impeto giovanilista e malcelata ironia pronta a trasformarsi in malinconia sulla scia degli OMD impreziosisce l'album di striature dorate, e soprattutto rende gli Electroluvs una delle poche electrobands credibili anche senza i synth sotto le dita, rivelandone una sostanza indie(pop) che trascende il merito contingente.
È vero anche che Bubblewrapped perde progressivamente la sua carica eversiva, acquietandosi su terreni brulli di ritmi sintetici a far da tessuto ad una tradizionale scrittura indie, ma poi la cover di "Spooky" ha quel nonsochè di sensuale al posto giusto, la title-track centrifuga in salsa pop country e videogames con tanta genuinità che gli si perdona volentieri ogni difetto e persino l'assenza di qualche canzone. Il gruppo ideale per introdurre un indiepopper all'elettronica. [S]

"NATO" e "Cavriago" sono mots che dovrebbero go together well solo su una carta d'identità, per esempio quella dei componenti i Giardini di Mirò. Eppure la loro collaborazione con l'etichetta tedesca 2ndRec, molto interessata alle cose italiane (si pensi ai Tellaro, da loro ospitati e nutriti di una qual visibilità indie), ha prodotto un ep così siglato , anche se nel nome dell'ammore. North Atlantic Treaty Of Love: quattro inediti nel 'lato A', quattro versioni alternative -o più banalmente remixes- da parte del gotha dell'indietronica mondiale nel 'B': la somma dà un disco fortemente specchio dei tempi urbani, anzi, forse retrospettivo sull'intera vicenda dei Duemila. "Othello" regala la voce esclusiva di Jukka Reverberi in un discreto martello post-80 apparentabile agli Arab Strap dell'ultima generazione ma anche a episodi Death In Vegas con la cassa in quarti; "Little Cesar" si avvale dell'mc Siaz che porta all'ennesima fecondazione assistita fra hip hop e indiecultura. L'ipnotica cover di "Blood red bird" di Smog, già testata dal vivo, trova i Giardini nel loro contesto più usuale, di straforo entra nel cantato di Raina una citazione classica dall'immortale "Il cielo in una stanza", in italiano. riassume il discorso la cinematica, incombente, carceriera "The perfect trick".
La sezione affidata alle rielaborazioni per mani altrui di "Punk. not Diet!" -quella che più interessa in questa sede- snocciola protagonisti come Alias, il più tronico di casa Anticon e già al lavoro con Markus 'God' Acher: anche lui mette in discussione le proprie specifiche per ibridarsi in una versione di "Given ground" che non convince tantissimo, restando quasi anonima e soprattutto schiacciata dalle scintillanti versioni a seguire. Apparat infatti fornisce alta scuola nel trattare "Once again a fond farewell" disturbandola appena all'inizio per poi lasciarla correre come aveva architettato Styrofoam, com'era 'in gioventù' (mi piace l'idea che i pezzi invecchino nel senso di cambiamento della percezione che se ne ha, come di un soma), limitando esperimenti e bleeps che sarebbero stati forse interessanti ma quasi sicuramente un acido sfigurare, evviva i remix in togliere! Del quanto non si fanno eccessivi scrupoli gli Hood, che cimentandosi con uno dei pezzi meglio riusciti della storia GdM, "The swimming season", la ambientano in una campagna nuclearizzata del 1820 o del 2500, sicuramente non di ora, una giostra di input di dubbia fedeltà ma determinata profondità catatonica. C'è spazio anche per The Sea, alle prese con "Last act in Baires": praticamente un andirivieni di archi dirty three qualche linea sopra la sirena muliebre che rende il pezzo ancora più triste, solitario, finale. [E]

Laudanum, al secolo il francese Matthieu Malon, cammina con il sorriso sulle labbra lungo le strade appiccicose di una forbita elettronica anni 80. Non fa per lui il revamp stilistico che il genere ha sopportato in questi ultimi anni, né le estremizzazioni causate dal sovraffollamento: Malon si limita a costruire progetti che esaltano le origini attraverso la vasta conoscenza dello scibile electro occorso da allora, e li affida ad un nutrito gruppo di vocalist - dieci, sui tredici pezzi che compongono Your Place and Time Will Be Mine - che garantiscono differenziazione e personalità al progetto, con l'omogeneità assicurata da un attento lavoro di produzione. L'esperimento è così ben riuscito che si fatica a citare le fonti con eccessiva disinvoltura (diciamo Gary Numan, così, per non sbagliare?), pur rimanendo nello stretto ambito dell'elettronica di consumo che ben conosciamo: la chiave di tutto è il controllo, la misura imposte da Laudanum a un lavoro che riesce a caratterizzarsi senza diventare esplosivo, ma conservando le irrinunciabili prerogative di buon gusto e varietà. E' per questo che in un certo senso l'elettronica a cui fa riferimento Laudanum non è mai esistita: il suo è un passato-futuro ideale, costruito dai brandelli melodici eighties più malinconici, parti slowtempo, hard beats e suggestioni di hip-hop sperimentale, una cartolina disegnata nella memoria, ma costruita con tanta perizia da non far dubitare della realtà del paesaggio, specie quando con il pennarello magico Malon produce perle di esuberante synthpop in provetta come "This 80's-car", improbabili matrimoni tra la Basildon degli anni 80 e la Bristol dei 90 ("Be Mad Or Whatever") o fantasmi industrial che collidono con la fisicità del cantato ("Sailor and Bruno", con Christian Quermalet dei Married Monk).[S]

Oh folktronica, grande madre sempre incinta. Chi avrebbe sottoscritto che un quasi-genere nato in provetta innestando mondi all'apparenza opposti sotto l'egida di pazzi alchimisti per lo più tedeschi doppiasse la boa dei cinque anni di età e denotando scarsi segni di corda rosicchiata, anzi reinventandosi di continuo con addizioni e sottrazioni, opposte pendenze, fiducia nel remissaggio e inclusione in società ormai pacifica? Il secondo parto del collettivo TUNNG è né più né meno che un cuore che batte, umano e al tempo stesso meccanico, turbato dalla natura ma scaldato da un fuoco artificiale. Canzoni come fossero le prime del tempo, sulla costa atlantica dell'arpa celtica ("Engine room") come nelle preghiere dei primitivi ("It's because. we've got hair"), percosse con fruste di rami leggeri, sotto la pioggia, propiziatorie prima di una sessione di caccia. In questo interferiscono i bleeps e vaghi campioni hip hop, microsermoni predicatori su strumenti a corde: una forma leggera e sostenibile di sperimentazione neomillenaria, poco percussiva semmai -eccetto "Stories"- nella sua ritrovata ancestralità digitale ma egualmente profonda nell'intreccio di studium e materia prima. Il vincolo fittizio con le produzioni priori e ambientali di Boards Of Canada e Four Tet, ma soprattutto l'affinità sbandierata con Hood e Mice Parade fa di Comments of the inner chorus un commento up-to-date all'umanesimo quotidiano periferico, delicato arabesco di foglie e accordi in minore, con "Woodcat" che suona Kings Of Convenience e la arricciata "Jay down" da risveglio nel bosco, uno dei pezzi più belli di questo scorcio d'anno. Da quanto tempo mancano i Notwist? Ecco, forse questo è il disco che ci rende più digeribile l'assenza, portando qualcosa di proprio, fresco e davvero nuovo. [E]