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Contaminazioni tra pop ed elettronica
Nel trattare la musica pop in tutte
le sue forme indipendenti non ci sembrava corretto tralasciare le
sempre più frequenti contaminazioni con l'elettronica che, come
buona parte del materiale twee, affondano le radici negli anni 80.
Il revival in atto da un anno a questa parte sembra poi aver favorito
la fioritura di quell'elettropop che guarda a Kraftwerk, Human League
ed affini, e che non è del tutto estraneo alla materia trattata
dal nostro giornale. Stesso discorso per quella musica che si situa
a metà strada tra elettronica e indiepop/rock, non a caso ribattezzata
"indietronica", che ha prodotto alcuni dei lavori migliori degli
ultimi anni, da Notwist a Lali Puna e che comprende anche il cosiddetto
"glitch-pop". ElectroZone serve a segnalare il meglio in questi
compartimenti.
Cominciamo
con una vera chicca, ovvero il terzo album dei Freescha
(si pronuncia "Friscia"), duo Californiano di IDM/ambient: in "What's
come inside of you", Nick Huntington e Michael McGroarty giocano
con le malinconie dei synth ed accompagnano il loro hip-hop trasfigurato
a tante reminescenze anni 70. Ne esce un'elettronica eterea e spirituale,
profumata di pop lontanissimo, come perso nella memoria di un bambino:
fantasmi di melodie prendono forma e si dissolvono un attimo dopo
lasciando un retrogusto dolce ed inafferrabile. Spesso sembra di
risentire i Boards of canada di "Music has the right to children",
ma con una sorta di strano senso dell'umorismo: in "Baby Maker"
prendono addirittura un sample da "Maniac" di Michael Sembello (qualcuno
la ricorderà nella colonna sonora di "Flashdance"), lo rallentano
all'inverosimile e lo ricoprono di note di synth.
E nel penultimo brano, primo di due rimasti senza titolo, abbozzano
una perfetta ballata per piano salvo poi sfigurarla con inserti
di elettronica deviata. La cosa più bella fra tanto splendore ci
è parsa però l'iniziale "Rinky Dink", che pare un pezzo disco anni
80 (o di Hall & Oates) suonato da un organo menomato.
Moby e Andrew Weatherhall sono già pazzi di loro ("Musica per
chiese su galassie lontane", ha detto Andy): se amate i Boards
of Canada non fatevelo mancare.
Di tutt'altro
tenore la proposta dei Devils, nome che
nasconde due nomi di una notissima formazione degli anni 80, (che
i Freescha ripetono spesso di avere amato): Nick Rhodes, il basso
tastierista dei Duran Duran coi capelli ridicoli e Stephen "Tin
Tin" Duffy, che ebbe l'ardire di fondare la band di Birmingham insieme
a John Taylor e allo stesso Rhodes, salvo poi andarsene poco prima
che iniziassero ad avere successo per costruire una discreta carriera
di poppettaro solista (qualcuno ricorda "Kiss me"?). Simon Le Bon
ringraziò. Altri due personaggi resuscitati dal revival anni 80?
Sì, anche se come i due si affannano a spiegare, i Devils cercano
di recuperare l'essenza musicale dei Duran Duran prima del successo,
quelli che suonavano coi synth fatti in casa nel 1979 ispirandosi
ad Eno, Bowie e Kraftwerk.
Ignoriamo di cosa parlino, ma a giudicare da "Dark Circles",
nemmeno quei Durans dovevano essere granchè: musica elettronica
non sgradevole ma priva di scopo, che ha il merito di voler fuggire
dai cliché dell'elettropop ma finisce spesso per somigliare ai...
Duran Duran privati di quei refrain che ne decretarono il succcesso,
e con cori femminili che spesso sfiorano il ridicolo.
Forse però Duffy e Rhodes hanno semplicemente sbagliato strada,
perché in mezzo a troppi pezzi con aspirazioni "pop" privi di quei
sani sussulti che il genere dovrebbe suscitare, scovano qualche
canzone valida: una "Hawks do Not Share" fatta di synth inopinatamente
spigolosi, che in tempi di riscoperta post-punk potrebbe trovare
molti estimatori, "Barbarellas", sorta di electrosoul con tanto
di vocalizzi spirituals in coda e la bella popdecadenza di "Aztec
Moon", radiofonica senza essere pacchiana, che per una volta giustifica
la riconoscenza a David Bowie. Basteranno a non far rimpiangere
i soldi dell'acquisto ai nostalgici duraniani?
E parlando
di elettropop passiamo volentieri agli Alpinestars,
ovvero i mancuniani Richard Woolgar e Glyn Thomas, dei quali viene
finalmente pubblicato in Italia il primo lavoro. Ne approfittiamo
per rispolverare anche il secondo album, edito in Uk da quasi un
anno, perché la band merita la scoperta, seppur tardiva.
Nel corso di due album il duo inglese è infatti riuscito a dimostrare
che la strada percorsa dagli Air di "Moon Safari" non è ancora giunta
ad un vicolo cieco. "B.A.S.I.C." esce nel 2000 ed è frutto
del lavoro di pochi giorni, quando gli Alpinestars erano ancora
un'idea di gruppo e si dilettavano a rielaborare la musica di New
Order ed Air. E nonostante questa chiara vena imitativa non si può
dire che il risultato sia malvagio: synthpop esuberante equamente
diviso tra pezzi vocali e strumentali, con un occhio ai consueti
numi tutelari, dai Kraftwerk agli Human League, e ben attento a
fornire un contesto melodico al tutto senza strafare. Dodici pezzi
che scivolano via leggeri e spensierati, lasciando appena una traccia
di ottimismo e che con un'ulteriore semplificazione potremmo definire
"chill-out robotica".
BASIC è disco di ammiccamenti futuristi e sci-fi, che almeno
per la metà funziona impeccabilmente nei suoi scopi di intrattenimento:
"Green Raven Blonde", con tipiche chitarrine anni 70 e synth vaporosi,
il rimbalzante elettropop di "Cresta La Wave", l'esemplare "Interlaken",
vocoder appena udibili e una conciliante melodia su un breakbeat
danzereccio, e la conclusiva "Complete Control", allettante transvolata
aerospaziale stesa su un morbidissimo tappeto di synth con numerosi
cambi di paesaggio.
Un album che deve aver fatto alzare tutte
le sopracciglia giuste, se è vero che a due anni di distanza gli
Alpinestars si fregiano di concerti ai festival di Reading e Leeds,
di un contratto americano con la Astralwerks (guardacaso, quella
degli Air), e di un nuovo magnifico LP intitolato "White Noise"
che esaspera l'elettronica del primo lavoro sfruttando impunemente
la scia aperta dall'electroclash. Come usa adesso, White Noise è
dunque un album esagerato, forse a tratti un po' pacchiano, ma che
evidenzia anche tutta la crescita artistica e la personalità del
duo. Brian Molko dei Placebo presta la voce a due brani ("Snow Patrol"
e "Carbon Kid") che avanzano impetuosi su cingoli elettronici, come
un incrocio tra Fischerspooner, Jean Michel Jarre (l'incredibile
"Crystal Night") e Ladytron.
E anche se la gran parte del disco è tutta da ballare, si nota il
ricorrere all'uso esasperato della melodia: la strumentale "Brotherhood"
fa riaffiorare di colpo tutta l'influenza degli Air, e "Hotel Parallel"
in un altro momento e in un altro contesto sarebbe stata una meravigliosa
pop song, a dimostrazione che passata la sfuriata electro, gli Alpinestars
potrebbero avere in serbo altre sorprese.
Una capacità di svariare tra i generi che ha fatto sì che l'album
non godesse dell'attenzione che meritava: ma White Noise merita
di stare tra le cose migliori e meno banali uscite in ambito pop/elettronico
nell'ultimo anno. E non è finita qui: teniamo le orecchie aperte.
Ermanno e Salvatore
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