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N.1 - Maggio 2003
Questo mese parliamo di:



Freescha
What's Come Inside of You
(Attack 9)


Devils
Dark Circles
(Tape Modern)


Alpinestars
B.A.S.I.C.
(Faith & Hope)


Alpinestars
White Noise
(Riverman)

Links:

www.attacknine.com
www.thedevils.tv
www.alpinestarsonline.com

 

 

 


Contaminazioni tra pop ed elettronica

Nel trattare la musica pop in tutte le sue forme indipendenti non ci sembrava corretto tralasciare le sempre più frequenti contaminazioni con l'elettronica che, come buona parte del materiale twee, affondano le radici negli anni 80. Il revival in atto da un anno a questa parte sembra poi aver favorito la fioritura di quell'elettropop che guarda a Kraftwerk, Human League ed affini, e che non è del tutto estraneo alla materia trattata dal nostro giornale. Stesso discorso per quella musica che si situa a metà strada tra elettronica e indiepop/rock, non a caso ribattezzata "indietronica", che ha prodotto alcuni dei lavori migliori degli ultimi anni, da Notwist a Lali Puna e che comprende anche il cosiddetto "glitch-pop". ElectroZone serve a segnalare il meglio in questi compartimenti.

Cominciamo con una vera chicca, ovvero il terzo album dei Freescha (si pronuncia "Friscia"), duo Californiano di IDM/ambient: in "What's come inside of you", Nick Huntington e Michael McGroarty giocano con le malinconie dei synth ed accompagnano il loro hip-hop trasfigurato a tante reminescenze anni 70. Ne esce un'elettronica eterea e spirituale, profumata di pop lontanissimo, come perso nella memoria di un bambino: fantasmi di melodie prendono forma e si dissolvono un attimo dopo lasciando un retrogusto dolce ed inafferrabile. Spesso sembra di risentire i Boards of canada di "Music has the right to children", ma con una sorta di strano senso dell'umorismo: in "Baby Maker" prendono addirittura un sample da "Maniac" di Michael Sembello (qualcuno la ricorderà nella colonna sonora di "Flashdance"), lo rallentano all'inverosimile e lo ricoprono di note di synth.
E nel penultimo brano, primo di due rimasti senza titolo, abbozzano una perfetta ballata per piano salvo poi sfigurarla con inserti di elettronica deviata. La cosa più bella fra tanto splendore ci è parsa però l'iniziale "Rinky Dink", che pare un pezzo disco anni 80 (o di Hall & Oates) suonato da un organo menomato.
Moby e Andrew Weatherhall sono già pazzi di loro ("Musica per chiese su galassie lontane", ha detto Andy): se amate i Boards of Canada non fatevelo mancare.

Di tutt'altro tenore la proposta dei Devils, nome che nasconde due nomi di una notissima formazione degli anni 80, (che i Freescha ripetono spesso di avere amato): Nick Rhodes, il basso tastierista dei Duran Duran coi capelli ridicoli e Stephen "Tin Tin" Duffy, che ebbe l'ardire di fondare la band di Birmingham insieme a John Taylor e allo stesso Rhodes, salvo poi andarsene poco prima che iniziassero ad avere successo per costruire una discreta carriera di poppettaro solista (qualcuno ricorda "Kiss me"?). Simon Le Bon ringraziò. Altri due personaggi resuscitati dal revival anni 80? Sì, anche se come i due si affannano a spiegare, i Devils cercano di recuperare l'essenza musicale dei Duran Duran prima del successo, quelli che suonavano coi synth fatti in casa nel 1979 ispirandosi ad Eno, Bowie e Kraftwerk.
Ignoriamo di cosa parlino, ma a giudicare da "Dark Circles", nemmeno quei Durans dovevano essere granchè: musica elettronica non sgradevole ma priva di scopo, che ha il merito di voler fuggire dai cliché dell'elettropop ma finisce spesso per somigliare ai... Duran Duran privati di quei refrain che ne decretarono il succcesso, e con cori femminili che spesso sfiorano il ridicolo.
Forse però Duffy e Rhodes hanno semplicemente sbagliato strada, perché in mezzo a troppi pezzi con aspirazioni "pop" privi di quei sani sussulti che il genere dovrebbe suscitare, scovano qualche canzone valida: una "Hawks do Not Share" fatta di synth inopinatamente spigolosi, che in tempi di riscoperta post-punk potrebbe trovare molti estimatori, "Barbarellas", sorta di electrosoul con tanto di vocalizzi spirituals in coda e la bella popdecadenza di "Aztec Moon", radiofonica senza essere pacchiana, che per una volta giustifica la riconoscenza a David Bowie. Basteranno a non far rimpiangere i soldi dell'acquisto ai nostalgici duraniani?

E parlando di elettropop passiamo volentieri agli Alpinestars, ovvero i mancuniani Richard Woolgar e Glyn Thomas, dei quali viene finalmente pubblicato in Italia il primo lavoro. Ne approfittiamo per rispolverare anche il secondo album, edito in Uk da quasi un anno, perché la band merita la scoperta, seppur tardiva.
Nel corso di due album il duo inglese è infatti riuscito a dimostrare che la strada percorsa dagli Air di "Moon Safari" non è ancora giunta ad un vicolo cieco. "B.A.S.I.C." esce nel 2000 ed è frutto del lavoro di pochi giorni, quando gli Alpinestars erano ancora un'idea di gruppo e si dilettavano a rielaborare la musica di New Order ed Air. E nonostante questa chiara vena imitativa non si può dire che il risultato sia malvagio: synthpop esuberante equamente diviso tra pezzi vocali e strumentali, con un occhio ai consueti numi tutelari, dai Kraftwerk agli Human League, e ben attento a fornire un contesto melodico al tutto senza strafare. Dodici pezzi che scivolano via leggeri e spensierati, lasciando appena una traccia di ottimismo e che con un'ulteriore semplificazione potremmo definire "chill-out robotica".
BASIC è disco di ammiccamenti futuristi e sci-fi, che almeno per la metà funziona impeccabilmente nei suoi scopi di intrattenimento: "Green Raven Blonde", con tipiche chitarrine anni 70 e synth vaporosi, il rimbalzante elettropop di "Cresta La Wave", l'esemplare "Interlaken", vocoder appena udibili e una conciliante melodia su un breakbeat danzereccio, e la conclusiva "Complete Control", allettante transvolata aerospaziale stesa su un morbidissimo tappeto di synth con numerosi cambi di paesaggio.
Un album che deve aver fatto alzare tutte le sopracciglia giuste, se è vero che a due anni di distanza gli Alpinestars si fregiano di concerti ai festival di Reading e Leeds, di un contratto americano con la Astralwerks (guardacaso, quella degli Air), e di un nuovo magnifico LP intitolato "White Noise" che esaspera l'elettronica del primo lavoro sfruttando impunemente la scia aperta dall'electroclash. Come usa adesso, White Noise è dunque un album esagerato, forse a tratti un po' pacchiano, ma che evidenzia anche tutta la crescita artistica e la personalità del duo. Brian Molko dei Placebo presta la voce a due brani ("Snow Patrol" e "Carbon Kid") che avanzano impetuosi su cingoli elettronici, come un incrocio tra Fischerspooner, Jean Michel Jarre (l'incredibile "Crystal Night") e Ladytron.
E anche se la gran parte del disco è tutta da ballare, si nota il ricorrere all'uso esasperato della melodia: la strumentale "Brotherhood" fa riaffiorare di colpo tutta l'influenza degli Air, e "Hotel Parallel" in un altro momento e in un altro contesto sarebbe stata una meravigliosa pop song, a dimostrazione che passata la sfuriata electro, gli Alpinestars potrebbero avere in serbo altre sorprese.
Una capacità di svariare tra i generi che ha fatto sì che l'album non godesse dell'attenzione che meritava: ma White Noise merita di stare tra le cose migliori e meno banali uscite in ambito pop/elettronico nell'ultimo anno. E non è finita qui: teniamo le orecchie aperte.