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N.18 - aprile 2005
Questo mese parliamo di:
Run Away From The Humans
We Exist
(Ex 011 Recordings)

Ivy
In The Clear
(Nettwerk)

Music a.m.
My city glittered like a breaking wave
(Quatermass)

Kissogram
Forsaken people come to me / Cool video can't die
(Lousville Records)

Loveflare
Loveflare
(Quince Records)
Links:
www.runawayfromthehumans.com
www.thebandivy.com
www.music-am.de
www.kissogram.de
www.quince-records.com
Recenti Electrozone:
n.12 (10/2004)
The Go!Team: Thunder, Lightning, Strike
Color Filter: Silent Way
Autoparty: Lumlight
Nou: Slutrock
Mantler: Landau
n.13
(11/2004)
Plus-Tech Squeeze Box: Cartooom!
Camping: Suburban Shore
Marz: Wir Sind Hier
Client: City
Citizen: Home Video EP
n.14
(12/2004)
Efterklang: Tripper
Megahertz: Estetica
Annie: Anniemal
n.15
(01/2005)
M83: Before The Dawn Heals Us
Toog: Lou Etendue
I am X: Kiss + Swallow
Soho Dolls: Prince Henry
n.16
(02/2005)
Stratus: Fear of Magnetism
Electrocute: Troublesome Bubblegum
Fever Asym: A green flower with a big blue hole
Performance: Love Life
n.17
(03/2005)
Caribou: Milk of Human Kindness
Interflug: My Casio Scripts
Potion: Band of Outsiders
Daedelus: Exquisite Corpse
Gruff Rhys: Yr Atal Genhedlaeth
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Contaminazioni tra pop ed elettronica.
Sintetizzare indie-rock
ed elettronica al giorno d'oggi non è impresa particolarmente temeraria
né originale, ma può lo stesso nascondere insidie: Jason McBride
e Marc Chartier da Philadelphia, al secolo Run Away From The
Humans, non hanno fatto in tempo a pubblicare questo We
Exist che già si sono visti appioppare l'etichetta di cloni
malriusciti dei Postal Service, eletti unici rappresentanti di una
scena grande come il mondo. In realtà, a parte l'assortimento dei
due membri principali - un DJ ed un indierocker che si incontrano
sul terreno comune della popelettronica - le conclusioni sono diverse,
dato che "We Exist" non tenta di accaparrarsi facili simpatie né
si limita a sfruttare l'onda mediatica attivata da Tamburello e
Gibbard.
E' vero però che nei sei pezzi dell' EP ce n'è uno che potrebbe
appartenere ai Postal Service: si tratta di "We Are" (reiterazione
del titolo del disco), che dalla lenta scansione dei beats al cantato
sornione più un attacco che ricorda da vicino quello di "Such great
heights" è una fotocopia sbiadita di "Give Up" della quale probabilmente
i RAFTH si sono già pentiti. In realtà We Exist agisce da vero esordio,
estendendo il campionario del duo in ogni direzione. Se il pezzo
citato sfiora il revival 80 con qualche eccesso di pudicizia e poca
convinzione, nei restanti cinque si esplorano con costrutto altri
indirizzi indie-elettronici. Pop-folk bastardizzato che dai Grandaddy
dirige verso i Pet Shop Boys, con le radici house di McBride a fare
capolino da "Lost My Way", il pezzo più serrato del disco e quello
che meglio lavora per la causa della poppizzazione della trance.
Ma qualunque certezza sia possibile raggranellare dai primi pezzi
è destinata a sparire con la traccia quattro, la notturna "All that
was left were ashes": i Flaming Lips senza il pathos vocale di Coyne,
l'elettronica marginalizzata a favore della nuda bellezza del pezzo,
a indicare che i RAFTH non sono tipi da sacrificare la canzone agli
scopi elettronici quando hanno un buon pezzo per le mani.
Ma se "We Exist" non è un disco frutto di calcolo, per tutti gli
sforzi dei tre non è nemmeno un album di grande originalità, con
l'aggravante della mancanza di una standout track che ne
focalizzi l'ascolto (la stessa "we are" nonostante l'allure PostalServiciano
non riesce a trovare un refrain degno di nota). I RAFTH puntano
piuttosto sulla qualità e sulla pazienza, e grazie a "Nuclear Fashion
Victims" che gioca con il post-rock del 2000 con basso prepotente,
e alla conclusiva "Antarctica" che si riappropria dell'elettronica
con un effluvio di beeps & bleeeps innestato in qualcosa che assomiglia
alla ambient house di un tempo riesce a piegare ogni scetticismo.
Popelettronica (e non solo) di classe, in un lavoro sciolto e sereno
che ha il merito di recuperare la semplicità rock-elettronica. In
mano loro, sembra la cosa più normale del mondo.[S]
Con In
The Clear, Il terzetto Ivy giunge al quinto
album in undici anni di attività. La formazione è nata a New York
nel 1994 dal polistrumentista Andy Chase assieme al collega compositore
Adam Schlesinger e alla cantante, la studentessa parigina Dominique
Durand.
Nel volgere d'un paio di stagioni Ivy si sono imposti come la più
titolata alternativa oltreoceano alle prodigiose, delicate e sfumate
sinfonie della triade elettro-indiepop per eccellenza, Saint Etienne.
Indubbiamente le accattivanti canzoni dell'album "Apartment Life"
(1997) e le covers di "Guestroom" (2002), restano i principali complici
del prestigio e della notorietà di Ivy, stante il carisma e l'inossidabile
carica di seduzione della front-band Dominique.
Questo nuovo ascolto conferma comunque il lignaggio degli Ivy, i
quali durante gli anni non han dimenticato né svilito le proprie
arti di adescamento: "thinking about you", "keep moving" e "four
in the morning" frugano, adulatrici e implapabili, tra inconfessabili
intimità.
Pertanto anche "In The Clear" reitera dal glorioso passato la brillantezza
leggera degli arrangiamenti e la felpata morbidezza delle modulazioni
vocali, che destano umori tardo primaverili, da estate incipiente.
Un romanticismo diffuso, evanescente, a base di elettroniche leggere,
mobili corpi in dissolvenza, una piacevole danzante monotonia; un
equilibrio che si mantiene costante per tutta la scaletta, senza
magari la pregnanza sincopata e l'effetto sorpresa dei precedenti
album in scuderia. [F]
L'imbarazzo che coglie il recensore
alle prese con un altro disco di cosiddetto glitch-pop è ormai evidente.
Anche se proviene da cavalli di razza come i Music a.m.,
trio anglotedesco che nasconde membri eccellenti di To Rococo Rot
(Stefan Schneider), Mogwai (il violinista part-time Luke Sutherland,
già nei Long Fin Killie) e Tontraeger (Volker Bertelmann) che sin
dal precedente miniLP "A Heart and Two Stars" riuscivano ad evitare
le trappole della cristallizazione del genere. Colpa di un mercato
saturo e in continua perdita di credibilità, il cui affollamento
rende sempre più difficile distinguere le proposte effettivamente
valide da quelle che meritano poco più di uno sbadiglio. E' fuori
di dubbio che con i bleeps sia più facile ingannare se stessi e
il prossimo.
I Music AM a tutto questo ci hanno pensato e ci pensano ancora:
la loro miscela di beats è accuratamente studiata per non pesare
sul bilancio di una scena in deficit, ma se nell'esordio le vie
di fuga erano ancora tutte miracolosamente aperte, in questo seguito
(relativo, come diverrà chiaro in seguito) la band pare dibattersi
come un topo in trappola.
Anche se 19 minuti e mezzo non sono sufficienti per giudizi trancianti,
il problema di questo My city glittered like
a breaking wave è l'improvvisa mancanza di direzione e desiderio,
tanto più gravi in un momento nel quale è la sincerità a fare la
differenza. Se l'iniziale "Mermaid", pur non convincendo appieno
per una generale mancanza di fluidità, è un intrepido tentativo
di sfondare i propri limiti sul versante pop, con la voce in frenetica
agitazione tra parodia r'n'b e figure elettropop/new wave anni 80
(dai B52s in poi), la promessa è completamente disattesa dal resto
dei brani, che vivacchiano in un impeto esplorativo che smarrisce
ogni coraggio. Il trio pare aver sviluppato una salutare idiosincrasia
ai glitch più scontati senza però saper individuare i giusti rimedi.
Ne esce un disco di transizione e contraddittorio, che accentua
temi pop evoluti ("elle", semplificazione materiale dei Broadcast)
e poi cozza contro le memorie pervasive di "Saturday", sfiora i
tenui paesaggi chitarristici di Viny Reilly in "Supercharger, I
Adore You" e getta in burla l'esperimento-canzone di "don't keep
me waiting so long" con distorsioni e rallentamenti sperimentali
di scarso significato.
Intendiamoci, siamo sempre un gradino al di sopra della media odierna,
ma probabilmente pesa il fatto che i cinque pezzi qui presenti appartengano
alle vecchie sessions di "A Heart and Two Stars", e che la rilavorazione
a cui sono stati sottoposti non possa renderli improvvisamente nuovi.
Cosa che sembra aumentare le preoccupazioni per il futuro del progetto
Music AM. Ma perderli prima di aver apprezzato un album a tempo
pieno sarebbe un peccato.[S]
Il crocevia spaziotemporale berlinese mastica
ogni istanza e ne restituisce una versione interpolata che sa incredibilmente
di nuovo; prende operatori e ne fa coppie; seleziona gruppi e ne
fa rispettivamente headliner e supporter. Se non ci fossero stati
i più recenti tour internazionali di Peaches e Stéreo Total probabilmente
il nome di questi due Kissogram sarebbe stato patrimonio
di ben pochi clubber, eppure ne hanno per brillare ormai di luce
propria. Fedele alla linea rigorista del 'non si butta via niente',
quest'accoppiata di singoli frulla il frullabile dei fermenti vivi
che attraversano gli avamposti di frontiera della Berlino anni Ottanta
e Duemila: Bowie, glam, Kraftwerk, synthpop, elettroclash, glitcherie,
tastiere esuberanti, chitarre rasoio, voci metalliche, voci scure
e però melodiche, impastando con attitudine scolastica (nel senso
di feste liceali), pop abbordabile e cut'n'paster. Il tutto nella
notte, alla periferia, di soppiatto, per uscire solo quando la bomba
è installata. Se The Bravery sono sulla bocca di tutti i riciclatori,
è solo perché non troppi hanno ancora messo le mani su questi fenomeni
da clubzone. Solo un preludio a un album ("The secret life of Captain
Ferber") che ha tutto per essere la risposta teutonica ai Melody
Club. And the heads keep on movin', diceva quel tale.[E]
Divisi fra zuccherato revisionismo
Madchester e tentazioni elettrolounge da club, i giapponesi Loveflare
separano di conseguenza il loro omonimo EP in due lati virtuali
(A e AA) che finiscono per essere tra loro più lontani del necessario.
Scomponibili in parti uguali di Stone Roses, Wonder Stuff, Primal
Scream e nipotini bastardi di quel sacro furore danzereccio che
si impossessò di ogni indie band inglese all'inizio degli anni 90,
i Loveflare vanno incontro all'elettropop dalla prospettiva poco
frequentata dei breakbeats indie, subito dimenticati a favore di
un'elettronica ben più tosta ed efficace. La bravura della band
nipponica sta nel cogliere un'immagine nascente di quella scena,
non ancora travolta dall'acido e dipendente dai propri malinconici
aromi pop. La non facile impresa riesce in due pezzi, entrambi sulla
facciata A: "Soul Hoover" e "Indian Summer" trovano un ottimo
equilibrio tra il naif sognante dei Primal Scream innamorati della
California e le cascate di ritmo dei Jesus and Mary Chain decadenti
di "Honey's Dead", bilanciano grooves e accordi e hanno una notevole
capacità di conclusione armonica, ricamando refrain sognanti e malinconici
in chiave indissolubilmente pop. I poppettari faranno bene a goderne
perché i restanti pezzi offrono poche soddisfazioni, con l'eccezione
dell'intro alle tastiere candite di "Groove of love": vada per le
tentazioni sudamericane un po' sciocchine di "Summerlike", ma i
beats inaspriti di "Still Goes On" hanno certamente passato più
tempo sul banco del mixerista che sugli strumenti del gruppo. Un
fiacco remix vocale di Summerlike conclude male l'inseguimento a
quella scena elettrolounge che ha trovato fortuna in centro e sud
europa, e rischia di lasciare un brutto ricordo di questo EP a compartimenti
stagni. Ma basta ributtarsi su "Soul Hoover" per ricominciare a
sognare. [S]
Fabio,
Enrico, Salvatore
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