 |
 |
|
N.8 - Aprile 2004
Questo mese parliamo di:
The Frequency
The Frequency
(Noreaster Failed Industries (NFI))

Fonda 500
Spectrumatronicalogical sounds
(Gentle Electric)

Celluloide
Words Once Said
(Boredom Product)

A/V
Synthétique
(Boredom Product)

Lali Puna
Faking The Books
(Morr)
Links:
www.thefrequencymusic.com
www.fonda500.com
www.celluloide.online.fr
www.boredomproduct.online.fr
www.lalipuna.de
Altri Electrozone:
n.1 (05/2003)
Freescha: What's come inside of you
Devils: Dark Circles
Alpinestars: B.A.S.I.C.
Alpinestars: White Noise
n.2
(06/2003)
Ellen Allien: Berlinette
Clue to Kalo: Come here when you sleepwalk
Manitoba: Up in flames
Velma: Ludwig
n.3
(07/2003)
The Knife: Deep cuts
Electrocute: A tribute to your taste
Ulrich Schnauss: A strangely isolated place
8doogymoto: Minimalistico
Styrofoam: I'm what's there to show that something's missing
n.4
(08/2003)
Broadcast: Haha Sounds
Broadcast: Pendulum EP
M83: Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts
A/V: Manos Arriba!
Los Fancy Free: Menonita Rock
n.5
(09/2003)
Donna Regina: Late
Komeda: Kokomemedada
Kaada: Thank you for Giving Me Your Valuable Time
Sweet Trip: Velocity. Design. Comfort
Miss Universum: Selfelected
n.6
(10/2003)
Casiotone for the Painfully Alone: Twinkle Echo
Ms John Soda: While Talking
Zoot Woman: s/t
Client: s/t
A/V: Star Gazing
n.7
(11/2003)
Cielo: Un Amor Mato Al Futuro
Anorak: 14 secrets we couldn't tell
Chicks on Speed: 99 Cents
The French: Total Information
Plaid: Spokes
|
|
|

Contaminazioni tra pop ed elettronica.
Sebastian Thomson, polistrumentista
dei washingtoniani Trans AM, esce allo scoperto con la prima opera
solista "The Frequency".
Circondatosi di uno stuolo di collaboratori strumentisti tra cui
Jon Warnock al basso, Julian Thomson al sax, Rob C alla batteria
e Aaron Claxton seconda chitarra, Sebastian concepisce un album
sfogo per tutte le brame altrove più condizionate.
Sin dai primi istanti s'è come soverchiati da chitarre, tastiere,
monolitiche drum machines, percussioni metalliche e distorsioni
di strumenti e voci, per una trama di suoni "artificiale" avvolgente
e contagiosa.
Strutture comunque riconducibili al pop, mai plagio né maniera (e
questo è già un bell'apprezzamento), quantunque neppure realmente
nuove.
Mai carente di carica e della tensione necessaria ad operazioni
come queste, l'ossatura delle composizioni in The Frequency ammira
balli robotizzati di Kraftwerk ma abbraccia anche taluni orrorifici
rumorismi alla Ministry.
Emergono poi tutte le passioni di Thomson per la wave britannica
sguaiata, la dance pop anni '80 e la techno dei '90.
Soventi gli omaggi a ruffianerie Duran Duran, Miami Bass, New Order,
ambiguità e umorismo (?) D.A.F., gli assoli kitsch di Van Halen
(citati tanto quanto Daft Punk), esasperandone efficacemente il
voltaggio. [F]
Vengono da Hull, la città degli Housemartins,
e la cosa non può che renderceli simpatici. Ma se possibile i Fonda
500 sono persino più folli di quella improbabile band di catto-comunisti:
questo Spectrumatronicalogical sounds
per esempio contiene la bellezza di trenta pezzi - compresa una
ghost track - per quasi settantacinque minuti di musica, tutti registrati
in fedeltà da bassa a bassissima (il massimo della tecnologia usata
è un registratore a otto piste) e lasciati per lo più a metà. Più
che un album, un test di resistenza ed una prova da cercatori di
tartufi, che ribadisce come i Fonda500 non siano una popband come
le altre: hanno la brutta abitudine di nascondere autentici gioiellini
tra i solchi di un suono sporco di tastiere, effettini, distorsioni,
percussioni e chitarre, ovvero caos tendente al paradiso.
"Spectrumatronicalogical sounds" è per questo un album indefinibile:
a tratti mostra il lato più tenero/acustico della band, ma l'aspetto
predominante è il solito anarchico casiopop: per il consueto test
sound Casio rispolverato da "Un Elephant" e per una certa tendenza
alle semplicità elettroniche, cose che in mano ad altri farebbero
ridere e che invece i Fonda500 rendono adorabili, come la Samba
plastificata di "Robotic Samba Programme". Viene in mente uno Stiphen
Merritt in confezione lo-fi, o una versione elettronicizzata dei
They Might Be Giants e della loro segreteria telefonica per canzoni
pop: la genialità è la stessa, come pure il desiderio/necessità
di non comprimerla o imbrigliarla negli angusti solchi di un CD.
Certo, qui c'è molta organizzazione in meno e una propensione patologica
a non concludere il lavoro iniziato, che rende l'album al tempo
stesso bellissimo e irritante. Chi già ama la band sappia che gli
elementi usuali ci sono tutti: le citazioni giapponesi ("Avigato"),
quelle latine ("La Mariposa del Noche", "Tampico Me"), le autocitazioni
come in un film di Tarantino ("Open."), rumori di provenienza incerta
(ma probabilmente animale: "Nature's Magic Wand") e mille altre
follie, sulle quali trionfano le slides distorte di "The All Over
Cazio Country Sound" e una " Hey Hey It All New Cuico Clientos Show
Show" che è una specie di rifacimento della sigla dei Banana Split.
Ci sono motivetti irresistibili che spariscono dopo trenta secondi,
pezzi orecchiabilissimi nascosti dentro ad un vocoder ("Le Jeu De
Poche Has Great l.e.d.s") e deliziosi ritornelli in libera uscita
alla ricerca della canzone perfetta che non arriverà mai, sebbene
"Simons alphabetical beard" ci vada dannatamente vicino. Se mettessero
la testa a posto nessuno al mondo potrebbe resistergli: sarebbe
bastato concentrare in 10 pezzi finiti le mille intuizioni di questo
disco, ma così sono i Fonda 500, prendere o lasciare. Mille volte
meglio la loro ispirata ingovernabilità dell'ennesimo album sempre
uguale di Casiotone for The Painfully Alone, no? [S]
Non era difficile immaginare che sotto la superficie della ormai istituzionalizzata scena elettronica francese si agitassero movimenti di ben altro integralismo: ci occupiamo quindi di Boredom, bella etichetta transalpina di stretta vocazione synthpop/elettro-pop, con due uscite dedicate a quel revival anni 80 che sino a qualche mese fa tutti chiamavano "electroclash" e ora non più (boh).
Si comincia con i Celluloide, trio Marsigliese poppettaro e luminoso, il cui secondo album Words Once Said viaggia indietro di vent'anni senza concedersi nessuna citazione al presente. Non è elegante (e forse nemmeno troppo professionale) dover fare sempre gli stessi nomi, ma siamo certi che nemmeno a loro dispiacerà se citiamo OMD, Depeche Mode, Gary Numan e tutti gli altri a ruota quali influenze principali. D'altra parte i Celluloide avevano già reso nota la loro infatuazione per gli anni 80 con un EP di covers messo a disposizione gratuitamente sul loro sito (qui il link), che omaggiava tra gli altri Lio (la cover di Amoures Solitaires è notevole) e i Lush, ma davvero non ce n'era bisogno, perché bastano pochi secondi di ascolto per collocare a band nel giusto decennio. Ci sarebbe poco altro da aggiungere, anche perché di gruppi capaci come i Ladytron di sfondare i limiti del genere ne nasce solo uno a generazione; se però amate questo genere di revival apprezzerete di sicuro "Two Fridays a Week", alla quale crediamo di rendere buon servizio dicendo che attinge con intelligenza da "Architecture & Morality", e "Another Life" che fa lo stesso con "A Broken Frame".
E' soprattutto ai freaks della scena synthpop che è destinato questo album, come dimostra il remix di "Seven and Forever" (un pezzo del primo album) a firma Boytronic. Se una volta al genere giovavano tanto l'orecchiabilità quanto le sperimentazioni, oggi le seconde hanno poco senso (dopotutto son passati vent'anni), e della prima non è che qui se ne ritrovi tantissima, ma gli ingredienti synth+voce femminile conservano una certa consumata efficacia, che si aggiunge alla capacità del trio francese di giocare con la nostalgia: se siete abbastanza scafati da avere dei ricordi in materia vi sorprenderete a sorridere davanti ai glaciali fuochi d'artificio di "Talk to Me" e alla più rilassata "Those Things We Felt", pensando magari ad una afosa sera d'estate in qualche club metropolitano. Mi tocca dunque avvisarvi che l'immersione è lenta ma inesorabile: una volta entrati dentro "Words Once Said" non sarà né facile né gradevole tornare al presente.
[S]
Ugualmente interessante è Synthetique, compilation Boredom appropriatamente titolata che raccoglie dodici band francesi (ma tutte anglofone) di identica ispirazione. Le citazioni restano le stesse, orientate piuttosto sul versante dark del genere (Depeche Mode e dintorni, sempre lì stiamo), e nonostante la qualità media sia più che buona, l'appiattimento sulle sonorità eighties fa assomigliare il tutto ad un album tributo. Anche così, le cose migliori risaltano facilmente: Street Urchin, che in "Underground" orlano di un beat ossessivo una bella melodia dai sapori goth, Thee Hyphen la cui "Into Dirt" è quella che più si avvicina - anche in qualità - al prodotto originale, annata 1989, e i Celluloide stessi, che oltre a riproporre il pezzo più immediato del loro album ("Two Fridays a Week") sono anche trai pochi a fregiarsi di una gentile donzella (anzi, di una dark lady) alla voce. Le cose migliori però sono quelle che scartano significativamente dal percorso prestabilito: Beyond The Nightmare About Claudia (side project di Celluloide) e il loro ammiccare al decennio successivo, il synthcore ipnotico degli Shed, il kitsch dei Three Cold Man che sembrano un incrocio tra Human League e Men Without Hats e la pop-wave leggerina dei Feelings of Nowhere sono tutte cose innocue e divertenti che restituiscono l'immagine di una scena underground attivissima e interessante. Tra le compilation elettroniche ascoltate di recente, senza dubbio la più godibile e remunerativa: un'etichetta da tenere d'occhio.
Per procurarvi il CD visitate il link nella colonna a sinistra. [S]
Come e più dei colleghi elettro-teutonici
Notwist, il quartetto Lali Puna (che con questo
Faking The Books approda al terzo album)
indulge su un sentimentalismo languido e increspato (già efficacemente
esibito dalle precedenti due prove in studio, "Tridecoder" e "Scary
World Theory"), criterio che poggia su tappeti di ritmo sintetico
e sulle tracce vocali, delicate evanescenti, di Valerie Trebeljahr.
Un metodo che affonda le radici nel synt-pop decadente europeo di vent'anni fa, quanto nel proprio aggiornamento tenero e romantico "jap-pop" dello scorso decennio.
Suoni di tastiere che emanano, al solito, emozioni e sensazioni itineranti, mobili; sensibili intuizioni melodico estatiche, accenti di immacolato lirismo su "faking the books" e "small things".
Pregevoli ric(hi)ami di chitarra acustica alla Mice Parade ornano la perlacea "grin and bear" .leave your dignity at home, it's time to grin and bear.
Cantilene a volte lugubri a dar spessore all'esplorazione, rinveniamo poi in "geography-5", nei sussurri velati d'inquietudine alla Manami Marufuji nella trasparente emozionante "crawling by numbers", eseguita con l'apporto del violinista Osamu Nambu; o nella tenue percepibile afflizione di "alienation" ..is the truth you see left celluloid? I ragazzi strappano nuovamente qualche applauso.
L'album verrà pubblicato il 19 Aprile.. [F]
Fabio, Salvatore
|