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N.28 - marzo 2006
Questo mese parliamo di:

The Knife
Silent Shout
(Rabid Records)

Nathan Fake
Drowning in a Sea of Love
(Border Community)

Wechsel Garland
Easy
(Karaoke Kalk)

Morfar
The Skywriter EP
(How Is Annie/Fenetre)
Links:
www.theknife.net
www.nathanfake.co.uk
www.wechsel-garland.com
www.howisannierecords.com
www.fenetrerecords.com
Recenti Electrozone:
n.24
(11/2005)
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Filfla:Frame
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Piana: Ephemeral
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Cat5: Play This Loud/Sexy
n.26
(1/2006)
Electric Presidents: Electric Presidents
Performance: Surrender
Annie: DJ Kicks
Gutevolk: Twinkle
n.27 (2/2006)
Depth Affect: Arche-Lymb
Auto-Auto: Totem
B.Fleischmann: The Humbucking Coil
Motenai et My Name Is Nobody: That sign was made for you and me
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Contaminazioni tra pop ed elettronica.
The Knife, ossia Svezia, ossia Olof Dreijer Karin Dreijer Andersson, ossia la biondina di "What Else Is There" dei Royksopp, ossia il duo del techno-must "Heartbeats", ossia nel 2006 tornano, ossia abum in uscita il 20 Marzo.
Silent Shout è il titolo del nuovo lavoro, accompagnato dal singolo omonimo. Il bandolo della matassa è sicuramente un arpeggio di synth che, da solo o in compagnia, tesse le fila del disco in un mare magnum di bleeps, steel drums e 80's kicks. Proprio una fiera del revival, spruzzata di certa electro tedesca sfacciata e teneramente demodè. Il singolo è proprio un "singolo", anzi, un singolone (vedere anche il video, che merita): un riffone arpeggioso melmoso che evoca lande digitali e pulsa di subbass come club in fondo all'oceano. In questo electropop technoide la voce ricopre un ruolo importante, così come nell'autonomia dell'intero lavoro, dando così ai brani quel sapore poppy che rendono l'ascolto gradevole non solo in pista da ballo (anche se una bella sudata scoordinata e alticcia non ci starebbe male, essendo questo materiale altamente danzerecciabile).
Altri inni al diopistadaballo sono la spettrale "We Share Our Mother's Health", uno schiaffo di synth in piena faccia che si incide come fosse a fuoco e un groove tra i più clamorosi uditi da un pò di tempo a questa parte; vocine che contrappuntano e si incastrano tra rullanti spaziali e cascate di casse insolenti.
Il duo trova il tempo anche per rallentamenti ("Na na na", "From off to on"), che aggiungono un alone di misteriosità e di sognante perpetuazione divina all'intera opera..."Like a pen" è un capolavoro di pop elettronico con tanto di cassa felpata in 4 e ritornello malefico, arpeggione che sembra uno strofinio di tegami e la Andersson che prende un treno che va a paradiso città. Altra nota di merito a "Marble House", gingillo electropop-softhouse che ti regala una dipendenza simile a quella di un KanelBulle. [M]
Del ragazzo Nathan Fake si parla da tempo, nei circuiti electro che ne sanno, come di una primavera dei sensi che è perennemente lì lì per sbocciare, sempre data per imminente. Probabilmente il momento è ora: dopo una gavetta più lunga del meritato, il compositore (tale è) britannico appare fra i pochissimi in grado di coniugare senza perdite la sporca impersonalità dei glitch e le stilettate dei drones, la veemenza dream delle chitarre con una sperimentazione che non è maniera, usufruendo di un collante umanistico (i respiri di "Stops") percepibile e diretto. Non sia iperbole vederlo come iniziatore di una nuova era negli intrecci con la macchina, anziché ultimo degli epigoni di un portato: i reperti che trascina con sé sono ormai trasfigurati al servizio di un gioco nuovo, per il quale mancano ancora le parole più adatte, se non le vaghe categorie del secolo che fu, buone tutt'al più per gli Air, i più bravi fra i simulacri di massa. Già M83, qua evocati e superati anche in struggimento da "Long sunny", avevano provato ad entrare nel discorso, contorcendosi su se stessi e sulla storia; Fake, e parallelamente i ri-lavorii ('Drowning in a sea of remixes') che stanno scaturendo alle spalle della di lui opera, è la vera IDM dell'inizio, completamente assorbita sia dal popolo dell'indie rock -pregasi auscultare la batteria di "The sky was pink"- che dai più audaci smanettatori minimal. Come lasciare aperte tante finestre sul pc, che improvvisamente generano un corto circuito: se vecchiaia (i Books) potesse, se gioventù (le precedenti uscite dei Boards Of Canada) sapesse, N.F. non sarebbe più considerato alieno, e le capsule Endeavour in partenza avrebbero un loro inno alla gioia, che potrebbe nell'ipotesi essere anche diverso da quella "You are here", cifra dell'album e pazzesca dal vivo, quando gli effetti di chitarra dentro e fuori dai loop parlano fra loro e con l'ascoltatore. Al quale è demandata ogni opinione ulteriore, se riesce a rimanere senziente dopo l'ondata, al termine coattivo delle fluttuazioni fra le casse di destra e di sinistra. The lightning side of the moon, questo è il due-zero-zero-sei! Che la forza sia con lui.[E]
La tedesca Karaoke Kalk trova costantemente ragione nello smentire la proverbiale freddezza dei propri connazionali. Dopo i recenti Donna Regina e Roman, l'ascolto di Easy, neonato terzo Lp di Wechsel Garland/Jorg Follert di Colonia, nel suo caldo elettroacustico mattiniero e dorato, suscita sensazioni contrastanti e stranianti particolarmente se accolte e vissute in questo cuore d'inverno.
Tensioni di risveglio, emulsione desiderio e memoria di qualche canzone d'amore in un generoso pomeriggio d'autunno. Il colore aureo della copertina fuorvierebbe rimandando per attrazione al colore dei parchi autunnali, quanto più accesi e fatti brillare dal sole.
In molti brani di "Easy" sembra di ascoltare un più domestico, minimale e tradotto Endless Summer (lo si ricorderà uno dei capolavori di Fennesz): ad affiancare le tastiere sono soliloqui vocali quasi eclissati e strumentali di corde acustiche, di pianoforte e campane, persino un'armonica.
Non inventa nulla, "Easy", ma sbalordisce il suo ricreare e interpretare in modo vivissimo, struggente (da cui astrae solo un po' il dub alla Nightmares On Wax di "white circle").
Brani dalle melodie naturalmente piane e dolci vengono lavorate e ripartite in tensioni ondivaghe ("waves", "swim", "stones"); circolando tracciano landscapes incerte e idealiste di cui il giapponese Joe Hisaishi, uno degli indubbi ispiratori, andrebbe fiero rivivendole come poeticamente proprie ("get it over"), in un instabile dipanarsi mnemonico.
Nel 'camoufleur' di "be baby" o nello spettro d'alba, sorta di nu-cool, di "corona loco": tra libero solismo strumentale e atmosfere distese, percepiamo il senso astraente e raggiante d'un mese a cavallo tra stagioni, penso a un settembre ma anche (soprattutto) a marzo.
"Easy" annovera ospiti più che graditi come le geniette elettroniche Niobe e Natalie/Tba, ma anche Alan Butler e il chitarrista-istituzione Gustavo Cerati di Soda Stereo. Assieme all'autore, hanno costruito il miglior lavoro di Garland e di febbraio tutto. [F]
Voi non cominciate ad averne abbastanza di elettronica lo-fi? Tipo un ragazzino con un pentium IV che incolla suoni acustici ed elettronici alla bell'e meglio, e pazienza se quello che ne viene fuori non è proprio una canzone? Solo che a Morfar - in scandinavia significa "nonno", ma non escludo riferimenti culturali più profondi - le canzoni dovrebbero interessare eccome, essendo in primis Norvegese di Trondheim e presentandosi inoltre come emulo di Kim Hiortøy, Khonnor e Mùm, nientemeno. A rafforzare il concetto inventa titoli simpatici ai sei pezzi di questo Skywriter EP, del tipo "potete per favore smetterla di baciarvi fuori dalla mia finestra", che testimoniano l'esistenza di problemi sentimentali e la propensione ad approfondirli in pubblico. Ok, ma la musica? Elettronica lo-fi minimale, costruita al laptop con modesti inserti di Casio e melodica, echi, acustica triste e uno scarso senso dei limiti; troppa carne al fuoco e troppo poca identità. Si vede che quando Morfar/Morten Samdal vuole fare musica sul serio suona in un gruppo post-rock (Youth Pictures of Florence Henderson, lo dicevo io che ha talento per nomi e titoli), e allora ci credo che secondo lui ventitrè minuti di rumorini, riverberi, echi ed urlacci sono una cosa indiepop.
In mezzo a questo confuso effluvio di suoni, Morten ha anche qualcosa di interessante da dire: ad esempio la quasi title-track "The skywriter fell from a hot-air balloon" sembra effettivamente una copia economica di alcune cose che i Mùm facevano quattro, cinque anni fa: due voci (maschio/femmina), tastiere processate che come in un gioco di specchi ripropongono le stesse note afflitte in una specie di gioco a rimpiattino tra l'iconografia sacra (una specie di organo e una salmodia lontana) e le ectoplasmatiche sovraimpressioni vocali. E il remix finale (chissà di che pezzo!) effettua l'operazione comunemente chiamata "fratturare i beats" e nella sua infinita ripetizione ottiene quell'effetto magnetico che Morfar ha inutilmente inseguito per tutto il disco (il remix è curato da tale Kjempeyjukk Bussjafor da Bergen). Nel resto, se lo ascoltate abbastanza a lungo, potete scorgere. ricordi d'infanzia, suggestioni marine, l'alienazione del mondo moderno, la frantumazione sociale. non comincia a suonare tutto un po' stereotipato?
Campionario di suoni acustici/melodici (We need a winner in this family) e hard beats, elettronica che imita la carne (il simil-piano di Even dwarfs started small) sui quali la voce apporta sgangherati sfregi in forma di lamento, collage di suoni sintetici messi insieme con gusto PoMo, "Skywriter" richiede obbligatoria la passione (passione, non pazienza) innata per questo tipo di elettronica. [S]
Fabio,
Salvatore, Enrico, Matteo |