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N.27 - febbraio 2006
Questo mese parliamo di:

Depth Affect
Arche-Lymb
(Autres Directions in Music)

Auto-Auto
Totem
(Substream)

B. Fleischmann
The Humbucking Coil
(Morr Music)

Motenai et My Name Is Nobody
That sign was made for you and me
(Zeste)
Links:
www.autresdirections.net/inmusic
totem.auto-auto.se
www.bfleischmann.com
motenai.gendertrouble.org
Recenti Electrozone:
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(10/2005)
Ladytron: The Witching Hour
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Blaknoisewhitesoul: Dirty Darkness/Sometimes with the Pet
Shop Boys
n.24
(11/2005)
Velma: La Pointe Farinet 2949m
Filfla:Frame
Mademoiselle Angoisse: 2
Salon Boris: I Am The Drug
n.25
(12/2005)
Blume: In tedesco vuol dire fiore
Kobenhavn Store: Coffee makes me nervous
Au Revoir Simone: Verses of Comfort, Assurance and Salvation
Piana: Ephemeral
Jay Jay Johanson: Rush
Cat5: Play This Loud/Sexy
n.26
(1/2006)
Electric Presidents: Electric Presidents
Performance: Surrender
Annie: DJ Kicks
Gutevolk: Twinkle
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Contaminazioni tra pop ed elettronica.
Il principale lascito musical-elettronico della seconda parte dei novanta è l'ibernazione della originale forma creativa. Innovare comporta la necessità del riciclaggio, superando l'ipocrisia del nuovo che è tale solo perché passato attraverso anni di abbandono; spazio allora al crossover spinto in ogni possibile direzione, il vecchio che fa germogliare il nuovo esattamente come accade in natura: musica fermentata.
Il suono Warp, Ninja Tune, Anticon ha imparato a nutrirsi di suggestioni, quasi avvertisse la necessità di rimanere al buio per mondarsi da premesse poco nobili; chitarre acustiche, ritmo necessariamente frammentato, il ritorno all'infanzia figlio di una inconfessata necessità di rinascita.
Il quartetto francese Depth Affect è figlio di questa cultura ed è ben conscio dei crescenti rischi di banalizzazione che la accompagnano, ma ne sta egregiamente alla larga in Arche-Lymb, prodotto di un anno e mezzo di esperimenti in studio. Se gli elementi fondanti il suono (hip hop in primis) sono immutabili, è la loro combinazione a fare la differenza, e l'immaginario che la guida. Ed Arche-Lymb ha dalla sua una forza magnetica e un coefficiente di penetrazione insospettati per un lavoro di nicchia e strumentale: i quattro giovanissimi francesi (due musicisti, un DJ ed un VJ) hanno limato ogni sbavatura da questo album d'esordio costruito sui cocci di Prefuse 73 e che piacerà a chi si è perso nelle memorie dei Boards Of Canada e agli affezionati del contingente Anticon; un disco che sorprende ad ogni svolta senza mai fare rumore, che elabora un certosino lavoro di cucitura di matrici pop, elettroniche ed acustiche, che vive di continue contrapposizioni tra luce ed ombra opposte in immagini appena accennate, siano esse sfocate fotografie hip-hop ("Od-Mf-Side", il felice incontro con Alias di "Wyoming Highway"), tenui colori melodici innestati sul ritmo come i tardi Plaid ("Dani Guimauve"), lunghe tessiture magnetiche da questa parte dell'ambient ("One Micron Bar Head"), impossibili microframmentazioni ("Blinzeln Blume") o tutto questo insieme, nel memorabile incipit d'album "Honey Folky". E c'è anche l'improbabile hit di un mondo altenativo, a titolo "Perpendicular B-Boy", sussulti di basso e distorte linee di synth a tracciare i contorni incerti di una melodia black.
Un lavoro che cerca continuamente il coinvolgimento dell'ascoltatore, sommergendolo di basslines ma senza fare sconti all'emotività. Con Velma, una delle cose migliori ascoltate negli ultimi mesi. [S]
Un ep di elettronica danzereccia svedese che wow, a me ricorda indubitabilmente gli atroci tempi di Claudio Cecchetto! Che dire? Totem è folgorante (come una scossa involontaria da un cavo sporgente) e più che kitsch. Il primo pezzo "Transdimensional" non è per niente male (nel male, tanto); si espande per cerchi di elettronica concentrici, con echi da supermercato dell'ispirazione. I suoni sono belli, come dire, convinti, pieni, volgari. La melodia vocale rimane plateale ed accennata, al suo meglio. Perché basta già il secondo pezzo per darci un'idea di cosa potrebbero essere gli Auto-Auto se volessero (e vogliono): la quintessenza dello sguaiato dis-inspirato, al cui confronto la Sandra di Maria Magdalena assurge ai ranghi di fine esteta huysmaniana e suo marito a genio della melodia. "Gloria" è francamente troppo per chiunque, spero che le discoteche svedesi si tutelino. Capitemi, questa roba sarebbe stata creativamente eclissata da Tracy Spencer o da Taffy. "I am the sun" conferma che forse gli Auto-auto forse sono in realtà i Residents al soldo della Baby Records. Neanche volendo. Ma che altro dire? Scaricate il disco, ci sono anche altri due pezzi prima di quello a cui mi fermo io e che tra l'altro forse è il migliore. Ciao.
P.S. Il disco scorreva mentre finivo di recensire e, per dovere
di cronaca, segnalo che l'ultimo pezzo "5:57" (che però, fortunatamente,
dura di meno, ovvero 4:53) è più darkeggiante e sobrio, e senza
ombra di dubbio il migliore pezzo del lotto. Vale una scaricata,
insomma. Ri-ciao.[A]
Veterano e pilastro delle scena Morr e indietronica
tutta, Bernard Fleischmann torna col suo nuovo
lavoro The humbucking coil, che, paradossalmente
non ha come quartier-generale-compositivo il capoluogo tedesco,
bensì una quieta e malinconica Vienna.
Certo è da dire che il nostro eroe non si discosta molto dalle sue
vecchie produzioni, come se il processo di rinnovo (tanto idolatrato
dalla critica) non lo lambisse per niente. E proprio per questo,
probabilmente, il lavoro si dimostra ottimo, naturale e organicamente
solido, fottendosene delle mode e del "nuovo a tutti i costi". "Broken
monitors" è un saliscendi emozionale di 7 minuti condito da beat
plastici che si ricollega a certo postrock elettronico ma che getta
le basi per ambientazioni troniche che saranno. E poi entra in gioco
la voce, quella voce dal timbro straniante e compulsivamente leggiadro,
quella specie di lamento giocoso lontano ma che si avvicina ascolto
dopo ascolto. In "Gain" ne abbiamo la riprova: chitarre gentili
e ritmiche carezzevoli congiunte a tappeti di sintetizzatori cadenzanti
che fanno da fughe al testo che nn lascia scampo. Rispetto al quel
"Welcome tourist" che gli dette la consacrazione a one-man-band-machine,
Bernard si spinge anche più in là, aggungendo al solito plastico
fare naif anche eccentricità hiphop (la Anticon-ata "Composure",
così vicina al coinquilino Populous e "Phones and machines", in
zona Duo505) e capricci acustici (le pennellate di fiati inzaccherate
di glitchame in "Static grate").
Sebbene nel disco si trovino momenti di stallo leggermente autoreferenziale
(la mini-cavalcata "Firts times"), si ha di che rimanere nettamente
spiazzati di fronte a perle di pura maestria compositivo-emozionale
( la finale "Aldebaran waltz", una scalata di bleeps dove tutto
è permesso, vale tutto il disco). Fleischmann si conferma di nuovo
come uno dei maggiori esponenti della odierna scena poptronica.
Cento di questi coil. [M]
Valuteremo un giorno, a mente sgombra, che il glitch è stasi, risoluzione nello status quo, paradigma della non rivoluzione, nato anziano. E che per derivata la netlabel è l'armatura più adatta a incanalare contenuti pre-sonori così universali. Motenai è bretone, come nantois è quel Vincent (frontman dei My Name Is Nobody) che dà voce alle sue composizioni; ma questo That sign was made for you and me parla di-e-a quella parte cospicua di mondo che sta vivendo la contemporaneità nell'Europa tecnologica e asettica, dove un luogo vale un altro, e l'inverno è eguale dappertutto, con le sue stanze vuote. "Compliments" apre con la sensazione di non aver inserito bene il disco nel lettore. Qualche logorio un po' digitale, molto casio-analogico, un segnale di fine masterizzazione. Da un'auto in sosta, popolata, pare uscire lo shoegazer quasirock sopito nelle prime battute di "Kira", tosto troncato dal ritorno al ménage, come se fuori restasse l'illusione di un'altra vita. Che faremo quando finiranno i vestiti nuovi? Che faremo quando l'inverno finirà? Alzeremo le vele sulle note di 'Olivesnowalk', nel mare di Twin Peaks, seguiti dai gabbiani e da rumori di bordo: è possibile sovraincidere l'ascolto di ulteriore musica proveniente da un'altra sorgente, parallela ma non cacofonica. Questo meno nella finale "Vindicator", che alza il tiro a livelli appena più sostenuti. Fra poco ci penserà il clima a sciogliere la neve, quella al di fuori, ça va sans. Con "You are here" di Nathan Fake, un superlativo esempio di domotica facile e incisiva, pervicace nel suo essere terribilmente emozionale. E non poteva non essere francese. [E]
Alessandro,
Salvatore, Enrico, Matteo |