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N.26 - gennaio 2006
Questo mese parliamo di:

Electric President
Electric President
(Morr Music)

Performance
Surrender
(Polydor)

Annie
DJ Kicks
(K7)

Gutevolk
Twinkle
(Happy)
Links:
www.radicalface.com
www.weareperformance.co.uk
www.anniemusic.co.uk
www.gutevolk.com
Recenti Electrozone:
n.22
(09/2005)
Fare $oldi: One Nation Under a Grande Cassa
A/V: L'insolita Compilation
A/V: Superselecta Abbuffett
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n.23 (10/2005)
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The Bright and Shiny: I've Got Love
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n.24
(11/2005)
Velma: La Pointe Farinet 2949m
Filfla:Frame
Mademoiselle Angoisse: 2
Salon Boris: I Am The Drug
n.25
(12/2005)
Blume: In tedesco vuol dire fiore
Kobenhavn Store: Coffee makes me nervous
Au Revoir Simone: Verses of Comfort, Assurance and Salvation
Piana: Ephemeral
Jay Jay Johanson: Rush
Cat5: Play This Loud/Sexy
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Contaminazioni tra pop ed elettronica.
Due ventenni di Jacksonville, Florida, innamorati
dei Death Cab For Cutie ma anche dell'ondata glitch che ha spopolato
in Europa. La somma degli addendi dovrebbe dare, pardon ha dato
nel tempo un totale scintillante che si chiama Postal Service, e
il debutto omonimo degli Electric President sta
quel giusto sotto tale concetto di baluginìo. Non brilla per originalità
-le private malinconie via laptop di Ben Cooper e Alex Kane in tenuta
da 'casa intelligente del futuro'- ma contestualizza con buoni risultati
l'eternal sunshine della terra d'origine ai rigori berlinesi, apportando
un contributo di ossigeno e rinnovata fruibilità alle statiche geometrie
del tempio Morr. Ciò per il tramite di proficue soste presso altre
frequenze, 'Some crab about the future' e 'Metal fingers' (la traccia
che si staglia) non suonano aliene alle frattaglie soliste dell'Anticon,
si avvertono perfino sentori di 'Stille Nacht' nella sequenza di
'Ten thousand lines', forse come omaggio alla patria d'elezione.
Molto probabilmente in altra parte del globo c'è chi sta facendo
la stessa operazione, ma questo poco nuoce alla piena definizione
del duo come progetto folktronico valido di per sé: compagni di
classe di quel Boy In Static già sotto l'ala protettiva degli
Acher, nello stato di famiglia degli American Analog Set come fratelli
adottati, gli yankee dimostrano ingenuità implume-pop indispensabile
ora ma da vendere una volta cresciuti nel caldo nido della scuderia
teutonica -non sarebbero più credibili, con la vocina da telefilm
a cantare la maturità e le ultime sue cartucce- e se non li bruciano
ne potremo sentire ancora delle belle.
Una parola da spendersi per Herr Thomas: le saremo sempre debitori,
crediamo in un rilancio dirompente della sua strategia editoriale,
però aspettare a lungo stanca. e questi baldi giovani, per quanto
qualitativi, portano la Casa un po' più al largo opposto rispetto
a quello che vorremmo sentire da una compagnia di draghi come la
vostra. in fin dei conti, una volta otturata la cassa dei rumori
digitali, resta l'altra, donde proviene "solo" un indiepop classico,
bello, buono, ma poco Morr. [E]
Sembrano dei predestinati, i mancuniani Performance:
ancora dovevano pubblicare alcunché e già Peter Hook li lusingava
con paragoni ai primi New Order (e chi meglio di lui?), seguito
a ruota da Polydor che ha trasformato la chiassosa bellezza dell'esordio
"Love Life" in un contratto major. La band ringrazia con Surrender,
ennesimo revival popelettronico sulla scia del primo singolo ma
con un'oncia di esplosività in meno che asseconda gli irrealizzabili
desideri dell'etichetta. Con la testa nel 1982, la band di Manchester
alza il volume dei synth sopra tutto il resto e li stampa in faccia
all'ascoltatore, trascinandolo poi in un refrain che fiorisce tastiere
alla OMD come fosse primavera. E non si capisce bene se il fascino
stia nella spudorata citazione a tutto ciò che ha contribuito a
creare il genere o nel contagioso entusiasmo del pezzo, al quale
il gruppo si applica con sincera passione nonostante qualche difficoltà
nel far spazio al cantato. Come da titolo, il retro "Industry" si
presenta ben più algido e, uhm, indistriale, dirigendosi dritto
in pista senza passare dal Via (i riferimenti al monopoli, questi
sconosciuti), ma dimentica da qualche parte la canzone. Anche così,
i Performance restano i più credibili pretendenti al trono lasciato
vacante dai Ladytron: scopriremo presto se sono all'altezza del
compito.[S]
Annie. Dj Kicks.
La discoteca spastica...tutto giallo tutto rosa tutto glitter, pavimento
di canditi, soffitto di caramello colante sugli scoordinati danzerini
che con zainetti arancio latex se la fanno con arzigogoli spasmi
improbabili piroette dissonanti saltelli disamorati e lesbici.
Tutto storto e tutto clamorosamente electro, si passa dalla scuola
DFA (Le Tigre, ESG..) all'electro funkpunk (Bongo Song) alla scuola
electro-80-royksoppiana più spocchiosa e smaliziata (Death From
Above 1979), a trovate pseudo-periferiche ma quantomai riuscite
(l'icona Alan vega, il 1/2 Suicide si trova ingabbiato in un mix
tra i pere Ubu e Elvis Presley).
Mu e Gucci Crew II sono da arresto per probabile abuso di MDMA durante
la composizione, mentre la selezionatrice Annie si tiene in tema
con 2 deliziose tracce di space-electro-funk-pop che si assaporano
sia in pista che da seduti.
E' la musica da ballo di oggi, non quella di ieri e non quella di
domani, (sebbene i brani non siano tutti del 2005) disarticolata,
sfacciata, sintetica, vocine fuori orbita, rullanti e claves suonate
con i piedi, feticismo trash, gusto citazionistico, tracotante irriverenza...tutto
gestito con un mood acustico e la consapevolezza che anche il rock
sa far ballare.
Una bomba di indulgenza fashion che non vuole fare i conti con le
preoccupazioni ma solo con il sessodrogaelectr'n'roll. Proprio questo
rende la raccolta inaspettatamente espressiva e teneramente cordiale,
così lontana dal teen angst ma così vicina a nuove forme di problematicità
adulta.
Un set che vi farà soffire di iperattività immaginativa, o se volete,
vi farà fare una bella e sana sudata...
Oro, incenso e mirra. Cool, cool e cool. [M]
Gutevolk è l'alter-ego di Hirono
Nishiyama, autrice già per Noble e Childisc (label
del musicista Nobukazu Takemura, per il quale la nostra è vocalist).
Twinkle arriva in ritardo, al principiare
del nuovo anno, giusto a far rimpiangere e muovere qualche rimorso,
in seguito a liste, classifiche, memoriali..
"Twinkle" è un mini (se la durata di un album ancora significa qualcosa),
esso racchiude sei melodie elettroniche minimali, sublimanti e sospese,
allo stesso livello del mare.
Ronzanti tastierine Stereolab, voce lucciola in balia di se stessa
come insegnarono 800 Cherries. E d'intorno un mondo freddo e grigio
quale opposto insensibile: esterni da riempire e dipingere con la
vitalità, la luccicanza, l'accecante luminescenza del proprio animus.
"twinkle star's cycling bolero" messa a capo di questo delizioso
mini, è a proposito quanto mai esplicativa.
La squillante scomposta orgia a base di Casio su "light parade"
riscalda, brilla i nostri entusiasmi, un'autentica e fastosa mini-sinfonia
emotiva che bendispone chi ancora ricorda ed apprezza i Turn
On (1997), remoto supergruppo di O'Hagan (High Llams) e Tim
Gane/Laetitia Sadier (Stereolab).
Poi ancora, la magistrale ostinata "little girl, little star", screziata
da diavoletti toy-noise.
Altrove, su "silo", cuore struggente dell'opera, e sull'epilogo
"wondering" sembra di percepire nell'atmosfera la stessa irradiante
leggiadria pastorale, quell'ineffabile compostezza malinconica che
pervadeva il Jim'O Rourke più squisitamente 'pop' di "Halfway To
A Threeway" (2000, anch'esso un mini album...); ed è certo un altro
indiscutibile vanto per un'autrice di ottimo potenziale come la
Nishiyama, che all'esordio brilla e che ancora brillerà. [F]
Enrico,
Salvatore, Fabio, Matteo |