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N.26 - gennaio 2006
Questo mese parliamo di:



Electric President
Electric President
(Morr Music)



Performance
Surrender
(Polydor)


Annie
DJ Kicks
(K7)


Gutevolk
Twinkle
(Happy)

 

Links:

www.radicalface.com
www.weareperformance.co.uk
www.anniemusic.co.uk
www.gutevolk.com

Recenti Electrozone:

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Fare $oldi: One Nation Under a Grande Cassa
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A/V: Superselecta Abbuffett
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n.23 (10/2005)
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n.25 (12/2005)
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Kobenhavn Store: Coffee makes me nervous
Au Revoir Simone: Verses of Comfort, Assurance and Salvation
Piana: Ephemeral

Jay Jay Johanson: Rush

Cat5: Play This Loud/Sexy

 

 

 


Contaminazioni tra pop ed elettronica.

Due ventenni di Jacksonville, Florida, innamorati dei Death Cab For Cutie ma anche dell'ondata glitch che ha spopolato in Europa. La somma degli addendi dovrebbe dare, pardon ha dato nel tempo un totale scintillante che si chiama Postal Service, e il debutto omonimo degli Electric President sta quel giusto sotto tale concetto di baluginìo. Non brilla per originalità -le private malinconie via laptop di Ben Cooper e Alex Kane in tenuta da 'casa intelligente del futuro'- ma contestualizza con buoni risultati l'eternal sunshine della terra d'origine ai rigori berlinesi, apportando un contributo di ossigeno e rinnovata fruibilità alle statiche geometrie del tempio Morr. Ciò per il tramite di proficue soste presso altre frequenze, 'Some crab about the future' e 'Metal fingers' (la traccia che si staglia) non suonano aliene alle frattaglie soliste dell'Anticon, si avvertono perfino sentori di 'Stille Nacht' nella sequenza di 'Ten thousand lines', forse come omaggio alla patria d'elezione. Molto probabilmente in altra parte del globo c'è chi sta facendo la stessa operazione, ma questo poco nuoce alla piena definizione del duo come progetto folktronico valido di per sé: compagni di classe di quel Boy In Static già sotto l'ala protettiva degli Acher, nello stato di famiglia degli American Analog Set come fratelli adottati, gli yankee dimostrano ingenuità implume-pop indispensabile ora ma da vendere una volta cresciuti nel caldo nido della scuderia teutonica -non sarebbero più credibili, con la vocina da telefilm a cantare la maturità e le ultime sue cartucce- e se non li bruciano ne potremo sentire ancora delle belle.
Una parola da spendersi per Herr Thomas: le saremo sempre debitori, crediamo in un rilancio dirompente della sua strategia editoriale, però aspettare a lungo stanca. e questi baldi giovani, per quanto qualitativi, portano la Casa un po' più al largo opposto rispetto a quello che vorremmo sentire da una compagnia di draghi come la vostra. in fin dei conti, una volta otturata la cassa dei rumori digitali, resta l'altra, donde proviene "solo" un indiepop classico, bello, buono, ma poco Morr. [E]

Sembrano dei predestinati, i mancuniani Performance: ancora dovevano pubblicare alcunché e già Peter Hook li lusingava con paragoni ai primi New Order (e chi meglio di lui?), seguito a ruota da Polydor che ha trasformato la chiassosa bellezza dell'esordio "Love Life" in un contratto major. La band ringrazia con Surrender, ennesimo revival popelettronico sulla scia del primo singolo ma con un'oncia di esplosività in meno che asseconda gli irrealizzabili desideri dell'etichetta. Con la testa nel 1982, la band di Manchester alza il volume dei synth sopra tutto il resto e li stampa in faccia all'ascoltatore, trascinandolo poi in un refrain che fiorisce tastiere alla OMD come fosse primavera. E non si capisce bene se il fascino stia nella spudorata citazione a tutto ciò che ha contribuito a creare il genere o nel contagioso entusiasmo del pezzo, al quale il gruppo si applica con sincera passione nonostante qualche difficoltà nel far spazio al cantato. Come da titolo, il retro "Industry" si presenta ben più algido e, uhm, indistriale, dirigendosi dritto in pista senza passare dal Via (i riferimenti al monopoli, questi sconosciuti), ma dimentica da qualche parte la canzone. Anche così, i Performance restano i più credibili pretendenti al trono lasciato vacante dai Ladytron: scopriremo presto se sono all'altezza del compito.[S]

Annie. Dj Kicks. La discoteca spastica...tutto giallo tutto rosa tutto glitter, pavimento di canditi, soffitto di caramello colante sugli scoordinati danzerini che con zainetti arancio latex se la fanno con arzigogoli spasmi improbabili piroette dissonanti saltelli disamorati e lesbici.
Tutto storto e tutto clamorosamente electro, si passa dalla scuola DFA (Le Tigre, ESG..) all'electro funkpunk (Bongo Song) alla scuola electro-80-royksoppiana più spocchiosa e smaliziata (Death From Above 1979), a trovate pseudo-periferiche ma quantomai riuscite (l'icona Alan vega, il 1/2 Suicide si trova ingabbiato in un mix tra i pere Ubu e Elvis Presley).
Mu e Gucci Crew II sono da arresto per probabile abuso di MDMA durante la composizione, mentre la selezionatrice Annie si tiene in tema con 2 deliziose tracce di space-electro-funk-pop che si assaporano sia in pista che da seduti.
E' la musica da ballo di oggi, non quella di ieri e non quella di domani, (sebbene i brani non siano tutti del 2005) disarticolata, sfacciata, sintetica, vocine fuori orbita, rullanti e claves suonate con i piedi, feticismo trash, gusto citazionistico, tracotante irriverenza...tutto gestito con un mood acustico e la consapevolezza che anche il rock sa far ballare.
Una bomba di indulgenza fashion che non vuole fare i conti con le preoccupazioni ma solo con il sessodrogaelectr'n'roll. Proprio questo rende la raccolta inaspettatamente espressiva e teneramente cordiale, così lontana dal teen angst ma così vicina a nuove forme di problematicità adulta.
Un set che vi farà soffire di iperattività immaginativa, o se volete, vi farà fare una bella e sana sudata...
Oro, incenso e mirra. Cool, cool e cool. [M]

Gutevolk è l'alter-ego di Hirono Nishiyama, autrice già per Noble e Childisc (label del musicista Nobukazu Takemura, per il quale la nostra è vocalist).
Twinkle arriva in ritardo, al principiare del nuovo anno, giusto a far rimpiangere e muovere qualche rimorso, in seguito a liste, classifiche, memoriali..
"Twinkle" è un mini (se la durata di un album ancora significa qualcosa), esso racchiude sei melodie elettroniche minimali, sublimanti e sospese, allo stesso livello del mare.
Ronzanti tastierine Stereolab, voce lucciola in balia di se stessa come insegnarono 800 Cherries. E d'intorno un mondo freddo e grigio quale opposto insensibile: esterni da riempire e dipingere con la vitalità, la luccicanza, l'accecante luminescenza del proprio animus.
"twinkle star's cycling bolero" messa a capo di questo delizioso mini, è a proposito quanto mai esplicativa.
La squillante scomposta orgia a base di Casio su "light parade" riscalda, brilla i nostri entusiasmi, un'autentica e fastosa mini-sinfonia emotiva che bendispone chi ancora ricorda ed apprezza i Turn On (1997), remoto supergruppo di O'Hagan (High Llams) e Tim Gane/Laetitia Sadier (Stereolab).
Poi ancora, la magistrale ostinata "little girl, little star", screziata da diavoletti toy-noise.
Altrove, su "silo", cuore struggente dell'opera, e sull'epilogo "wondering" sembra di percepire nell'atmosfera la stessa irradiante leggiadria pastorale, quell'ineffabile compostezza malinconica che pervadeva il Jim'O Rourke più squisitamente 'pop' di "Halfway To A Threeway" (2000, anch'esso un mini album...); ed è certo un altro indiscutibile vanto per un'autrice di ottimo potenziale come la Nishiyama, che all'esordio brilla e che ancora brillerà. [F]