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Decemberists Live
Bologna, Il Covo. 19 novembre 2004

Ogni volta che si entra al Covo si ha l'impressione di trovarsi nel luogo in cui succedono, qui e ora, le cose che poi ci ricorderemo, e per le quali si attraversa l'Italia, come nel caso di quel venerdì nel quale si sono esibiti i Decemberists, quotati folkers di Portland.

Complice infatti l'annullamento della loro data romana, nel club bolognese si è riversato un numero cospicuo di attendenti da ogni dove: la terminologia marittima non è usata a caso, dal momento che il veliero è il logo della band in questione, e che le vicende narrate sul palco con voce peculiare da Colin Meloy hanno molto a che fare con le epopee piccole e grandi che hanno costellato la storia dell'uomo nei secoli (ah, i tempi delle traversate e degli eroi del mare).

Senza fruire dell'apertura di nessun supporter, i cinque -due donne nel gruppo, una all'accordéon l'altra inusuale alla batteria- saccheggiano a piene mani dalle loro due uscite su lunga distanza, Castaway and cutouts e Her majesty the Decemberists, oltre che dal primo ep Five songs che li ha rivelati.

Dal vivo emerge più che su disco la volontà di muoversi dall'ortodossia folk degli Stati Uniti verso una coabitazione col pop europeo: il risultato è un'esibizione più ridondante di quella che un neofita si può aspettare, con parecchie perle ('Oceanside', 'I was meant for stage' e ovviamente 'Here I dreamt I was an architect', col suo portato tragico) e qualche mancanza (proprio le mie preferite. fa niente).
A intermezzi regolari l'ammiraglio Colin tiene il palco da solo, come un bardo d'altri tempi, mano sulla fronte come ad avvistare storie fantastiche da poter cantare, per concludere toccando terra in mezzo agli spettatori delle prime file, confortato solo da Rachel che sul palco continua a suonare da sola.
Un piccolo concerto che è diventato un grande evento, come solo nel mondo indiepop può avvenire.

Ecco l'intervista a Colin Melloy realizzata in occasione della data bolognese da Enzo Palatella (quindie.splinder.com)

Questa di Bologna è la vostra prima data italiana in assoluto. Qui avete un seguito piuttosto cospicuo, anche perché la stampa specializzata ha dato molto risalto, l'anno scorso, ai vostri due album "Her majesty" e "Castaways and cutouts". Vi aspettavate quest'accoglienza?

Sinceramente non avevo alcuna idea su quello che avrei dovuto aspettarmi. Qualche tempo fa avevo rilasciato un'intervista ad una rivista musicale italiana del quale ora non ricordo il nome, e in quell'occasione avevo avuto modo di capire che in Italia qualche interesse per noi c'era, ma nulla di più.

Parliamo delle vostre canzoni, che hanno come caratteristica principale il loro essere ambientate fuori dal tempo. Sono davvero tutte riferite al passato oppure il presente ha un ruolo in esse?

Personalmente, a me interessa scrivere delle belle storie. Spesso nella musica pop contemporanea chi scrive cerca di raccontare storie autobiografiche, e quindi per forza di cose si finisce a lavorare su materiale legato alla contemporaneità. Per quanto mi riguarda, io cerco di fare qualcosa di diverso e non mi rendo conto della presenza o meno di riferimenti contemporanei in quello che scrivo; per esempio a me affascina molto l'età vittoriana e cose simili quindi me ne frego abbastanza di quali debbano essere le regole su come si scrive una canzone pop oggi.

Hai citato l'età vittoriana. A proposito di questo, mi sembra che il tuo songwriting, la sensibilità che da esso traspare, sia molto più europeo che non americano...

Penso che un po' il tutto il mondo ci sia una certa sensibilità verso quello che proviene dall'estero. Tra i miei ascolti preferiti ci sono molte cose che non hanno nulla a che fare con l'America: sono particolarmente attratto da tutto ciò che è esotico e legato alla fantasia, e credo che da questo punto di vista ci sia molta più sensibilità nella cultura europea, ma anche mediorientale o russa, tutte culture dove è presente una forte tradizione legata all'immaginario fantastico ed alle favole in generale.

L'etichetta discografica per la quale incidete, la Kill Rock Stars, non è esattamente una indie-pop label. Come è nato questo connubio?

Qualche tempo fa abbiamo suonato ad un festival che si teneva a Portland, una specie di convention di etichette e negozi di dischi del north-west, organizzato dal nostro amico Robert. Quella sera, tra il pubblico, c'era anche Slim Moon, cha apprezzò parecchio lo spettacolo. Era da poco uscito il nostro primo disco su una piccola label cittadina, lui lo ha ascoltato e se ne è innamorato. Personalmente ho sempre adorato le band della KRS, dalle Bratmobile alle Bikini Kill passando per Elliott Smith e le Sleater Kinney, poi Slim mi disse che la KRS avrebbe potuto essere la nostra etichetta e non ci avrebbe certo fatto scappare facilmente! Tra noi e loro è scattato subito quel feeling reciproco che può scattare soltanto tra chi ama la musica allo stesso modo: l'intera etichetta è una forte testimonianza dell'amore che Slim nutre per la musica.

Hai citato Portland, che da quello che si legge (vedi "Portland souvenir" di Chuck Palanhiuk) e si sente, non sembra affatto la tipica città americana...

Sì, in effetti è così. E' una città vivibile, politicamente schierata a sinistra e molto ricca dal punto di vista culturale. E poi c'è una splendida scena rock: Sleater-Kinney, Tara Jane O'Neil e The Thermals, solo per fare qualche nome, e poi ci sono un sacco di altri gruppi che stanno uscendo adesso. Porland ha qualcosa delle città europee ma non assomiglia a nessuna di esse, probabilmente perchè non ha alle spalle una grande storia, elemento che che fa grandi le città. Tuttavia, essendo una città portuale, ha un sacco di storie da raccontare, legate specialmente ai marinai e alla gente in fuga.

La vostra ultima uscita è stata "The tain", un ep con una lunga canzone divisa in cinque parti. Com'è nato questo disco?

L'Acuarela, l'etichetta spagnaola che l'ha pubblicato, qualche tempo fa ci ha chiesto se avevamo voglia di pubblicare qualcosa di inedito per loro. In quel periodo noi avevamo per le mani questa canzone che a noi piaceva molto ma che tuttavia avevamo deciso di tener fuori dal prossimo album, e stavamo discutendo su cosa farne. Alla fine in un weekend l'abbiamo registrata tutta, per noi è stato un modo interessante per sperimentare nuove forme compositive ed in generale per giocare su quelli che sono gli elementi principali di una canzone dei Decemberists.

E invece cosa mi dici del vostro prossimo disco, che uscirà nel 2005?

Si intitolerà "Picaresque", uscirà a marzo e conterrà 11 canzoni. Abbiamo appena finito di lavorare sull'artwork ed avremo le prime copie in mano quando torneremo a casa da questo tour europeo.

Stasera suonerete qualche anteprima dal disco ?

Ne faremo un paio, sicuramente, anche se essendo il nostro primo tour europeo, la volontà è quella di proporre soprattutto brani presenti sui dischi già usciti.

Girovagando per la rete ho trovato un bootleg di un vostro concerto in Illinois che mi ha stupito per la sua qualità sonora che era davvero eccezionale. A questo proposito, qual è la vostra posizione nei confronti del peer to peer?

Oh, lo supporto totalmente anche perchè lo utilizzo anch'io, pur meno di una volta. Per quanto mi riguarda, come musicista non rinnego il mio punto di vista, anche se mi rendo conto che per i musicisti professionisti la cosa possa essere diversa. Credo comunque che porti più vantaggi che svantaggi: quando non suonavo con un gruppo, il peer to peer era un modo per conoscere nuovi gruppi anche se non avevo soldi e non potevo permettermi di comprare molti dischi. Da quando abbiamo iniziato a suonare il file-sharing ed i blog hanno contribuito parecchio a far crescere la nostra popolarità in America, e quindi non vedo come possa danneggiare le vendite delle etichette. Credo che i nostri fan siano poi coloro che comprano i dischi, magari se li prestano e poi vengono a vedere i concerti e ci supportano come possono.

Quali sono i tuoi ascolti preferiti, al momento?

Sto ascoltando molto Joanna Newsom, Cass McCombs, che è su 4ad con l'album uscito nella scorsa primavera, gli Arcade Fire, che hanno fatto un nuovo disco fenomenale, e poi molti altri che adesso non ricordo.

E se dovessi scegliere un solo disco dal passato?

Oh gesù, non è per niente facile... ma penso Zen arcade degli Husker Du.

Tutti i vostri artworks sono disegnati da Carson Ellis, che sembra essere la sesta Decemberists, tanto i suoi disegni si sposano alla perfezione con la vostra musica.

Direi proprio che lo è! Il suo sforzo per realizzare i nostri lavori è davvero encomiabile, oltretutto lei è la mia ragazza, quindi riesce perfettamente ad entrare nell'atmosfera delle nostre canzoni e a trasformarle in immagini, ma credo che sia un processo reciproco, nel senso che ci influenziamo l'un l'altra, ci confrontiamo sulle reciproche idee ed è ovvio che lei non sia una semplice collaboratrice.

Un'ultima domanda: perchè avete scelto di chiamarvi Decemberists?

Non lo so esattamente, a dire il vero. C'erano un paio di elementi: innanzitutto si riferisce ad un mese nel quale alcuni di noi si identificano, e poi i Decemberist erano anche un gruppo rivoluzionario russo di inizio secolo...


Enrico/Enzo

Links:

Decemberists sito ufficiale: www.decemberists.com