Archivio Recensioni:

#

 

A

 

B

 

C

 

D

 

E

 

F

 

G

 

H

 

I

 

J

 

K

 

L

 

M

 

N

 

O

 

P

 

Q

 

R

 

S

 

T

 

U

 

V

 

W

 

X

 

Y

 

Z

 

v/a

The Consultants

Che dietro ai Newyorchesi Consultants, ultima e imprevista scoperta di Shelflife, ci fosse un progetto più "pensante" della media twee sembrava evidente sin dal nome della band, la cui scelta è spiegata in dettaglio da Brett e Marisha, la coppia dietro a tutte le canzoni di "Work From Home", nelle righe che seguono. Una sorta di art-indiepop che sposa immediatezza e profondità, equamente diviso nelle citazioni ai due decenni d'oro della scena (anni 80 e 90) rimanendo fresco e personale, e la cui gestazione è stata abbastanza complicata, trovando spazio tra le pieghe dell'attivissima scena pop di Brooklyn. Un album che trasforma in forza la propria presunta disomogenità e mostra diverse sfaccettature del lavoro dellaband, che dal vivo annovera Jed Smith (My Teenage Stride) tra i suonatori.
Ecco cosa ci hanno detto i due Consultants titolari al proposito:

Potete presentarvi e farci una breve storia dei Consultants?

Marisha: Io sono Marisha Chinsky, cantante, chitarrista e co-songwriter per i Consultants. L'altro scrittore e chitarrista è Brett Whitmoyer, poi ci sono Mike Hollitscher al basso, Tris McCall alle tastiere e Jed Smith (dei My Teenage Stride) alla batteria. La band si è formata all'inizio del 2003 quando io e Brett abbiamo cominciato a scrivere canzoni insieme, con solo due chitarre e la mia voce, in una specie di studio casalingo, giusto per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. Dopo aver registrato un paio di pezzi (James, Snow Fell It's Night) con il nostro produttore Chuck Blake (dei Garlands), abbiamo deciso di provare a suonarle dal vivo con basso, tastiere e batteria. Nell'estate del 2004 abbiamo registrato "Work From Home" all'ormai defunto Melody Lanes Studio, sotto il Williamsburg Bridge a Brooklyn. Abbiamo fatto ascoltare il disco a Shelflife e adesso siamo il numero 056 del catalogo Shelflife! Proprio un lieto fine.

Brett: Io e Marisha siamo amici dal 1999, quando lei era il direttore musicale della sua università ed ha invitato i Garlands - la mia vecchia band - a suonare nella sua scuola insieme ai My Favorite.
Nei Garlands suonavo la batteria e nel 2003 ho iniziato a sviluppare qualche idea musicale, ma la gerarchia del gruppo non mi permetteva alcun input creativo al di fuori delle mie parti di drumming, quindi ho imparato a suonare la chitarra e cominciato a scrivere le mie canzoni.
Il mio collega nei Garlands Chuck Blake che aveva un piccolo studio nel suo appartamento di Manhattan mi ha aiutato a registrare due pezzi, versioni primitive di "Snow Fell (It's Night)" e "Internet
Love Letter", con titoli e testi differenti. Io e Chuck suonavamo tutti gli strumenti e il drumming era programmato sul suo PC. Ci sembrava che fosse tutto piuttosto buono tranne la voce, e dato che io non so proprio cantare abbiamo fatto qualche audizione per trovare un cantante. Fortunatamente nessuno di loro ha funzionato e una sera ho scoperto che Marisha suonava la chitarra e che era disposta a provare a cantare sui miei pezzi. In breve, abbiamo riscritto i testi delle due canzoni e le abbiamo reincise, fondamentalmente in versioni identiche a quelle presenti sul disco. A quel punto abbiamo cominciato a scrivere nuovi pezzi insieme e dato che ne eravamo molto soddisfatti è nata l'idea di formare una band. "Hollow Bodied Evening", "Internal Monologue" e "James" sono nate nei nostri appartamenti, suonando la chitarra l'uno all'altro, e sono state registrate da Chuck. E' stato in quel momento che abbiamo chiesto a Mike di unirsi al basso per quei tre pezzi. Quando abbiamo completato la line-up con Jedediah e Tris avevamo già scritto tutti i pezzi dell'album con l'eccezione di "Calling The Embassy", che è l'unico pezzo con la batteria di Jed.
Mi spiace, credo di averti dato la versione lunga.


Come descrivereste la vostra musica? Il titolo dell'album vuole suggerire qualcosa di "fatto in casa" o ha un altro significato?

Brett: è una domanda difficile e in genere preferisco che siano altri a descrivere la nostra musica; penso comunque che combini elementi di post-punk anni 80 con l'indiepop degli anni 90. Molta gente cercando di descriverci cita Echo & The Bunnymen, New Order, Velocity Girl e Heavenly, e credo siano paragoni azzeccati.

Marisha: "Work from Home" (Lavoro da casa, ndt) è un'allusione alla cultura del gergo affaristico, fatto soprattutto di eufemismi. Al momento in cui stavamo scrivendo le canzoni, Brett ed io stavamo cercando di conciliare il fatto di avere un lavoro "serio" in ufficio con la possibilità di realizzare le nostre ambizioni creative. Anche il nome "The Consultants" è venuto fuori come un riferimento ai consulenti aziendali, gente che viene immessa in una compagnia alla quale non appartiene e che non ha un'identità definita al suo interno, ma che fa comunque parte del mondo del lavoro. E' come se ci presentassimo sul palco e nessuno tra il pubblico sapesse chi siamo: siamo la band che vi dovrà far divertire questa sera!

Brett: Entrambi trovavamo molto curioso che le compagnie assumessero consulenti freelance per svolgere progetti speciali. Queste persone sono un po' come dei mercenari, nel senso che sono tipi piuttosto arroganti che arrivano in azienda convinti di sapere già tutto quanto. Di solito si fanno vedere in ufficio una o due volte alla settimana e svolgono quasi tutto il lavoro da casa. Credo sia un concetto che molte band indiepop americane possano comprendere, perché tanti gruppi che conosciamo si trovano in una situazione simile: giovani professionisti di giorno e indiepoppers di notte. In pratica, siamo tutti dei consulenti che lavorano da casa.

Siete stati paragonati a diverse band, ma mi sembra che ci sia una forte influenza inglese nel vostro suono. Quali sono i gruppi che vi hanno influenzato di più e perché?

Brett: Beh, i miei gusti musicali e quelli di Marisha hanno qualche punto di contatto, ma credo che sia una buona semplificazione dire che che le influenze eighties dei Consultants provengono da me e quelle nineties da lei. Io ascolto soprattutto i Bunnymen, New Order, Joy Division, U2, Galaxie 500, Ride e simili; anche le band moderne che mi piacciono hanno un suono che deriva dagli anni 80: Babybird, Interpol e My Favorite. La musica degli eighties ha un suono molto caratteristico, credo che sia stato il decennio più idiosincratico dopo gli anni sessanta. Sono attratto soprattutto dalla brillantezza dei suoni di chitarra che formano la gran parte delle melodie; in genere sono annoiato dai pezzi privi di ritornelli.
Una delle cose che amo di più dei Joy Division è che nelle loro canzoni sostituiscono spesso i cori vocali con hooks di chitarra: canzoni come "Disorder" sono state una forte ispirazione in questo senso, e infatti ho usato quella canzone come scusa per il fatto di non avere un vero coro in "The Mark". Mi piace sovvertire le strutture accettate della musica pop. Se hai quei giri di chitarra non ti serve la classica struttura chorus/verse, e penso che le bands degli anni 80 abbiano capito questa cosa meglio di chiunque altro.

Marisha: quando ho cominciato ad interessarmi alla musica, attorno ai 13, 14 anni tra scuola media e superiori, era il periodo dello shoegaze e della nascita del britpop in Inghilterra (Blur contro Oasis eccetera). Credo che molta della musica che è rimasta per più tempo con me provenga da oltreoceano: Boo Radleys, Ride, Catherine Wheel, Pulp, Suede. E anche andando indietro sino agli anni 80, ero molto presa da New Order, Cure, Smiths. Mi sono sempre sentita fuori posto con la musica americana; anche se esistono band eccellenti qui, la maggior parte delle mie influenze proviene dalla Gran Bretagna. E anche se qui a New york conosco tante nuove ottime band, il mio pedigree rimane quello: d'altra parte negli anni 90 ho avuto dagli 11 ai 20 anni, e questo ha la sua importanza.
E' curioso leggere tutti i nomi ai quali veniamo paragonati: alcune cose sono intenzionali, molte altre subliminali.

Il tono e il sound dei vostri pezzi differiscono sensibilmente l'uno dall'altro. Questa varietà è stata ricercata o era con voi sin dall'inizio?

Brett: E' successo un po' per necessità e un po' per calcolo. Come dicevo prima, le cinque canzoni iniziali sono state registrate direttamente al PC nell'appartamento di Chuck, avevano suoni di chitarra molto sterili e una batteria programmata, cioè esattamente il suono che volevamo ottenere, ma al tempo stesso anche l'unico possibile, con i mezzi che avevamo a disposizione. Quando mesi dopo abbiamo scritto le altre canzoni, abbiamo chiamato Mike Flannery a registrare i pezzi nei Melody Lane Studios di Brooklyn, con una vera batteria e un suono complessivo molto diverso. Sentivamo di doverle indurire un po', specialmente "The Mark", "Pop Pop" e "Talking To No One", e stavolta avevamo l'equipaggiamento per farlo.
So che in questo modo l'album suona ineguale, ma credo sia più importante produrre ogni canzone secondo le sue specifiche esigenze piuttosto che cercare di dare un suono unitario all'album. Il fatto che le canzoni siano diverse in stile non è stata una decisione cosciente. Quando scriviamo i pezzi, assumono una vita propria, e il prodotto finito ha un suono che dipende dal nostro stato d'animo, o da quello che ascoltavamo all'epoca. "Pop Pop" è stata scritta subito dopo la morte di Johnny Cash, e per questo ha un certo feeling country. Ma non è stata una decisione cosciente, è semplicemente uscita fuori così.

Marisha: in parte dipende dal fatto che abbiamo lavorato con con tre produttori diversi, con differenti metodi di lavBrettoro e risorse tecnologiche a disposizione. Poi c'è che questo è il nostro primo album e quindi avevamo la necessità di comunicare molte cose: per semplificare, volevamo una canzone allegra, una triste, una arrabbiata. Infine, una parte importante della nostra formula è la diversità tra me e Brett, e la diversità tra noi cinque quando ci esibiamo dal vivo: affrontiamo la canzone da prospettive diverse, e credo che questo faccia in modo che la musica non sia troppo omogenea.

Se ho un appunto da fare all'album è che il suono non è chiaro quanto meriterebbe, specialmente in alcuni pezzi come Calling the embassy e The Mark, dove è veramente difficile distinguere il cantato. Siete soddisfatti del risultato finale ? Quanto tempo avete lavorato sulle canzoni in studio?

Marisha: Ne sono relativamente soddisfatta, considerato il fatto che non avevo in programma di leggere una recensione su NME, di pubblicare l'album con Shelflife, di suonare alla popfest di San Francisco lo scorso luglio o di rispondere a un'intervista di un giornalista italiano.! Sono orgogliosa di quanto io e Brett siamo riusciti a portare lontano il progetto, e dell'enorme supporto ed incoraggiamento ricevuto dai fans. E' stata un'esperienza molto istruttiva e abbiamo un sacco di cose su cui riflettere lavorando al prossimo album.

Brett: domanda interessante, perché come chiunque abbia registrato un album, quando lo riascolto ne faccio una dissezione mentale e penso a tutte le cose che avremmo potuto fare in maniera diversa. Il che non significa che non ne sia soddisfatto, anzi credo che rispecchi alla perfezione quello che cercavamo di ottenere al tempo. Vorrei che il suono su "The Mark" risaltasse maggiormente, ma in pratica ogni strumento suona la melodia, quindi era impossibile sceglierne uno da mettere in primo piano nel mix. L'indecifrabilità dei testi invece credo dipenda dalle influenze shoegaze di Marisha.

La scena di Brooklyn ha ricevuto una notevole spinta negli ultimi tempi, almeno qui in Europa. Com'è suonare in una popband a Brooklyn?

Marisha: da un certo punto di vista è positivo, perché tutto il mondo musicale ha gli occhi puntati sulla tua comunità e questa è una grande opportunità per farsi conoscere. Il rovescio della medaglia è che alla fine sei solo un pesce in un enorme stagno pieno di pesci di talento. Abbiamo ricevuto molto supporto dai nostri amici (Metric Mile, My Teenage Stride, The Besties) con cui formiamo il Rinascimento Pop di Brooklyn - la definizione è di Alistair Fitchett di Tangents e Unpopular records - e trovo che sia una definizione calzante. La scena indiepop, anche in una città come New York, è molto raccolta ed amichevole, e questo rende molto divertente farne parte.

Brett: E' strano, perché Fitchett scrive spesso del "Brooklyn Pop Revival", e in pratica cita sempre noi e i nostri amici. Io suono la batteria nei My Teenage Stride con Mike, Jed e Tris. Il mio coinquilino è Mike Dempsey dei Pathways e ci capita spesso di suonare con gruppi come i Metric Mile e i Besties. E' sempre bello suonare con band che hanno la tua stessa sensibilità musicale.

Di cosa parlano i vostri testi? Ne ho potuto cogliere soltanto spezzoni, ma sembrano essere molto più profondi della media della canzoni pop, come la piccola poesia riportata in copertina.

Brett: E' Marisha a scrivere gran parte dei pezzi, quindi lascerò che sia lei a rispondere. Ti posso però dire che di solito abbiamo già il pezzo strumentale finito prima che vengano scritte le liriche, e che di solito il processo di scrittura dei testi è preceduto da una discussione sul tipo di emozioni che la musica suggerisce. La poesia è composta da una serie di frasi tratte ognuna da una canzone, seguendol'ordine della tracklist. Sono felice che anche se l'album è così vario, i testi funzionino tutti insieme nel booklet.

Marisha: sono molto interessata ai diari personali, specialmente da quando il blogging si è diffuso in internet. Per me l'arte ha a che fare con l'introspezione; anche se la tua arte è un commento su politica, scienza o qualcosa di lontano dalla prima persona "io", non puoi rimuovere il filtro di te stesso, di come il mondo appare a TE. Le canzoni sono scritte come se fossero il mio diario, durante un periodo di forti cambiamenti nella mia vita. Volevo catturare l'innegabile potenza della prima persona.

Cosa fate quando non siete impegnati a suonare?

Brett: Nulla di particolarmente eccitante. Negli ultimi tempi ho visto un sacco di film noir ed episodi di Buffy alla TV. E ci sono sempre un sacco di show in giro per la città. Dopotutto siamo a New York.

Marisha: Ascolto musica, dipingo, leggo, faccio passeggiate nel mio quartiere a Brooklyn. Durante il giorno lavoro nel campo delle pubbliche relazioni, e ogni sabato sera sono guest DJ al Tainted Lady Lounge di Williamsburg. Suono insieme a mio marito James, in un side project chiamato Polar Bear Parade.

Ho letto una recensione particolarmente accanita di "Work From Home" su internet. Come reagite a una cosa del genere?

Brett: Ha! Probabilmente parli di SoundsXP dove un perfido recensore ha usato tutte LETTERE MAIUSCOLE per scrivere che Marisha non sa cantare. Per prima cosa si sbaglia di grosso, dato che ogni altra recensione parla della sua voce e di come si adatti perfettamente alle canzoni. E secondo, ha completamente frainteso lo scopo di quello che facciamo. Nessuno di noi ha mai avuto la pretesa di essere un virtuoso. Io sono sicuramente il peggior chitarrista che conosco da un punto di vista tecnico, e la maggior parte delle volte non ci servono più di due o tre prove per registrare un pezzo. Ci interessa molto di più fare in modo che le canzoni trasmettano le emozioni da cui sono scaturite. Se paragoni la voce di Marisha in "Calling The Embasssy" con quella di Morrissey in "Suedehead" dimostri senza ombra di dubbio che non hai capito nulla di ciò che stiamo cercando di fare. Detto questo, accettiamo le recensioni negative come un fatto inevitabile. Le cose che fai non possono piacere a tutti, a meno che tu non sia nei Beatles. Ed anche allora ci sarebbe qualche bastian contrario.

Marisha: Sì, sono rimasta un po' scioccata da quella recensione! Per fortuna c'è stata un'ampia abbondanza di recensoni positive, quindi la cosa mi ha disturbato solo per qualche minuto. In generale trovo interessante il modo in cui le recensioni descrivono il nostro disco: la gente ha diverse visioni estetiche e diversi modi di comprendere quello che ascolta. Ma non cambieremo mai niente a causa di una recensione! Credo che un suono organico, una nota sbagliata, variazioni naturali siano cose belle da poter esprimere in musica.

Come siete arrivati a Shelflife? E com'è la storia di Ed che ha deciso di ripendere a pubblicare dischi grazie a voi?

Brett: Quando abbiamo cominciato a cercare un'etichetta, Shelflife è stata la prima a cui abbiamo pensato: coincideva alla perfezione con il nostro stile. E poi prima di trasferirsi a San Francisco Ed e Jill vivevano a Brooklyn e facevano parte del nostro giro di amici, quindi sono stati i primi ai cui abbiamo mandato un demo. Ed ci ha detto che gli piaceva molto quello che aveva sentito, ma che non aveva più intenzione di pubblicare nuovi dischi. Dopo qualche settimana, mentre stavamo interpellando altre labels, Ed ci ha richiamato dicendo che voleva pubblicarlo lui. Credo che la storia di noi che convinciamo Ed a riaprire Shelflife sia un po' esagerata, ma certamente è un buon viatico per il nostro album.

Marisha: Ho scoperto dopo che Ed non aveva intenzione di pubblicare dischi, è stato uno shock! Non abbiamo dovuto insistitere molto ma sono molto felice di essere in parte responsabile della decisione, specialmente per gli artisti e i fans di Shelflife. Ed è nostro amico da anni, sono passata dall'ammirazione per i dischi che produceva a quella per lui una volta che l'ho conosciuto di persona.

Salvatore

Links:

The Consultants Website: www.theconsultantsband.com
Would-Be-Goods@indiepop.it: bands/consultants.htm