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A volte crescono i fiori nel deserto. Ed è come scoprire che in un piccolo centro allla periferia di Torino esiste il miglior gruppo pop che abbiate mai sentito, che un negozio fornitissimo di CD indie sta in un vicolo di Palermo, o che a Vicenza esiste da anni la indiepop label dei vostri sogni. Con la differenza che le prime due cose non sono vere.
L'indiepop in Italia non esiste, e tanto vale mettersi il cuore in pace. Esiste però uno stuolo di appassionati dalla scorza dura e dall'insospettabile spirito di iniziativa. Sono quelli che organizzano concerti di Pipas o Montgolfier Brothers contro ogni logica (è successo), e -immagino - gli stessi che ci scrivono email incredule e grate non appena scoprono dell'esistenza di questo sito. Perché anche noi facciamo parte della schiera. Esiste soprattutto tale Alessandro Crestani da Vicenza, che con pochi mezzi e con tantissima passione ha messo in piedi una meravigliosa tape label (ovvero una label che pubblica solo cassette), ovviamente apprezzata in tutto il mondo tranne che in Italia, che è anche una delle migliori etichette nelle quali ci sia capitato di imbatterci.
Non lo diciamo per campanilismo, ma perché dopo aver ascoltato una parte sostanziosa del catalogo dell'etichetta ed essere rimasti a bocca aperta di fronte all'altissimo livello delle sue produzioni, celebrare l'opera della BKS è il minimo che si possa fare. Da artisti già noti come A Boy Named Thor, Nanook of The North, Simpàtico, Orange Cake Mix, River, Multisofa e Moonbabies sino ad illustri sconosciuti, non c'è stata una sola cassetta che non ci abbia intrattenuto piacevolmente, ed abbiamo scoperto tanti lavori di assoluto prestigio, in alcuni casi già approdati alla ristampa su CD. E poi Alessandro ha fondato l'etichetta (sottotitolata "DIY sounds for the lonesome and broken-hearted": non è fantastico?) perché sentiva di dover ridare alla musica un po' di ciò che lei gli aveva dato, ed anche questo è molto bello.

La sua label "pop-oriented" nel senso più ampio del termine (indie-pop, ambient-pop, noise-pop eccetera) e legata all'etica ed all'estetica del "do it yourself" (diy), ci permette anche di entrare nel misterioso mondo delle tape label (il miglior argomento contro i lettori CD per auto?), che speriamo di poter esplorare ancor meglio in futuro.
Avevamo in mente da parecchio di contattare la Best Kept Secret e di realizzare un piccolo speciale. Ce ne chiedevano notizie in tanti, specialmente dall'estero; Alessandro ci ha preceduto, chiedendoci se eravamo disposti a recensire cassette DIY e dopo due mesi di duro e gratificante lavoro (leggi: tanti ottimi ascolti) siamo felici di presentarvi la Best Kept Secret.


non è stato facile selezionare i 10 titoli Best Kept Secret a nostro avviso più meritevoli: toppo alto il valore medio delle cassette passate sui nostri stereo per scartarne qualcuna. Ma come al solito al cuore non si comanda, e così abbiamo puntato decisi verso i dieci lavori che ci hanno stregato oltre ad affascinarci. Ma non preoccupatevi: nella seconda parte dello speciale troverete anche tutto il resto...

MOONBABIES: Climbing up these miles



Monumentale raccolta (24 pezzi) di demo ed early cuts dei Moonbabies, magnifico duo di Malmö composto da Ola Frick e Carina Johannson, che raccoglie pezzi editi su cassetta dal 1997 al 1999 e precedenti ai lavori che da "air>>>moon>>>stereo" (1999) al recente "The orange billboard album" (2003) li hanno affermati come una delle più interessanti realtà indie-rock di Svezia. I Moonbabies di "Climbing up these miles" non sono molto diversi da quelli di oggi, non troppo poppettari, sempre influenzati dai My Bloody Valentine (vi dice niente un titolo come "Tremolo Arm Sway"?) ma non ossessionati dalla stessa ricerca sonora ed anzi animati da un non indifferente scopo comunicativo. Pop ora atmosferico, ora tremolante e rumoroso, con ottime capacità di songwriting e una eccezionale facilità nel centrare grandi melodie; pensate ad una versione psych e anglicizzata dei Club 8. In tanta abbondanza qualche alto e basso sarebbe scusabile, ma qui non ve n'è traccia: solo tante ottime canzoni che vedono il duo spaziare dall'elettropop allo slowcore senza sbagliare un colpo. In "Look alive" Carina sembra quasi Kendra Smith, "June and Novas" (che darà il titolo al primo album dei Moonbabies) è pop elettronico con un curioso sottofondo dark che esplode in un refrain di scintillante efficacia, "This woman needs a doctor" spettacolare melodia circolare intessuta dalla voce di Carina, e "Have you ever said goodbye" è l'hit single indiepop assoluto: psichedelia light, pochi irresistibili accordi ed una melodia da urlo. E qui mi fermo, perché la tentazione di citare tutti i pezzi è alta. Se dovete scegliere una sola cassetta, il consiglio è di iniziare da qui. [S]

SIMPÀTICO: Of Goodbye Kisses



Non so se l'australiano Jason Sweeney avesse in mente la parola italiana al momento del conio del suo moniker, certo si fa fatica a sospettarlo. Non perché sia antipatico, ma perché di gaio e ottimistico v'è poco all'opera nella sua musica. Grazie a Dio, aggiungerei. Jason appartiene alla stirpe dei Wratten, dei Beghtol, dei Quigley, ovvero a quella dei malinconici senza redenzione e senza requie. Alla stirpe dei condannati a scrivere musica per disacerbare il cuore e sopravvivere alla fuoriuscita del senso. Ma non assomiglia a nessuno di loro, essendo incline a soluzioni più ambient-pop. Le tracce qui presenti, anche quelle di minutaggio superiore, sembrano bozzetti, balbettii provenienti da un cuore in un inverno perenne. Eppure tutti perfettamente compiuti. Ascoltare di fila le diciotto canzoni di "of goodbye kisses" stabilisce un legame empatico con il nostro, con le sue batterie ed effettini elettronici riverberati, le sue chitarre umorali e distanti, la voce salmodiante spesso amelodicamente. Come per Wratten e Quigley, non è lecito che vi manchi alcun tassello dell'opera. Non cambierebbe molto ma vi perdereste la chicca: una versione darkizzata di "Relax" dei Frankie Goes To Hollywood. [A]

RIVER: Once Upon A Time



Fabrice Hervé, francese di Nantes, è cuore e anima di River.
Once Upon A Time è una creatura concepita tra il '96 e il '98 nella propria dimora assieme a pochi compagni cui confessarsi.
Once Upon A Time é d'un intimo strepitoso, modesto e ardente, ansioso e palpitante.
Lo stesso velluto pop-dream-psyche di Sarah Records.
Dopo anni di passione e lacrime versate su quei vinili, Hervé si fa tutt'uno con quella nebbiosa materia celeste, si asserve inseparabile al proprio ricordo, carpendo di quella rara delicatezza la più intima, inquieta, dolce essenza.
Disinvolto, il nostro confinato romantico pronuncia quella ineffabile vanità, quel rancore contuso che, a contatto con la puntina di giradischi, assume forma di tormento inalienabile.
Fabrice ritaglia quella grazia in una personale e peculiare aura nostalgica, malinconica, di voci e strumenti.
Stories of love, Suicide, Suddendly, Down, 25-10-95: sogni di gloriose tempeste sul mare, disperate dolcezze e trafiggenti spasimi, iridati rifugi di riflessione e sorgenti di ogni parossistica grazia.
Afflati di smarrimento esistenziale che modulano emozionalità intense, le misteriose eteree impronte di Cocteau Twins (si ammiri Inside your arms).
S'alternano, quasi a volersi cauterizzare, con spinte mondane, esortazioni al piacere dei sensi (per quanto effimeri si percepiscano) di Tu as beau e Ici ce soir, apparenti evasioni non a caso intitolate in madre lingua.
Assieme con Beach song e A night with Inès ripristinano vivide distanze Sarah (Cracknell, sempre aleggiante, sempre divina), con spiritelli Unrest che smaniano tutt'intorno.
Per poi nuovamente ripiombare nel sentimentalismo leso, ferito, giustiziato dalla sconfitta, inesorabile destino.
Mary's street su un lato come Eric's trip sull'altro; armonici virgulti, penetranti adombrate implorazioni ove smarrirsi, e smarrirsi, e smarrirsi.
Once Upon A Time é un tuffo al cuore. Uno degli orgogli dell'etichetta, un dono sublime da serbare gelosamente.
Da preservare (anche da se stessi) e concerdersi in deputate occasioni.[F]

NANOOK OF THE NORTH: The Täby Tapes



Eschimesi persi nel bosco, San Giorgio che minaccia il suo Drago, indescrivibili bestie. E' una bella favola bianca quella proposta dai Nanook of The North (il nome è preso da un documentario sugli Eschimesi degli anni 20), misterioso terzetto che colloco in Svezia senza esserne tanto sicuro: una fiaba indiepop in dodici capitoli dei quali si fatica a seguire il filo narrativo (la ricerca di un mondo migliore, amore pace eccetera) ma non quello musicale, all'insegna di una impressionante grandeur pop che coinvolge ambiziosi arrangiamenti, la giusta dose di pathos, una serie infinita di strumenti a fiato - dalla tromba all'oboe -, una leggerezza che attraversa musica pop, elettronica e classicismi sparsi senza mai farsi attrarre da scelte eccessivamente barocche o retrò. E poi quelle meravigliose armonie vocali uomo/donna che credevamo patrimonio esclusivo dei Delgados, inevitabile pietra di paragone per i Nanook (in "Karin Boyes Grave" par quasi di sentire la stessa band).
Lungi da me voler fare graduatorie, ma una coerenza armonica che non viene mai meno ("St George & The Dragon" è una piccola meraviglia di equilibrio), qualche imprevedibile uscita neo-elettronica ("Where will you go" con la bella voce d'altri tempi di Jennie Lobel, il folk percorso dalle tastiere di "Nasby Park"), e una serie infinita di suggestioni fatate dicono che i Nanook non hanno nulla da invidiare alla band di Glasgow a livello di scrittura, ispirazione, realizzazione. Un lavoro magnifico, puro e con punte di assoluto splendore: "Nanook's Ark" e "Phonecall" sfiorano la perfezione tra suggestioni agresti, fiati, archi e voci vellutate, e la cavalcata pirotecnica di "The Explorer" è talmente intensa da ridurvi in lacrime. Tutto così bello che la Parasol/Hidden Agenda è intenzionata a stampare "The Täby Tapes" in CD entro la fine del 2003, ma perché aspettare?
Un capolavoro indiepop per inguaribili romantici. [S]

AND ACADEMY: Her and hurt, hearts



C'è poco nella vita di un recensore che possa paragonarsi all'imbattersi in un oscuro capolavoro e costruirvi attorno un piccolo culto. E che dire dunque se questo capolavoro circola in poche centinaia di cassette, ha una copertina metafisicamente brutta, una sfilza mozzafiato di precipitati di creatività e il gruppo che lo licenzia proviene da Wichita, Kansas? Il recensore è sicuro che pochi, esclusi i parenti del gruppo e degli amici del boss dell'etichetta, verranno in possesso del suddetto tesoro se non passando attraverso la fiducia che gli si accorda. Ma veniamo al sodo, che tanto ve n'è: "her and hurt, hearts" lascia sbalorditi per il sontuoso blend di influenze che lo compone, per la maturità del concio, la fluidità persino delle più astruse soluzioni. Parti dal primo pezzo, che ti molla un pugno all'emisfero destro del cervello e invochi la botta di culo per calmarti. Scivoli al secondo e sei convinto che gli And Academy siano il gruppo più fortunato del mondo. Ma dalle parti del terzo pezzo ne sei già certo: questi tipi hanno un gran futuro. E un gran passato, a giudicare da certi movimenti passagiani (da Passage, il gruppo di Dick Witts), da orchestrazioni sbilenche e multilivellari che sanno di Wire periodo Chair Missing, e dalla personalità che sprizza dal loro riuscito tentativo di adattare la migliore new wave vintage a certo sinuoso math-pop (penso però alle cose più yè-yè alla Sea and Cake). Ma, risolviamoci ad affermarlo: qui c'è più della somma di (varie ed esemplari) influenze. C'è il tocco del genio, spruzzate di malinconia, e una notte al neon perpetua. Devo solo ricordarmi, prima possibile, di farne qualche copia di emergenza, ché il nastro del nastro sarà presto liso e il gas disperso fra le cellule. [A]

SAUVIE ISLAND MOON ROCKET FACTORY: Super 8 Soundtrack



Sotto questa sigla si celano David Klopfenstein, autore delle canzoni, e Linc (Lincoln) McGrath, strumentista. Da Portland, Oregon.
Incidono al Bastille, piccolo studio, avvalendosi di abituali collaboratori, Nathan recente terzo elemento, Bernd Minde al missaggio e J.Gray di 99 Cent Dream alla masterizzazione.
Tre le raccolte di Sauvie Island Moon Rocket Factory pubblicate da Best Kept Secret: Wy'east Can't Sleep, Super 8 Soundtrack e Mudpuddle Park. Tre diari di canzoni scritte durante il tempo e registrate su un quattro piste tra il 1998 e il 2000, ricche di una sensuale, stralunata e allegorica intensità che percorre tutti i nastri di questa band di Portland. Un tessuto pop fumoso, sghembo, ebbro, diviso tra folk, beat, surrealismo che si sposa ad estasiati e inquietanti timbri vocali, fra Guided By Voices e Supreme Dicks.
Oltre che la Elephant 6 di Robert Schneider, Will Hart e Jeff Magnum, l'approccio di Sauvie Island Moon Rocket Factory ricorda vividamente (in parallelo, nascendo nel contempo) Skygreen Leopards e The Birdtree della label Jewelled Antler, dediti anch'essi a incursioni galattiche con la propria cantina di casa a fungere da Cape Canaveral; timbri mistici psichedelici, scompensamenti low-fi accreditati come autentici e viscerali.
Sauvie Island Moon Rocket Factory modestamente chiamano "littlesongs" le proprie composizioni. In riferimento più che alla brevità al senso appartato e distante di questa musica.
Certo é che il minimalismo formale si accompagna a soggetti dream pop dall'emotività spesso infiammante, contagiosa.
L'enfasi di Picaboo e i cori armonici di Blue canyon portrait, gli ardori che alterano la materia della memorabile Tunnel traffic, scintillante esotismo bacharachiano, straniscono e confondono con grande fascino.
Come anche Old salt, pianura incrociata da echi e riverberi allucinati.
O l'abbagliante sinodo fra vocalismi passionali distesi e chitarra redentrice nella splendida elegia Terminal hotel, le venature acide e gli ampi spazi chitarristici in Doppler. [F]

A BOY NAMED THOR: Rocket Scientist Blues (old songs for new ears)



Lavoro a due facce per Jason Corace, che offre qui una serie di canzoni inedite e precedenti all'omonimo album del 1998. Chi già ne conosce i lavori non sarà stupito dalle tracce presenti sul lato A: sette pezzi brevi che nella loro varietà parlano la medesima e purissima lingua pop. Sottili tastierine si alternano a chitarre rumorose, voci leggere a cantati indolenti. Se fossi alla moda userei paroline come breezy, slacker, noisy ed electro, invece mi limito a segnalare "Small and strange ways", delizioso costrutto di pop da giostra con ogni tipo di tastierine giocattolo, ondeggiante e irresistibile, e "Fruit Pattern Dresses", forse il pezzo più compiuto, con un giro di tastiere talmente suggestivo che funzionerebbe a meraviglia a Natale. Il resto è country-pop pazzerello, qualche influenza Pavement e un veloce rough demo. Più spiazzante il lato B, che rivisita in una lunga suite le derive elettroniche del ragazzo chiamato Thor (ricordate "5th street"?): le due parti di "Sleepy Scientist" si disimpegnano dapprima in lente spirali melodiche (#1) disegnate da tastiere e drum machine e poi in pure costruzioni elettroniche d'atmosfera. Lunghe, distese, perfino un po' noiosette (#2). Anche così, resta una delle mie cassette preferite.[S]

GARFIELDS BIRTHDAY: Words and pictures



Se sei un musicista la cosa migliore che possa capitarti è di avere un "breathy vocals", lo abbiamo già appurato. Ma se non ne disponete niente paura, lasciate perdere i complessi di persecuzione, perché potrebbe capitarvi di avere il naso cronicamente turato e un principio di adenoidi. Scrivete buone canzoni e sappiatevi meritare l'amore incondizionato del recensore indiepop. Forse è un'idea solo mia, ma ci sono diversi gradi di devastazione che una canzone può subire ad opera della voce di chi la canta: dal grado zero (il più grave) nei cui paraggi il fastidio diventa fisico e l'interruzione obbligata, al grado massimo, in cui la commozione, la tenerezza e la stima per la tenacia del musicista diventano preponderanti. E' il caso dei Garfields Birthday quando canta uno fra i due Simon o James (non s'evince dalla fisiognomia), ma c'è da dire che qui la materia musicale si presta; le strutture di questo pop (non abbastanza power per via della registrazione) sono già perfettamente sbilenche, pur alla ricerca della melodia felice. Che c'è, quasi sempre. Deliziosi, ragazzi, imperdibili. Una cassetta da culto. [A]

THE LINGER EFFECT: Beautiful Machines



Beautiful Machines raccoglie versioni di brani inediti sul lato A, o tratti da CDr, Ep e cassette, alcune delle quali tristemente fuori stampa (si veda la copiosa Love Songs For Late Bloomers), più apparizioni in compilations (sul lato B). The Linger Effect da Newfoundland, Canada, è titolare di un'intricata discografia per la quale si rimanda al sito personale.
Beautiful Machines irradia un pop-wave che ripesca dalla tradizione underground delle etichette Teenbeat e Cherry Red Records.
Melodie gentili in foggia di ballata ariosa di puntuale romanticismo, soave melanconia bissata dai vocalismi suadentemente ombrosi e destituiti del performer.
Una leggiadra policromia dream-psichedelica, rintocchi esotici e una preziosa aura di raffinatezza che mai s'erge a solennità.
Complice il senso amatoriale infuso, che costruisce i brani, tra Eggs e Unrest di Mark Robinson. I fan di questi suoni non dovrebbero mancarne la conoscenza.
A volte guizzi di vitalità jangle-pop a base di chitarra e contorni di tastiera scuotono le acque ma senza mai assalire, conservando la delicata armonia compositiva a sovrintendere, e favorendo una suggestione sedativa per l'ascoltatore. [F]

THE SHARP THINGS: Here comes the Sharp Things



Uno legge "jazzy orchestral pop" e pensa a qualcosa di molto noioso, e invece l'esordio dei newyorchesi Sharp Things è un ottimo precipitato di soft pop classico come non se ne fanno più: guarda ad un passato indefinito dal quale recupera melodie ricchissime di pathos e testi di assoluta tristezza. Viene da pensare ai lavori di (The Real) Tuesday Weld, con il quale gli Sharp Things condividono l'amore per i classici (da Bacharach in poi), il gusto per la ricercatezza melodica e una accesa vocazione per il crooning più desolato, ma anche alla pienezza pop ed alla ricchezza di arrangiamenti dei Divine Comedy: "Lies about you and I" e "Demon of Love" sono i gioielli di un album morbido, che insiste liricamente sul versante tragico delle relazioni amorose ma sa accendersi di magnifico pop da camera con la partecipazione di una band di 11 elementi con chitarre, violini, piano, trombe e violoncelli e la presenza occasionale di Grassoppher dei Mercury Rev. Il deus ex machina di tutto ciò è tale Perry Serpa, geniale songwriter, pianista e cantante che tanti paragonano già a Scott Walker e che con "Here comes the Sharp Things" ha inciso uno degli album dell'anno nonché il perfetto compagno per le serate solitarie al bar. Un disco che diventa familiare dopo il secondo ascolto e insiste per non lasciarvi più.
Ne esiste anche una versione in CD pubblicata ad inizio 2003 da Dive Records.[S]


Non ne avete abbastanza? (E credeteci, davvero non dovreste...) allora di corsa alla seconda parte dello speciale.


Links:

Best Kept Secret web site: www.indiepages.com/bestkeptsecret
Intervista ad Alessandro Crestani: www.indiepop.it/articoli/bks_int.htm