Indiepop: i 100 dischi
La lista completa #81÷90

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#81:
The Pooh Sticks |
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#82: The Primitives |
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Hue Pooh, leader e frontman dei Pooh Sticks è anzitutto un vero feticista del rock, uno di quelli che a vederli snocciolare nomi di bands sperdute (ben prima di Internet e di ristampe CD zeppe di bonus) fa sentir più piccoli; uno in cui l'attitudine da collezionista e da musicista marciano inesorabilmente assieme, combinandosi continuamente. Dimenticassimo alcune tra le devote citazioni nelle canzoni -e nei titoli- di quest'album, ci pensa Hue con franchezza e divertita impudenza ad elencarle in due fitte pagine nel booklet dell'album, dedicate ai suoi ascoltatori. "The Great White Wonder " non è album imprescindibile come altri di questa lista, ma è a suo modo strategico. Suscitò una certa sensazione alla pubblicazione, e gli abbiamo riconosciuto il nostro piccolo, significativo tributo. Di buono Pooh Sticks hanno anzitutto l'identità, una prorompente lucidità espositiva entro e fuori le contaminazioni vocali e strumentali variamente beatle-stonesiane, citazioni a Jonathan Richman, Neil Young, ecc.. "Young people", "Pandora's box", "Good times", "I'm in you" non perdono nulla di quel primigenio e umile fascino che all'alba dei novanta diede loro i natali, e continuano a irradiare sensi di gioia, una gioia dello scrivere che coincide col piacere puro di ascoltare. Dedica a chi ascolta, a Hue Pooh stesso, per primo. |
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Che i Primitives fossero un gruppo "costruito", almeno in una certa misura, era cosa nota sin dall'inizio: vennero alla ribalta con troppo tempismo per essere veri, per di più dopo aver dato una grossa ripulita al loro suono ed essersi trasformati da cover band dei Jesus & Mary Chain a ideale gruppo da copertina pronto a cavalcare la nuova onda pop. E infatti copertine furono. Ma nonostante questo i Primitives hanno finito per incarnare l'estate del 1987 per tanti motivi. Per Tracey Tracey, la cantante bionda, bella e strafottente di cui tutti si innamoravano senza speranza, per le pose da divi sui giornali, per un album costruito su misura per le indie-charts dell'epoca, e per un filotto di singoli sfacciati e straordinari come "Through the Flowers", "Stop Killing Me" e "Crash" che strizzavano l'occhio agli anorak-kids ma che evidentemente avevano sostanza pop da vendere, se oggi sono finite finanche nel repertorio dei Boyracer. Qualche anno dopo si seppe che era in gran parte merito di un produttore (Paul Samson), che trasformò in oro la materia grezza dei ragazzi, ma poco importa, perché "Lovely" suona oggi fresco come allora, oltre ad avere il non indifferente merito di aver portato l'indiepop in classifica. Il successo dei Primitives generò una vasta schiera di epigoni, con i migliori (i gallesi Darling Buds) in grado di rivaleggiare a lungo con loro. |
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#83: The Radio Dept |
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#84: Razorcuts |
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Qualcuno dirà che è troppo presto. Ma noi, oltre ad invocare la ragion di stato che impone minime intrusioni d'attualità in liste come la nostra, diciamo che non capita spesso di ascoltare esordi di simile spessore. I Radio Dept sono la band che la scena indiepop ha aspettato per tanti anni: hanno la facilità melodica dei Coldplay, l'impeto dei primi Jesus & Mary Chain, la sottigliezza dei Club 8, l'integrità dei Fall. Hanno una fuzzbox e sanno come usarla.
Badate: in "Lesser Matters" non c'è tutto quello che questi cinque ragazzi sanno fare. Se li lasciate liberi di suonare vi proporranno pastiche eighties, pop elettronici e sigle dei cartoni animati (si veda l'EP "Annie Laurie", complemento ideale a questo disco), ma quando c'è da realizzare un album si mettono a fare sul serio: indossano giubbotti di pelle e occhiali da sole e mettono in fila 13 canzoni che filtrano la lezione dei J&MC attraverso la sensibilità armonica di un decennio di indiepop svedese. Con una consistenza e identità diverse da quelle scozzesi che rende Lesser Matters al tempo stesso familiare e alieno. Quello che più colpisce però è la facilità con cui questi ragazzi scrivono capolavori in tre accordi, dal clamoroso riff di "Where damage isn't already done" a una "Why won't you talk about it" pregna di Velvet Underground. A loro il merito di aver dimostrato che questa musica non è affatto datata, nemmeno nel nuovo secolo. |
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"I Razorcuts non si rendevano conto di quanto fosse perfetta la loro imperfezione". La frase di Everett True fotografa con sintetica precisione non solo il terzetto di Luton ma tutto il C86 e i suoi inconsapevoli capolavori. Certo la band di Tim Vass e Gregory Webster era maestra della materia, sin dal singolo d'esordio "Big Ping Cake" (1986), allampanato fiore in mezzo alla sporcizia: caratteristiche dei loro pezzi erano il situarsi ai confini della stonatura, la voce nasale e sgradevole di Webster, una certa imperizia con la dodici corde e con le tastiere e la tenerezza che emanava da ogni singola nota, persino quando il gruppo approdò a Creation, mettendo a punto i propri incastri armonici senza perdere quell'aura di dopolavorismo che dava l'impressione che tutto potesse crollare da un momento all'altro. "R is for Razorcuts", tarda pubblicazione della mai troppo lodata Matinée Recordings, offre la bellezza di 21 pezzi targati "R", ripercorre tutta la carriera della band e rende finalmente merito al suo ruolo fondamentale nella scena della seconda metà degli anni 80: "Storyteller" sono i Feelies in versione twee, "A Contract with God" trasporta nel tempo i Byrds e li decora con semplici ghirigori di tastiere e in "The Horror of Party Beach" i tre imitano addirittura i Jesus & Mary Chain (ma chi non lo faceva, nel 1985?). Perché i Razorcuts sono stati geniali interpreti delle migliori istanze tweepop anni 80; Talulah Gosh, Primal Scream, Sea Urchins: mettete sul lettore "R is for Razorcuts" e vi sembrerà di ascoltarli tutti quanti, in fila indiana.
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#85: Ride |
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#86: Saint Etienne |
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Nel 1989 i Ride vengono scritturati dalla Creation di Alan McGee, e assieme a Slowdive, My Bloody Valentine e decine di altri, si fanno portatori della parola del feedback unita alla melodia, conducendo il mondo intero a roteare nell'aria sui suoni definiti allora - e per la prima volta - shoegaze. Il quartetto di Oxford aveva con se' attitudine pop, crescente solarità e trascinante potenziale melodico, una psichedelia romantica e cosparsa di riverberi ed effettistiche raffinate, curate dalla mano esperta di Alan Moulder al mixing grazie al cui lavoro "Nowhere" rimane tutt'oggi inossidabile.
"Dreams Burn Down", romantica ballata lenta e rumorosa come solo gli arpeggi di Mark Gardner e Andy Bell potevano, "Seagull" ipnotica e vorticante; undici preziose poesie immerse in suoni al limite dell'onirico. Il drumming di Loz Colbert perfetto esempio delle forze che popolano l'album. "Decay" al limite della nevrosi. Equilibrio perfetto di velocità e immagini al rallentatore disegnate da chitarre multicolori, vigore ("Kaleidoscope") e poesia dolce e distorta ("Polar Bear"). Per terminare con "Nowhere", fra l'acqua che bagna i piedi e il basso di Steve Queralt in un pulsare continuo sulla stessa nota per ripetere fino allo stremo che l'isola dove sono sbarcati lui e lei... è lo sbando e niente più. |
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Questo disco è un atto d'amore a Londra, armonioso e colmo di romanticismo, un'ode alla notte che brulica di vita e anche di solitudine. Un ibrido di influenze dance e house la cui pellicola stagionata, oggi, commuove. Mai debole né corrompibile perchè... sembra di essere tutti ancora, sempre.... lì. Atmosfere dense e sentimentali in cui scorre pattinando la splendida calorosa voce della musa Sarah bambina, al cui cospetto ci riveriamo, ancora una volta, e sempre. L'attesa-disattesa nelle miniature di "Mario's cafè", il richiamo disperato, l'adorazione di "Calico", l'anelito celestiale di "Avenue", la perfezione pop nel messaggio solidale di "You're in a bad way" (la "You've got a friend" dei nineties, nientemeno) e una dolcissima ballata pianistica come "Hobart paving". So Tough è uno degli album più perfetti della sua epoca, non solo in ambito pop. Un'esperienza imprescindibile. L'inno "Join our club", è una licenza dance-pop fortificata nella cura Saint Etienne. Lì innanzi la grazia trascendente di Sarah Cracknell alterò qualunque cosa: "Only love can break your heart" (cover dub-house da Neil Young), "Archway people", "Who do you think you are", "Like a motorway", "He's on the phone".
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#87: The Sea Urchins |
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#88: Shack |
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Sarebbero bastati soltanto i sette pezzi precedentemente editi su tre 7" per le presse della Sarah Records (e qui ricompresi) a consegnare i Sea Urchins ad un culto sotterraneo ma saldissimo. Qui si fa di più, aggiungendo a quei capolavori altri quattro pezzi straordinari. Il risultato è uno dei dischi più intensi e sottovalutati della storia del pop indipendente; canzoni traballanti, ora veloci ora lamentose ma marchiate a fuoco da una malinconia adolescente ed irrinunciabile (why weren't you special?), melodie toccanti trascinate allo svolgimento da timidi jingle jangle chitarristici e semplici fraseggi d'organo. Introdotto dalle note del fan Dan Treacy ed icastico nella sua aura di grigio floreale Stardust potrebbe tranquillamente rappresentare il nadir della prosopopea doorsiana in un mondo rovesciato; basterebbe cambiare di segno ogni rappresentazione, scurire le rutilanze cromatiche e sostituire all'ampio scenario dell'universo le inessenziali vicissitudini di una cameretta da letto. Immaginate il tutto introdotto dall'arpeggio di "Everglades", sospeso a metà fra l'epica e il diario intimo, oppure, per averne certezza, lasciate che sia la vostra mente a creare la realtà, iniziando dalla pioggia che si materializza infallibilmente già dalle prime note di "Please rain fall". E così via. Niente qui sfugge alla più assoluta (anti-)eccellenza. |
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Shack è il gruppo che Michael Head mise in piedi nel 1988, dopo lo scioglimento di Pale Fountains. Con questo secondo album (registrato nel 1991) la formazione di Liverpool restaurò quell'ineffabile sofisticatezza linguistica, l'elegiaca koinè britannica che andava smarrendosi allora. Lo squisito gusto melodico cromatico che distinse Michael Head sin dagli esordi giovanili approda qui alla più sublime sintesi. Sulle romanzesche vicissitudini di "Waterpistol" abbiamo altrove informato. L'importante è che qualcuno (la patrizia Marina Records) lo abbia recuperato per la gioia degli audiofili. Brani come "Neighbours" ("all he want is be a dealer/ all he's got left on the pride") e "Stranger" esprimono tutto l'amore possibile per il pop sixties (soprattutto nelle tessiture vocali Byrdsiane), sommate ad eleganza espansa, sensi ed atmosfere suadenti e la magnifica interpretazione di Head. Una formidabile pagina di pop britannico scomparsa-poi-ricomparsa, che riformula un attendibile alternativo abbecedario brit-pop. Un Essere particolare: si ascolti ancora, "Time machine", la seduzione di corde "London town", e lo strepitoso, romantico delirio "Undecided". La riabilitazione di "Waterpistol" avvenne nel 1995, per opportunismo, come simbolica redenzione della nazione pop tout-court. E'destino di Head esser sempre pretesto, equivoco. Lui, che è completamente altro affare, isola nell'isola. |
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#89: Slowdive |
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#90: The Softies |
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Manifesto del dreampop/shoegaze e tra i suoi capolavori dal punto di vista strettamente musicale. Spleen ancora memore di Cocteau Twins, ma dalle tonalità più sfaccettate. Ghiaccio sciolto al sole da un barlume di speranza. Apre le danze "Alison", una delle canzoni Pop più belle e struggenti mai scritte (Alison, I say we're sinking.but you lie and tell me it's just fine); le voci di Neil Halstead e dell'angelica Rachel Goswell un matrimonio perfetto del rock moderno. Gli Slowdive, con la loro timidezza sognante (assai attraente per i tanti orfani degli Smiths), dispensarono unicamente bellezza; scampoli di tenerezza annegata/esaltata in oceani di riverbero, chitarre scintillanti e mille bagliori, quelli che si possono vedere solo negli occhi della persona amata. A questa si sacrificavano quasi, per buttare fuori tutta la tristezza e la voglia d'amore di cui disponevano. Meno sperimentali dei fratelli maggiori My Bloody Valentine, che tanto li avevano ispirati, ma anche assai più dotati dal punto di vista compositivo. Incredibile l'intensità e la lungimiranza con cui si è bruciato il tutto: un'età dell'oro in cui davvero la Creation vantava la migliore musica al mondo (prima del disgraziato arrivo degli Oasis). "40 days","Here she comes". 10 acquerelli agrodolci, sempre sospesi, rarefatti, magici. Eno è rapito da loro e produce parte del disco. Chiude in bellezza Dagger, splendida folk song, presagio dei Mojave 3. Seguirà "Pygmalion" (il più sperimentale della vicenda), poi basta. Scandalosamente sottovalutati.
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L'incontro tra Rose Melberg, fresca reduce dalle Tiger Trap, e la fanzinara Jen Sbragia (poi nelle All-Girl Summer Fun Band) è uno dei più fortunati che la storia del pop USA ricordi. "It's Love" è una raccolta di canzoni delicate ed amarognole, per sole chitarre e voci, cantate con una confidenza che sa essere confortante e luminosa al tempo stesso. Ma dietro la facilità di pezzi armonicamente perfetti come "Hello Rain" (la canzone dell'ultima volta, triste e dolcissima), il primo album delle Softies nasconde un percorso musicale consapevole e tutt'altro che banale che attraversa folk, pop, anni 60 e anni 80 e declina verso una malinconia leggera in grado di produrre piccole e silenziose canzoncine indiepop ricche tanto in melodia quanto in sentimenti. Canzoni nude e perfette per accompagnare stati d'animo, mai sopraffatte dall'afflizione ma anzi confortevoli e calde. Dagli accordi Smithsiani di "I Love You More" alla filastrocca country di "I Could" sino ad una cover di "I Can't Get No Satisfaction, Thank God" dei Talulah Gosh meno frenetica ma ugualmente adorabile, Jen e Rose mettono in musica un diario personale e lo armonizzano con una ritrosia che non riesce a nascondere il loro enorme talento. Un disco che vi fa venir voglia di scrivere lettere al/alla vostro/a innamorato/a. E non c'è da stupirsene: dopotutto è amore. |
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