Indiepop: i 100 dischi
La lista completa #71÷80

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#71:
McCarthy |
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#72: Microdisney |
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Raramente pop and politics si sono incontrate
con più efficacia che nel primo album dei McCarthy,
destinati loro malgrado a venir ricordati come
"il gruppo di Tim Gane prima degli Stereolab".
Ma al tempo Malcolm Eden, leader e voce della
band, queste cose non poteva saperle e sfogava
il suo ribellismo in affilatissime canzoni su
capitalismo, traffico di narcotici e l'ipocrisia
dei politicanti. In un simile contesto la forma
finiva per risultare meno importante del contenuto,
ma anche allo stadio bozzettistico in cui veniva
registrato il jangle-pop in accelerazione dei
McCarthy era abbastanza per catturare gli animi
già sensibilizzati su entrambi i fronti da Smiths
(pop) e Billy Bragg (politics). Nell'affollata
densità di questo esordio brillano soprattutto
"An MP Speaks", raro momento votato alla penombra,
e lo scintillante guitarpop di "The Well of Loneliness",
fotografia dell'indiepop inglese di metà decennio
che non si era abbandonato al fuzz. Acerbo e spigliato,
tangente al punk ma assolutamente pop, "I Am a
Wallet" è un delizioso souvenir degli anni 80
e della corrente politicizzata che attraversava
il mondo indipendente di allora, nonché evidente
fonte di ispirazione per i Manic Street Preachers.
Seguirono due album di brillantezza decrescente
prima che prendesse forma un'altra storia, ben
più gloriosa dei teneri - loro malgrado - McCarthy. |
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"I Microdisney vivevano della strana distonia fra musiche compitissime, seppur scarne di Sean O'Hagan, e le parole di grande impatto (e cattiveria) di Cathal Coughlan". Questa impeccabile, sintetica descrizione è di Alessandro. Opportunamente sottratta alla cattività di Google, è connotativa: il duo irlandese Microdisney fu tra i primi tra 1982 e '84 a ordire uno scontro devastante tra gioco pop e cruda realtà sociale. Il senso di straniante iperrealismo di liriche scomode, disturbanti, incendiarie, s'accompagna come nulla fosse a funzionali partiture melodiche - va detto, ancora parecchio acerbe - del giovane Sean O'Hagan che ritroveremo poi in High Llamas, demiurgo dello studio di registrazione, impareggiabile emulo di Brian Wilson e Van Dyke Parks. I'll wreck my social life/They'll disinfect my chair and/Claim some uncivil rights. (...) There's nothing wrong with me/I am just wonderful/I've got pop songs to keep me calm/And faithful friends like you.. ("Rack"). Gli strali lirici di Coughlan (dall'89 anima di Fatima Mansions) a braccetto con tastiere syntpop, assimilabili per forma agli esordienti coevi The The o agli Smiths di lì a poco. "Everybody Is Fantastic" può inserirsi tra gli esempi di immarcescibile indiepop '80, pertanto passibili di riscoperta. |
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#73: Momus |
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#74: The Montgolfier Brothers |
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E' dalla metà degli anni 80 che Nicholas Currie/Momus continua a sfornare album fra i più ricchi di aristocratico senso del wit tutto inglese, con una qualità ed un'originalità di scrittura che lo collocano fra i grandi autori indiepop di sempre. Armato della leggerezza di un cantastorie postmoderno, ha inventato inusitati mondi pop (shibuya-key, analogue baroque, folk-tronic, glitch-vaudeville.) spesso anticipando trend che dal sottobosco sarebbero emersi fino a sfiorare la superficie del mainstream. Punto di svolta nella sua variopinta discografia è "Tender Pervert", che nel 1988 annuncia al mondo il matrimonio fra Serge Gainsbourg e i Pet Shop Boys, damigelle d'onore Leonard Cohen e i New Order. Una parata barocca di personaggi teneri e perversi descritti con sfumature letterarie e pennellate d'ironia sferzante, su un tappeto sonoro che va delineando i tratti salienti del song writing su base elettronica dominante nel decennio successivo. Ma l'attitudine di Momus è e rimarrà unica: lui sì è uno di quegli autori talmente personali (pur giocando spesso con citazioni e falsificazioni) che è impossible pensare di imitarlo. |
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Sul lato più triste dell'indiepop si accomodano Mark Tranmer
e Roger Quigley, in coppia i Fratelli Mongolfiera.
"Seventeen Stars" è un soffocante affresco
autunnale, una tremula fiammella che non dischiude
mai abbastanza luce per evocare il giorno; canzoni
da crepuscolo, che pure non abbracciano mai quella
disperazione che bramano. Nella penombra si fa
strada "Even if my mind can't tell you", canzone
dell'amore inesprimibile, dolorosa e lancinante
per motivi che solo gli innamorati possono comprendere:
è questa la dimensione più cara
ai due, quella di un intimo tormentato,
oltre ogni speranza eppure da condividere come
fosse un diario postumo. "Pro-Celebrity Standing
Around", "Between Two Points", "Une Chanson du
Crèpuscule" affrescano una raccolta di
liriche inconfessate ed intense, sofferte oltre
ogni dire dalla spendida voce di Quigley su tappeti
di chitarre e tastiere, e tenute insieme dai brevi
pezzi strumentali di Tranmer (anche autore in
proprio con lo pseudonimo Gnac), raccordi
e dissipatori di batticuori. Se esiste un disco
capace di commuovervi sino alle lacrime, è
probabile che sia questo. Talmente legato alle
emozioni da essere straordinario ed irripetibile.
L'originale è pressoché introvabile, ma la ristampa Poptones - di due anni successiva - può venirvi in aiuto.
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#75: My Bloody Valentine |
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#76: Of Montreal |
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Prima di cambiare il corso del pop britannico con "Isn't anything" e "Loveless" i My Bloody Valentine (inventori casuali del "movimento" shoegaze, data la congenita timidezza che li spingeva, sul palco, ad ignorare il pubblico, rimanendo concentrati sugli strumenti e - di conseguenza - sulle proprie scarpe) furono una buona - con punte eccezionali - band di pop melodico e già creativo, con una decisa propensione per il feedback chitarristico e per impasti vocali à la Cocteau Twins. "Ecstasy and Wine", essenziale raccolta di singoli pubblicata per l'etichetta dei Primitives, documenta la prima trasformazione del gruppo, che abbandonò il crooning caveiano degli esordi per abbracciare il feedback-pop dei Jesus & Mary Chain, favorito dall'arrivo in formazione dell'esile voce di Bilinda Butcher. Dieci pezzi acerbi che esplorano la stessa intima fragilità dei Pastels ("Can I Touch You"), scimmiottano e al tempo stesso ispirano il sound 4AD (sull'inestricabile intertwining tra voci e chitarre di "Strawberry Wine" le Lush costruiranno il loro primo album) e colgono un piccolo capolavoro in "(You're) Safe in Your Sleep (from This Girl)", la cosa più allegra che Shields e soci abbiano mai scritto, con la voce ad inseguire una melodia da capogiro. E' pop sussurrato, non dissimile da ciò che qualche tempo dopo verrà sommerso da ogni diavoleria sonica passasse per la testa di quel genio instabile di Kevin Shields, che qui semina tracce ed indizi mentre soddisfa - per l'ultima volta - le voglie indiepop. |
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Il terzo album degli Of Montreal, band dell'estroso talento Kevin Barnes, è il più concreto avvicinamento da parte di una contemporanea indie pop band allo spirito dell'epico Sergente Pepe beatlesiano. Sedici tracce legate a concept da temi fiabeschi, dal senso infantile e sarcastico. Sketch allegorici della fragilità della condizione umana raccontati con timbri intensi e solidali; una pasta che è folk e beat, musical e acida. "The Gay Parade" è un carnevale ambientato a Lilliput, agrodolce, giocoso corteo nella forma melodica, istoriata di soavi arrangiamenti e di cori in falsetto che allestiscono variopinte e apocrife scenografie "popedeliche" , sfigurate e al limite della farsa. Un vivaio di creatività acuta e brillante tra voci e strumenti (progressioni imprevedibili, variazioni timbriche fra Gabriel e 10cc), un fascino ambiguo e spiazzante grazie anche al metodo amatoriale del gruppo. La malinconia si cauterizza con l'insopprimibile senso carnevalesco che presiede, servito da una attrezzatura bislacca d'antiquariato.
Campane, corni, manipolazioni di nastri, strumenti giocattolo e quant'altro. E Lewis Carroll, Kafka, i fratelli Grimm in un.. sottomarino giallo.
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#77: Pale Saints |
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#78: Papas Fritas |
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Il debutto dei Pale Saints è uno scrigno di solchi profondi, di terse melodie che cavalcavano onde di rumore; non s'inquadra bene se procedenti o dirette verso un sogno, ma son suoni ch'avvolgono con ridondanza di riverberi e seducono, tenuti da un languido filo di voce adolescente. Delicato e nerboruto insieme, s'erge come pietra miliare del dream pop d'inizio decennio, e certo, se non tutte le tracce reggono la magnificenza degli episodi più riusciti (la sequenza mozzafiato posta ad incipit: "Way the World Is" - con un drumming davvero squassante - e "You Tear the World in Two"; oppure la carezzevole bonaccia di "Little Hammer"; o la buona cover di "Fell from the sun" degli Opal; o ancora l'autosussistente levigatezza del singolo "My sight of you") e talvolta si lasciano andare a qualche sbrodolata di troppo, nondimeno l'insieme omogeneo delle sue chitarre stratificate ed agonie angeliche ne fa documento indispensabile, per, più che "comprendere" quei primi importanti anni dei novanta, per "sentirli" nel loro rifluire verso l'indistinto infinito dell'abbandono onirico. Erano dei My Bloody Valentine conservatori, i Pale Saints, più terragni e paurosi, più contriti e meno interessati a estendere la percezione. Il recinto dei sogni consueti era sufficiente e noi ne abbiamo ancora le chiavi. |
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Originari del Delaware ma formatisi alla Tufts University, Massachusetts, nel 1992, i Papas Fritas (le patatine fritte) di Tony Goddess, Shivika Asthana e Keith Gendel si impongono la missione di creare musica capace di generare sensazioni di euforia negli umani. Il loro è un pop immediato e confidenziale, registrato con un un otto piste ma melodicamente intenso e molto curato; finiscono tra i nomi più memorabili del pop indipendente anni novanta in virtù di questo esordio non meno che perfetto, forte di una sincerità semplice e affascinante. Istintivi, ma maestri, la loro opera è una stuzzicante esposizione indie del grande "Rumours" dei Fleetwood Mac, più il retaggio surreale e ironico dei primi Talking Heads e B-52's. Difficile resistere alla vague festosa, emancipante, di "Guys don't lie", "Holiday", "My revolution": vivacità e calore (autoironia, clapping, bongos, coretti misti di ogni sorta) accompagnano tutto il corso dell'album che scorre con impareggiabile fluidità melodica e rivaluta la semplice virtù del divertimento in ambito pop, svuotando i testi di soverchi significati e di qualsiasi tentazione allo sperimentalismo. Immarcescibili, da quell'esordio i Papas Fritas hanno continuato a incidere dischi di buon valore secondo la loro ricetta per la musica pop: veloce, ironica, catchy.
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#79: Louis Philippe |
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#80: Po! |
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Nato in una fattoria della Normandia e fattosi professore di filosofia, Philippe Auclair molla tutto e si dirige a Bruxelles con una chitarra e una demo tape. Forma prima i Border Boys e poi gli Arcadians con i quali incide rispettivamente un Ep ed un Lp. Conosciuto Mike Alway si ribattezza Louis Philippe e inizia una brillante carriera di compositore/ arrangiatore/ produttore. Il primo frutto maturato per la El records è un soave distillato di canzone pop d'autore, arrangiato con grazia ed inarrivabile per equilibrio. Fragili scheletri di melodia in forma di ballata retti ora da echi di pianoforte ora da una chitarra classica arpeggiata formano la struttura di quest'opera. Ha talvolta il piglio del chansonnier talvolta quello del beatlesiano innamorato di Harry Nilson, ma la perfezione dei suoni e delle composizioni, la lievità densa ed elegante, gli arrangiamenti forbiti, la meticolosa compassatezza dell'autore che trova nella canzone la sua forma ideale d'espressione, la quintessenziale flânerie, il dandismo colto e raffinato, la melodia sospesa e mai affondata, il tocco maligno del genio a polverizzarsi fra le 14 tracce - tanto basterebbe per fare e per sempre di questo disco il motivo migliore per sostenere l'assoluta unicità di Louis Philippe. |
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L'indiepop inglese non ha avuto vita facile negli anni 90: scomparso dalle pagine dei giornali, rimpiazzato senza colpo ferire dalla restaurazione brit-pop e oppresso ai fianchi dalle contaminazioni dance, è stato costretto a rifugiarsi alla periferia dell'impero. Da lì - e precisamente da Leicester - venivano i Po!, atipico gruppo di pop "biologico" che sotto la guida di Ruth Miller ha prodotto un anomalo numero di cassette ed Lp in quasi dieci anni di attività. Erano felici i Po!, sulle copertine dei loro dischi (che spesso li ritraevano indaffarati nella coltivazione della terra o nella cura degli animali) e nella qualità serena dei loro pezzi; la distanza dal caos cittadino ne purificava il sound da ogni mondanità, avvicinandolo a sonorità folk solcate nel profondo dai testi di Ruth, ben attenta ad evitare le banalità o i cliché della musica popular. Autosufficienti anche nella pubblicazione dei dischi grazie alla loro etichetta Rutland, i Po! sono stati una sorta di isola felice nella modaiola Inghilterra, che si accorse di loro quasi per caso e per breve tempo. Difficile scegliere un solo album in una discografia di qualità uniforme; noi optiamo per "Ducks and Drakes" in virtù della presenza di un piccolo e felice hit come "Sunday Never Comes Around", inedita manifestazione di entusiasmo nella calma campagnola della band e di quel capolavoro di folk acustico che è "Fay", massima espressione della qualità di scrittura - musicale e letteraria - di Ruth Miller, folletto dell'indiepop anni 90. |
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