I 100 migliori dischi indiepop Pagina 6 di 10

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Indiepop: i 100 dischi
La lista completa #51÷60

 

#51: Heavenly
 
#52: The Hidden Cameras
 
 


The Decline and Fall Of Heavenly
(Sarah, 1994)

 
 

Incarnazione "adulta" dei Talulah Gosh, gli Heavenly sono senza dubbio la più popolare e copiata twee-band degli anni 90, quando il loro perfetto uso delle armonie e la carismatica voce di Amelia Fletcher li resero incontestate superstars della Sarah Record insieme ai Field Mice. A causa di un output di livello uniforme, è difficile individuare l'episodio migliore della saga: l'ideale sarebbe una raccolta, così da non lasciar fuori cosine di assoluto splendore come "Ben Sherman", "P.U.N.K. Girl", "The birds aren't singing anymore". Ma se i migliori Heavenly sono sparpagliati tra singoli e LP di qualità ineguale, il cuore opta per questo sottovalutato e brevissimo terzo album, che segue da vicino il già maturo "Le Jardin Du Heavenly": perché è qui che le tastiere di Cathy Rogers diventano tutt'uno con il resto del gruppo (cfr. "Modestic", "Skipjack"), perché è il loro disco più cristallino e il più vicino a sintetizzare in 25 minuti tutto il loro ideale armonico e perché sotto la consueta superficie sbarazzina di upbeat pop, Amelia canta due canzoni problematiche e assolutamente adorabili come "Me and my madness" e "Sperm meets egg, so what?" lasciandosi definitivamente alle spalle l'immagine di ragazzina tutta sorrisi: Don't say it's groovy...

 
 
 


The Smell Of Our Own
(Rough Trade, 2003)

 
 

Preceduto dall'ep battistrada Ecce Homo (2001), l'esordio dell'ensemble canadese Hidden Cameras di Joel Gibb si segnala tra le uscite più emotivamente sconvolgenti del recente panorama pop. Nuovi ascolti a distanza di tempo non fanno che ribadire lo spessore di queste dolci amare sinfonie agresti, eredi dell'umanesimo di Magnetic Fields ma anche dei migliori e più lascivi Culture Club. La velenosa e inquieta bellezza nel messaggio allusivo delle "Golden streams" e "Ban marriage" d'apertura, aggredisce e travolge: peccare è bello perchè è naturale, non c'è colpa. Si rigenera una nuova innocenza da gridare al mondo. Le struggenti perle in punta di celeste armonia "A miracle" e "Boys of melody", le superbe "Breathe on it" e "Shame" d'altro canto scavano nel profondo tenero di ciascuno di noi, e commuovono. In questo esteso piano sequenza a base di allucinate e appariscenti visioni musicate, Gibb e soci infondono un esplicito e sublime sentimento liberatorio. Trame vistose, ribelli ed elegiache, fiabesche e naturaliste assieme, tra impasti di cori angelici e strumenti aurei gorgoglianti, trasmettono inquietudini e speranze spirituali. "The Smell of Our Own" offre pertanto un singolare tipo di verismo tra pittura e musica, custodito in artefatti colori "melò" da epoca d'oro del cinema hollywoodiano.

#53: The High Llamas
 
#55: Holiday
 
 


Gideon Gaye
(Target Records, 1986)

 
 

Cominciamo dalla fine, nominando quest'album il Pet Sounds degli anni novanta.
Conclusa l'avventura Microdisney, Sean o'Hagan si mette in proprio e si dedica alla passione per gli studi d'incisione gli arrangiamenti vellutati. Canta, suona chitarra, piano, tastiere, organi Moog e Vox assieme a collaboratori quali Marcus Holdaway e John Fell. Beach Boys dicevamo, ma anche Steely Dan ("The Dutchman" e "Checking in cheking out" rivelano uno studio affatto scrupoloso per arte e immaginario di Fagen e Becker) nonchè Van Dyke Parks, cui rimanda il gusto indicibile per drappeggi e raffinatezze armoniche, sin dai caratteri di copertina che omaggiano l'album "Song Cycle". Gideon Gaye è una landa di fantasie stranite e di memorie rapprese, di sogni torpidi ("The goat looks on") e forme acide ("Taog skool no", "Up in the hills" e l'estasi esotica di "Track goes by"). Seguirono altre opere tra cui la sublime vastità di "Hawaii"(1996) e l'aerea e spontanea "Cold and Bouncy" (1997).

 
 
 


Cafè Reggio
(SpinArt, 1988)

 
 

Holiday è il progetto di un quartetto dall'università di Yale, che abbraccia gli strumenti e prende in prestito il nome da un album di Magnetic Fields. Il repertorio é fatto di pop spensierato che vanta una resa memorabile, che possiede il calibro e la statura del classico istantaneo assieme a sensi sbarazzini e innocenti, le deliziose futilità che definiscono il genere twee. Sin dai primi singoli pubblicati tra 1993 e 94, Holiday propongono una forma pop amatoriale semplice e atmosferica, fatta di strumenti strimpellati e cantilene estatiche ma sempre meticolosamente compiute, da potersi accostare alle composizioni del McCartney solista prima maniera oltre che al migliore Evan Dando. "Cafe Reggio" pubblicato nel '97, si fa sintesi ultima, tra i dischi twee-pop istintivi e atmosferici più memorabili degli ultimi anni. Costituito in parte da recenti capolavori minimali come "Well enough alone", "Just follow", "Sherman", e in parte di inediti risalenti al primo periodo, quel '93 in cui i quattro appena formatisi erano in cerca di identità e contratto discografico e si ispiravano a certo powerpop modello Lemonheads. Tra questi brani spicca la sincopata "Happy if you knew it" e "New Year's Day".
Cafe Reggio fu edito da SpinArt e poi ristampato da Siesta che ha aggiunto diversi brani estratti dagli Lp precedenti realizzando una summa impeccabile di quest'arte seducente e discreta, lieve e spaesata.

#55: Hummingbirds
 
#56: Inspiral Carpets
 
 


LoveBuzz
(RooArt, 1989)

 
 

Gli Hummingbirds furono la più gloriosa teoria di "nouvelle vague pop" di terra australiana, nati nel 1986 dalle ceneri di Bug Eyed Monsters per volere del chitarrista e compositore Simon Holmes. Nel 1987 arrivò il primo singolo del gruppo, carico di gloriosi presagi: "Alimony", struggente voluttà e inquieta malia ardue da dire a parole. Seguirono le tenere querelle di "Get On Down/ Everything You Said", missate ex-novo e assiemate sull'esordio "LoveBuzz" nell'89. I romantici intrecci vocali tra Simon, Robyn St. Clare e Alannah Russack vanno a ricamare tenere utopie e sofferti agoni di coppia. Come torride decomposizioni sentimentali alla "Rumours" dei Fletwood Mac: muovendosi, agitano assordanti e multiformi scenografie sinfoniche strumentali, che erompono come fantasie, quasi emanazioni di quelle infinite paste di voce, fantasie amorose. "Talk to me-Don't talk to me/Leave me alone!": così assale il refrain di "Blush", apertura d'album, denso vapore di colori armonici, languido e risoluto, esca infallibile come altra non c'è. Questo Lp s'immerge così in turchine bufere di squisito jangle/power pop, tra i più sublimi concepibili e mai realizzati; acute e finissime melodie di chitarre, squillanti e assordanti, ora selvagge ora domestiche, sezioni ritmiche di Marte, struggenti vocalizzi. "She Knows...", "Hollow Inside", "Word Gets Around" sono irrefrenabili girandole di intensità sconcertante, che fatalmente avviluppano l'ascoltatore in un fragoroso vortice che accorpa un flusso di suono.

 
 
 


Life
(Mute, 1990)

 
 

Fra tutti i gruppi della scena mancuniana di fine '80/inizio '90 il gruppo formato dal chitarrista Graham Lambert e dall'organista Clint Boon era quello rimasto più legato alle sonorità sixties più garage, quelle, per intenderci, immortalate da Nuggets. L'organo Hammond di Boon è difatti il suono caratterizzante questi tredici pezzi di schietto e frenetico pop, danzereccio alla maniera del beat e creativo di un songwriting sopra la media, che rimedia all'irruenza dei ritmi con un'articolazione continua, un movimento irrequieto come di Doors sopravvissuti alla nevrosi punk. Ognuno di questi pezzi si fa ricordare per una piccola trovata formale, sia essa nell'arrangiamento o nella scrittura, e scorre felicemente rock da capo a piedi, con una meritoria attenzione, nei testi di Tom Hingley, agli accidenti della classe operaia. E' lavoro che scorre veloce, alle orecchie e all'attenzione, eppure, ogni volta che ci si torna, rivela un entusiasmo ed una freschezza mai più eguagliati dal gruppo. Contiene il piccolo classico "This Is How It Feels".

#57: James
 
#58: The Jazz Butcher Conspiracy
 
 


Stutter
(Blanco y Negro, 1986)

 
 

Non fosse uscito nel 1986, qualche mese dopo un tour inglese di spalla a Morrissey e soci che fomentò inevitabili paragoni (i James furono i primi a fregiarsi del titolo di "nuovi Smiths"), chissà se avremmo avuto il coraggio di incasellare "Stutter" tra i dischi pop. In realtà i James erano parodia shizofrenica degli Smiths: il loro pop/folk spaziava dal delicato all'ispido, con il cantante Tim Booth capace di trasformarsi da angioletto ad assatanato urlatore nel giro di due minuti, e le loro nevrotiche canzoni avevano spessore e durabilità ben superiori alla media del tempo. Quello che stupisce ancor oggi di "Stutter" è la confidenza di un gruppo che all'esordio consegnò un disco tanto diretto da sfiorare la presunzione: i James chiamarono in studio Lenny Kaye a produrlo ma gli lasciarono fare ben poco, e Stutter sembra quasi registrato in presa diretta, con tutta l'urgenza ma anche le imperfezioni di cui la band era capace sul palco. All'uscita NME lo definì "il jingle-jangle più duro da anni a questa parte", e sottoscriviamo. In futuro sarebbero venuti tempi più tranquilli ("Laid", prodotto da Brian Eno), ma due canzoni come "Johnny Yen" e "Why So Close", ai due estremi dello spettro musicale dei James, entrambe bellissime e perfette per suoni ed emozioni, rendono Stutter il loro album migliore, ed uno degli esordi più eclatanti degli anni 80.

 
 
 


Distressed Gentlefolk
(Glass, 1986)

 
 

Pat Fish ci perdonerà per aver incluso proprio questo album nella nostra selezione: il più odiato, il più travagliato nella gestazione e quello in cui, per sua stessa ammissione, la band aveva perso qualunque senso di controllo sulla qualità della propria scrittura, finendo per registrare praticamente tutto ciò che veniva scritto. Il fatto è che è proprio questo il suo merito: le canzoni di Fish, piccole gemme di pop cabarettistico, si esprimono qui al loro meglio, senza i freni inibitori di album successivi e più maturi (Cult of The Basement, Condition Blue) né le ingenuità del primevo Sex and Travel. Cose adorabili e superflue come "Who Loves You Now?" e "Hungarian Love Songs" non necessitano d'altra parte di una gran mediazione dell'intelletto: sono semplicemente grandi pop songs swinganti e delicate, che esprimono al meglio la capacità della band di Oxford di prendere il materiale della tradizione, dal vaudeville al valzer, e trasformarlo in canzoncine pop jazzate sull'everyday life dell'Inghilterra suburbana. E per chi va in cerca di qualcosa di più raffinato c'è anche "Angels", forse la più distesa ed elegante canzone partorita da quel genio instabile di Fish. Il consiglio è di cominciare da qui e procurarsi sia il materiale successivo (uscito per Creation) sia le prove precedenti ed acerbe: vi verrà naturale, perché i Jazz Butcher - usi a cambiar nome con la stessa facilità con cui cambiavano d'abito - sono una band da amore irragionevole ed improvviso, cagione di sorrisi ed imbarazzi.

#59: Jesse Garon and the Desperadoes
 
#60: The King of Luxembourg
 
 


A Cabinet Of Curiosities
(Velocity Records, 1989)

 
 

Paragonati ai concittadini Shop Assistants senza che ve ne fosse motivo, Jesse Garon & the Desperadoes erano la quintessenza dello scottish pop: nati dall'eccezionale fermento della scena di Edimburgo alla metà degli anni 80 sfornarono una serie di singoli adorabili, assistendo increduli all'entusiasmo dei media senza fare nulla per cavalcarlo, e lasciando che la loro fortuna si esaurisse per inerzia. Il loro jangle-pop era avvolto in una irresistibile aura di romanticismo post-adolescenziale, da celluloide: esasperato ma senza mai alzare la voce, pieno di quella nostalgia da commedia generazionale trasportata nella vita reale e perfetto esempio della compostezza dell'indiepop scozzese, capace di grondare malinconia senza sforzo apparente e senza indossare maschere. Linee di basso inzuppate di pioggia portano a spasso le chitarre per le strade di Edimburgo nella splendida "Splashing Around", trascinano il guitar-pop di "The Rain Fell Down" lungo una scia di archi sottili e di buone intenzioni, e in "You'll Never Be That Young Again" assistono la voce di Fran Schoppler che coglie l'attimo irripetibile in cui la gioventù diventa rimpianto. "A Cabinet of Curiosities" raccoglie i primi singoli del gruppo, ai quali seguirono due album trasudanti l'amarezza delle occasioni perdute, e incapaci di catturare la dolcissima fragilità degli esordi. Ma a noi piace ricordarli così, intenti a schizzare l'acqua dalle pozzanghere di George Square.

 
 
 


Royal Bastard
(él records, 1987)

 
 

Prima ancora che del Lussemburgo, Simon Fisher-Turner è il re degli alias. Non si contano i suoi progetti in qualità di compositore, arrangiatore, esecutore, attore. Questa breve ma rimarchevole incarnazione musicale ha come movente l'incontro con il brillante entourage della él records. Due dischi soltanto, il primo dei quali potrebbe tranquillamente rappresentare il pop terrestre in qualsiasi competizione interstellare. Il progetto consiste nel prendere alcuni dei più famosi (in altri casi, solo dei più bei) pezzi pop della storia e immergerli in un tour de force arrangiativo: chitarre acustiche ed elettriche, fiati, archi, tastiere, tamburelli, marimbe, percussioni assortite; tranne il basso (bandito per ordine del re). Prendere "Valleri": sotto una batteria frenetica un sottile suono di corno inglese si prostra tre minuti per lasciare la chitarra acustica delirare baroccamente: un maelstrom di chitarre snob votate a essere abbattute dalla rivoluzione proletaria. Prendete "The Rubens Room"- che è pura aristocrazia sonora: chitarra acustica leggera con riverbero e un sassofono perso in suggestioni descrittiviste - intervallato solo da uno o due violoncelli pigri. O Mad (degli Harper's bizarre): tutt'un caleidoscopio di violini, hammond (de)leziosi, oboe e sopratutto il consueto schitarrare al nylon. O pensate un po' "Poptones "dei Public Image Limited diventata odore rugiadoso di campagna inglese. E' un vertice di vortici. E' la Bellezza, unita alla più indicibile leggerezza.

     
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