I 100 migliori dischi indiepop Pagina 5 di 10

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Indiepop: i 100 dischi
La lista completa #41÷50

 

#41: East River Pipe
 
#42: Eggstone
 
 


Poor Fricky
(Sarah, 1994)

 
 

L'inverosimile vicenda del newyochese F.M. Cornog, musicista alcoolizzato ridotto ad homeless e provvidenzialmente recuperato sulla panchina di una stazione di Hoboken da una sua fan, raggiunge in "Poor Fricky" il suo lieto fine. Il secondo album per Sarah degli East River Pipe si conforma ai quieti standard dell'etichetta di Bristol ma conferma il gusto barocco per gli arrangiamenti, quel continuo tendere alla perfezione produttiva su meri accenni di melodia che ha da sempre caratterizzato l'opera di Cornog, come se scrivere canzoni fosse solo un pretesto per poterle poi rendere migliori (take a sad song and make it better, no?). Tra la sparsa emotività dei Lambchop (con i quali Cornog collaborerà) e la serenità degli Yo La Tengo acustici, "Poor Fricky" è un album ripiegato sulle proprie emozioni ma teso ad una indispensabile riuscita, un piccolo microcosmo personale di miserie e desideri purgato da ogni sconforto grazie alla cieca fiducia nel potere della musica, capace di mondare tutti i peccati del mondo come dimostra la perfezione senza tempo di "Here We Go". E in questo è un lavoro quasi metafisico nella sua atemporalità, la definitiva redenzione di Cornog che di lì' a qualche anno andrà a cercare fortuna a casa Merge, senza per questo abbandonare il suo leggendario studio portatile (un Tascam 388). Un fiore cresciuto nella sporcizia.

 
 
 


In San Diego
(Snap!, 1992)

 
 

Tutti e tre gli album tramandati dagli Eggstone sono da considerarsi pietre miliari del pop svedese. In principio i tre, Patrik Bartosch, voce e chitarra, Maurits Carlsson batteria e Per Sunding voce e basso, furono influenzati dalla pop-wave inglese (Jam, Squeeze, Haircut 100), con le loro irrequietezze ed urgenze espressive post-beat. A ciò si aggiunsero introspezioni e inquietudini, un disincanto tipicamente scandinavo a donare ad Eggstone altezze e levatura inusitate. La lineup tradizionale di basso, chitarra e batteria fa dunque spesso da ingresso ad una piccola orchestra, e si produce una prodigiosa alchimia pop fatta di melodie ora languide ora abrasive, e lucenti vocalismi tali da poter definire gli Eggstone i Beatles svedesi.
"In San Diego" é l'Lp di debutto, pubblicato da Snap! nel '92 e prodotto assieme a Tore Johansson. Un ottovolante indie pop, nientemeno. La strepitosa apertura di "Ooh ooh ma ma mine", con la sua grinta sulfurea, le tintinnanti incantate vaudeville di "Beach boy" e "She's perfect", i tormenti amorosi inestimabili di "Wrong heaven" e "If you say" convinceranno anche gli scettici. Limpidezze, fulgori e panorami che riportano direttamente al periodo d'oro del pop anni sessanta: Kinks, Sagittarius, Beach Boys.

#43: Eyeless in Gaza
 
#44: The Field Mice
 
 


Back From The Rains
(Cherry Red, 1986)

 
 

Chi conoscesse il duo inglese formato dal cantante/chitarrista Martyn Bates e dal polistrumentista Pete Becker limitatamente alle prime produzioni discografiche di forte matrice esistenzial/sperimentale rimarrebbe assai sorpreso di trovarvelo annoverato in una lista di dischi indiepop e non come artefici di un disco che fa numero, ma di un autentico capolavoro pop. Già dal precedente "Rusty Red September" s'era intrasentito il chiaro slittamento verso una distensione (seppur eminentemente formale) della poetica a forte impatto emotivo verso una malinconia non vergognosa di ripiegare nella comunicatività della forma canzone. Il risultato pieno giunge con un lp che stilla poesia intimista, misura, melodie soffici eppure intense, toccate da un soffio di quasi religiosa devozione alla vita ed ai sentimenti. I suoni sono morbidi, e, seppure di grande "riempimento" non v'è traccia dell'affettazione, dell'ultra-produzione, né ovviamente della vacuità dei gruppi a cui sono spesso accostati in sede critica: Duran Duran, Tears for Fears e via dicendo. Basterebbero le tenui, fragili, solenni nudità a cappella dell'iniziale "Between These Dreams" e il commovente descrittivismo interiore di "Lie Still, Sleep Long" a farne una reliquia sacra. E "Twilight", pop-hit ipotetico nel migliore dei mondi possibili.

 
 
 


Snowball
(Sarah, 1989)

 
 

"Snowball" esce nel settembre '89, numero 402 del catalogo Sarah e prima sorta di album di Field Mice, al tempo costituiti da Bob Wratten, Michael Hiscock e Ian Catt. Un connubio onirico straniante che esprime per desideri, coscienti e non coscienti, profondi e umorali, in cui finalmente le barriere dell'ego sono sbriciolate e musicista e ascoltatore desiderano e spasimano all'unisono. L'album ricolora coi suoi vani bagliori un genere in divenire, il dream-indie. Un opera in cui la voce è un sospiro paranoico, un oceano chiaro e gentile che trasporta e assimila, e gli strumenti, sintesi e mai carichi. Elettronica glaciale e pop soffuso, di spirituale e ineffabile inquietudine psichedelica. L'eccezionale freschezza del disco è un vento maestoso che in spirali apre spazi; spazi aurorali della memoria, come per Durutti Column e Felt, sprofondando tra dolcezze purissime in tormenti incandescenti. "Snowball" è il nettare di Field Mice, fulcro di una carriera ventennale. Vivere di tenue inquietudine il quotidiano, dire e rimpiangere; amare è ferire, ferire per troppo amore, senza redenzione. Effimera durata, senso dell'effimero: eppure "Snowball" è un gorgo, flagrante blocco di armonie. Una fatale sequenza emozionale, neo-minimalismo drammaturgico, un viaggio morale, doloroso e pudico che reca un'alienazione sottile, landa chiusa inviolabile da ammirare nel suo profuso gemmare ("Let's Kiss And Make Up", "You're Kidding Aren't You?", "End Of The Affair").

#45: The Flatmates
 
#46: The Frogs
 
 


Love and Death
(The Subway Organization, 1988)

 
 

Per spiegare i Flatmates basterebbe ascoltare più volte in repeat "I Wanna Be Your Boyfriend" dei Ramones: è da lì che la band di Martin Whitehead, boss di quella meravigliosa etichetta rispondente al nome di Subway, ha preso corpo e identità: un suono ruvido, impossibilmente pop a dispetto dell'imperizia tecnica con la quale chitarra e batteria avanzavano imperiose fianco a fianco. Coi Flatmates il garage-pop dei primi anni 80 inglesi assume la sua dimensione definitiva, naive e un po' ottusa ma capace di scavare autentiche pepite dalle macerie di quel muro del suono che il punk aveva abbattuto. Stavano a metà strada tra i Primitives e gli Shop Assistants, senza avere la capacità di presa immediata dei primi e l'austera eleganza dei secondi, ma seppero trasformare questi limiti in pregi, grazie a un sound narcotizzante sul quale la voce monocorde e nasale di Debbie Haines e il suo romanticismo surreale si innestavano alla perfezione. L'incipit di "Happy All The Time" è ancora oggi uno dei più splendidi esempi di cos'era l'indiepop in quegli anni, e le melodie di chitarra del singolo "Shimmer", primo passo di uno sfortunato assalto alle classifiche, dimostrano cosa avrebbero potuto fare i Flatmates con più mezzi a disposizione. Questo album postumo raccoglie tutti i singoli e numerosi inediti ed alimenta tanti rimpianti per ciò che sarebbe potuto essere.

 
 
 


The Frogs
(Frogs/Drag City, 1988)

 
 

Come i They Might Be Giants, ma con il gusto per la provocazione sommato a quello per il nonsense, i Frogs da Milwaukee hanno conosciuto negli anni 90 una controversa popolarità grazie ad una serie di album ("It's Only Right and Natural" è il più famoso) al confine tra intelligenza e cattivo gusto, che reiteravano ogni stereotipo razzista/sessista con l'intento di ridicolizzarlo, prestando il fianco ad infiniti equivoci. Ma prima di ritrovarsi prigioniera delle sue stesse smargiassate, la band dei fratelli Flemion ha prodotto questo piccolo e misconosciuto gioiello di pop lo-fi ante litteram, che sfoggia incomprensibile umorismo alla TMBG e genuini accessi di ilarità, e soprattutto è concentrato sulla musica e sulla melodia come mai più sarebbe avvenuto: indie-pop tanto elementare quanto brillante, che dietro l'essenzialità degli strumenti (basso-batteria-chitarra, più un programming molto primitivo) nasconde a fatica un disincanto non ancora trasformatosi in cinismo, graziato da un'ironia e un gusto per il paradosso che raggiungono il vertice nelle strofe della filastrocca adulta "Whether U Like It or Not I Love U".
Pressato in sole mille copie nel 1988 e poi ristampato undici anni dopo dalla Moikai di Jim O'Rourke, "The Frogs" resta una bellissima anomalia nel panorama indie USA, una strada sconnessa per il pop in bassa fedeltà ben diversa da quella che qualche anno dopo i Pavement arriveranno ad asfaltare.

#47: Go-Betweens
 
#48: Gorky's Zygotic Mynci
 
 


Before Hollywood
(Rough Trade, 1983)

 
 

Quando due ottimi scrittori di canzoni uniscono le proprie energie per dar vita ad un unico progetto è molto probabile che si tolgano luce a vicenda. Certo, non sono mancati eclatanti casi opposti. Fra questi, un posto di grande rispetto va agli australiani Grant McLennan e Robert McCartney (scherzo!) Forster. Qui è evidente la formula vincente dell'amalgama: le delicate, melodiche, ariose invenzioni di McLennan si fondono indistricabilmente, nella successione alternata dei pezzi, con le vivide, spigolose puntate di Forster. L'effetto complessivo è così convincente da sembrare le canzoni due diverse metodologie d'ispirazione della medesima penna. Fissate la vostra attenzione sulla forsteriana cantilena recriminante "Ask" e aspettate i minuti che vi separano da "Cattle and Cane" (pezzo più *noto* del disco); vi verranno in mente quegli angusti vicoli senza luce che improvvisamente, al loro limite, s'aprono alla visuale di imponenti cattedrali. Fissati i due limiti estremi, ora vagate nel recinto di quest'opera deliziosa, dove i contorni delle due anime si fanno meno netti, apprezzatene senza riserve la vena pop a galla fra la nevrosi e l'onirismo, la schiettezza della realizzazione e la (le) personalità singolarissima (ma plurale) delle composizioni.

 
 
 


Barafundle
(Fontana, 1997)

 
 

I gallesi Gorky's Zygotic Mynci esordirono giovanissimi nei primi '90 come fantasiosi emuli scavezzacollo di Kevin Ayers e Daevid Allen. La dimensione di tradizione, surrealtà, misticismo e inconscio si farà poi tirocinio, rimozione di ansie, redenzione di colpe. Ciò testimoniano innumerevoli passaggi e particolari dei magici e iridescenti spettri armonici di Barafundle, svelati a suon di strumenti folk (chitarra spagnola, violino, cornamuse, scacciapensieri), o più rock ortodossi (steel guitar, percussioni, harmonium, Hammond, sax). La coppia di compositori Euros Childs/John Lawrence ha mostrato in "Barafundle" un singolare potenziale melodico urgente e allarmato, un talento visionario e pittorico come pochi altri nella recente storia del pop inglese. Impossibile non farsi sedurre da una nostalgica ballad come "Patio song", con indimenticabile finale in gallese. O dalle tinte accentuate, inquiete e struggenti, di "Diamond dew", "The barafundle bumbler", "Better rooms...". Malinconie, sorrisi tristi, dolci tensioni, suoni morbidi, naif, e colori floreali invocanti gli stessi angeli che un tempo unsero Donovan, Incredible String Band, Zombies, Blossom Toes. Con questa maliarda, pressochè completa neo assise canterburiana, il combo gallese ha sfiorato la sommità pop folk-syche. "Barafundle" rimane un abbagliante anacronismo dei nostri tempi in grado di restituire parte del fascino di un'epoca e di una stagione musicale irripetibile.
La magica aura si protrasse ancora un poco, per poi lentamente svanire, dissolversi nelle sulfuree lande grigio-rosa.

#49: Green
 
#50: Happy Mondays
 
 


White Soul
(Megadisc, 1989)

 
 

Nel 1985 nascevano i Green, trio di Chicago guidato dal cantante chitarrista e compositore Jeff Lescher, il cui agile e sensibile melodismo richiamava gruppi pop inglesi degli anni '60 ma anche il poprock di casa propria (Tom Petty, J.Mascis, Bob Mould). La fortuna è stata avara con loro, ma averne poca è capitato a tanti. Forti di quest'album e del precedente, il fastoso indiavolato "Elaine MacKenzie", i Green poterono dirsi i successori più degni e auspicabili di Kinks e Big Star. "White Soul" è un disco straordinario, di un'inaudita intensità che pochi hanno potuto concepire, e a cui è il caso di offrire un riscatto, per quanto tardo ed esiguo. Una gran varietà di temi, umori, registri e variazioni metriche per una sfrenata e memorabile danza poprock. La voce di Lescher possiede una agilità unica e impressionante, in grado di vertici timbrici esaltanti. Che si inerpichi e si sgoli negli slanci pop-core di "I'm in love with you", "My sister jane", "I don't even need her", che si presti al garage di "I beg, you cry", "Give me your hands", o che si logori e si squagli nelle melanconiche ballate "Night after night" e "Monique, Monique". Quest'ultima è una delle più commoventi confessioni, inconsolabilmente romantiche, di una generazione d'autori perduta. Inestimabile.

 
 
 


Bummed
(Factory, 1988)

 
 

A fine anni 80 il pop inglese si contaminava con forme ballabili di dance-rave. Gli Happy Mondays di Manchester furono tra i primi a fiutare le potenzialità di tale amalgama, che in effetti risciacquò il pop coevo dalle pastoie dell'usato. Il cantante Shaun Ryder presiedeva il progetto Happy Mondays dall'inizio degli anni ottanta con la sua ex "baby gang" tra cui il fratello Paul, bassista e lo pseudo ballerino Bez. "Bummed" è il secondo album, ed è pentolone ribollente aromi più disparati, mosaico sgargiante, fantasioso e surreale, bizzarro e capriccioso, forte di composizioni eccitanti e feconde ancora oggi. Caleidoscopi quali "Performance", "Country song", "Brain dead", "Lazy itis". Il raccolto di questa semina sarà il maestoso "Pills 'n'Thrills And Bellyaches" album ciclone che spalancherà loro le porte della celebrità. La performance di Ryder é uno sfacciato utilizzo vocale tra dialetto e dileggio, lagna e lingua in codice. Un nuovo insolente Johnny Rotten la cui ostile nenia, assieme alle oltraggiose liriche, è ciò che esalta i brani, li deforma e stranisce, con buona pace di certi retrogradi scribacchini rock nostrani dell'epoca. La fortezza Madchester si sarebbe presto sgretolata per far posto all'entropia brit-pop. Fu ciò che i bastardi si meritarono.

     
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