Indiepop: i 100 dischi
La lista completa #31÷40

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#31:
Boyracer |
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#32: The Brilliant Corners |
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Se esistesse un premio alla carriera indiepop nessuno meriterebbe di riceverlo più dei Boyracer di Stewart Anderson, tra le più solide e durature icone del genere: formatisi a Leeds nel 1990 le hanno viste veramente tutte, dagli esordi su Sarah (di cui costituivano senza dubbio la band più atipica) a innumerevoli cambi di etichetta e line-up, sino al traferimento armi e bagagli a Philadelphia dove dal 2000 la famiglia Anderson - con Stewart c'è la moglie Jen Turrell - produce immutabili gemme pop-punk e gestisce con alterne fortune due piccole labels (555 e Red Square). In conseguenza di questa vita poco ordinaria, la discografia della band è sterminata e caotica, rendendo obbligata per i non iniziati la scelta di "Boyfuckingracer", atipico Best Of datato 2001 che riassume e reinterpreta un decennio di attività. Trentatrè (!) canzoni, un'ora e dieci minuti di musica ininterrotta e ricca di spigoli che espone l'insopprimibile urgenza della band e costituisce uno dei più autentici manifesti pop-punk degli anni 90. Serie di nervosi e velocissimi bozzetti sonori che ammiccano alla velocità dell'hardcore e al tempo stesso zoppicano come i migliori esempi rough pop USA (dai Beat Happening ai Superchunk) in rigorosa tenuta DIY. Teneri manifesti da punkettes come "He Gets Me So Hard" convivono con ostinate vestigia pop ("Friend", "In Love With These Times") e primitivi corteggiamenti post-punk ("Vitamin B"). Un bellissimo - e interminabile - album a singhiozzo, l'epopea indiepop on the road. |
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Versione liofilizzata dei primi Monochrome Set, i Brilliant Corners da Bristol erano perfetta fotografia dell'agrodolce gusto pop cittadino: il loro guitar-pop a rotta di collo con melodie terribilmente infettive aveva un inspiegabile sottofondo di disperazione, e mentre il vocione di Davey Woodward (poi nell'Experimental Pop Band) declamava i suoi testi tragicomici pareva sul punto di scoppiare in singhiozzi. Il tutto sottolineato dalla costante presenza di una tromba, i cui interventi disperdevano la solarità bouncy di chitarra e batteria donando una dimensione in più ai pezzi del gruppo. La bellezza di questo album sta in questa contraddizione, nei sensi di colpa provocati dal godimento di una perfetta canzoncina pop da due minuti e mezzo che invece ti sta mettendo a nudo il cuore, descrivendo amore e vita negli anni 80 inglesi con naivetè tutta adolescenziale. La title-track, il singolo "Teenage" lo ska/pop monocromatico di "Can't wait that long" sono immagine di indiepop grossolano ed ottimista contro ragione, che si era già lasciato alle spalle le fragilità degli esordi C86. E c'è anche un bel rip-off dei Ramones ("Trudy is a squeel") a saldare i debiti della scena.
La ristampa in CD conserva i 12 pezzi dell'edizione originale ed aggiunge altrettanti singoli presi dalla discografia precedente e successiva, tra i quali si annidano i capolavori "Brian Rix" e "Delilah Sands", delicate meraviglie di guitar-pop sperduto e stonato. |
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#33: Broadcast |
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#34: Call and Response |
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All'improvviso, sul finire di un decennio controverso, intere schiere di hypemakers fecero in modo che il passato tornasse cool. Anche quello privato, casalingo, in understatement. Anche quello conservatore, gozzaniano, la carta da parati. E quindi sotto coi revival lounge, le riedizioni delle colonne sonore, il moog e il martini. Sfondano gli Stereolab, gli esponenti più vividi della cultura retrofuturista. E a ruota, debuttano i Broadcast, con questo ancora ineguagliato album. "Work and non work", non a caso: studiati accorgimenti ed easy listening umano troppo umano. "Accidentals" apre una porta, come un caleidoscopio o la stanza segreta di Twin Peaks. Morbida e scolastica, peccaminosa e perdonabile. L'apoteosi della tastiera analogica, quando indie voleva dire sconosciuto: "We've got time". Se il Giardino delle Vergini Suicide avesse voluto essere più pop si sarebbe avvalso di "The book lovers", i libri delle nostre eterne camerette, e di "Living room", la distanza che le separa dal salotto buono. Non v'è leziosità né manierismo: la voce di Trish Keenan può tanto se non tutto, uscendo dritta da una radio a valvole o dal video bambino dei Portishead coevi, fino al masterpiece, che si chiama "The world backwards", una giostra a rébours, di quelle da perdere il respiro e la cognizione del tempo.
Se qualità cristallina non ci fosse stata, di certo non si sarebbe addivenuti a passi successivi, a tre dischi e tanti EP. Ma questo, rosso e retrofonico, resta il capolavoro: che non perde di fascino col tempo, allo stesso modo dei rapporti costruiti sulla roccia. |
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Da Santa Barbara, California, un album di canzoncine deliziose, strette in studio fra poster di Free Design e Beach Boys, con una ispirata vena funky-elettronica, spericolate armonie vocali e inarrivabili volteggi di tastiere. Uno sguardo è diretto ai gruppi vocali degli anni 60, l'altro è fisso alla spiaggia sotto casa, e i Call and Response producono un disco ingenuo ma di innata eleganza, di quelli che soltanto la California e il suo sole possono far nascere. Simone Rubi e compagni accarezzano lounge, space-pop ed easy listening nascondendo alla perfezione la consapevolezza del loro gioco, lasciando l'ascoltatore a galleggiare tra le bolle di sapone di "California Floating in Space" e a contare i colori dell'arcobaleno, fantasticando sulle meraviglie dei viaggi in astronave. E se volete una canzone che lo rappresenti in toto eccovi "Rollerskate": melodia perfetta e spensierata, temeraria nel gioco delle sovrapposizioni vocali e con un intreccio di basso e tastiere da far girare la testa; rimarrà l'insuperato gioiello del gruppo, che già dal successivo "Winds Take No Shape" si concederà anima e corpo alle proprie ambizioni arsty, perdendo l'incantevole purezza di questo esordio. Di "Call and Response" esistono due ristampe; quella Emperor Norton si fregia di due canzoni in più, ma il mixaggio dell'edizione Kindercore rimane insuperato. |
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#35: Cardinal |
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#36: The Charlatans |
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Uno sposalizio artistico destinato a non durare quello tra Richard Davies, chitarrista ex Moles e il polistrumentista Eric Matthews. Fu incontro fulminante incendiatosi in dieci canzoni e un disco, che più d'ogni altro ha mosso a rammarico per la bellezza dell'atto creativo di due figure d'eccezione. Cardinal fu il cospetto d'un risveglio: il pop più nobile d'impronta camerista (trombe, marimba, piano, organo) in mirabile colloquio con mitigate spartanità acustiche, budget irrisorio (da qui il ripiegamento su tastiere per alcuni arrangiamenti). Sulla copertina, i due sono avvolti in un luminoso biancore, coi volti accesi dal sole attraverso giardini di tradizione: Paul Simon, Brian Wilson, Cat Stevens. Un'immagine ottimista che evoca aspettative. Eppure quest'alba è già tramonto. Inquietudine e disillusione tutto intorno come presentissero la conclusione irrevocabile.
La solenne pacatezza melodica di Davies accentua in giusta misura toni patetici e dolenti. Pur solari, le sue composizioni s'annoverano tra le più struggenti e malinconiche del pop recente. Memorabile l'immediatezza di timbri vocali "noti", la condizione umana osservata con compassione: "If You Believe In Christmas Trees", la Beatlesiana "Silver machines"; ma il posto a presiedere lo merita l'inarrivabile "You've lost me there", vibrante partecipazione emotiva ricolma un baratro di angoscia. Matthews si rivela all'altezza del compagno nei delicati panneggi di "Dream figure" e "Tough guy tactics" che anticipano venture sortite soliste. |
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Questo quintetto di Norwich a base di strumenti retronuovi e voce e cori adamanto ravvivò lo spirito acid-rock tipicamente anni sessanta e filosoficamente coagì col corrente movimento "Mad-chester", indolente e narcotizzato, di fine ottanta. Così, col suo pop intrigante, questo esordio "Some Friendly" dipinge la propria epoca come pochi altri dischi in circolazione. Il retaggio di The Charlatans è chiaramente Stonesiano - Rolling Stones, Stone Roses -, ma affiorano anche talune consuetudini di Happy Mondays. Il crooning accattivante di Tim Burgess è assiduamente assistito e imbevuto fino all'amalgama dall'organo esotico tardopsichedelico e dalle tastiere sgargianti di Rob Collins (scomparso in un incidente stradale nel 96); dai trascinanti chitarrismi jangle più effetti wah wah funkizzanti di Jon Baker, dall'efficace basso di Martin Blunt, memore a volte di lezioni neworderiane, e dalla sezione ritmica di Jon Brookes. I cinque compongono un'alchimia melodica surreale di raro trasporto, in grado di ispirare continue pulsioni estatico-danzerecce. Se "White shirt" riverbera senza equivoco quella "Waterfall" capolavoro di Ian Brown e soci, sul riciclo dei floreali tribalismi pop straboccanti da "You're not very well", "Spronston green" e "Believe you me" si baserà la supervalutata carriera di gruppi come i Kula Shaker di Crispian Mills.
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#37: The Chesterfields |
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#38: The Chills |
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Ai tempi dei primi singoli pochi avrebbero pronosticato
per i Chesterfields (da Yeovil, Somerset, come
i Soup Dragons) un album di simili favolose follie.
Kettle, il bollitore ripreso nella splendente
grafica di copertina dei Terrible Hildas, è pieno
di materia viscosa ed acerba, a tratti addirittura
isterica. Chitarra, basso e batteria schizzano
in direzioni impreviste, figlie a un tempo della
voglia di "ritorno al rock" degli anni 80 e della
impronosticabilità melodica degli Orange Juice,
omaggiati da una cover di "Holiday Hymn" di Vic
Godard affine alla loro. "Thumb" ne dà accurata
descrizione, con i suoi repentini cambi di direzione
e quel break per chitarra ritmica che si collegava
idealmente al ritrovato beat degli Housemartins.
Ma dispetto di quello che è sostanzialmente un
lavoro sgraziato e indomabile, faticosamente tenuto
in riga da un giovane John Parish (qui alla sua
prima produzione), il meglio dei Chesterfields
sta in "Ask Johnny Dee", piccolo ritratto di una
scena che stava eleggendo i suoi rappresentanti
(in questo caso il fanzinaro Johnny Dee): suono
ovattato, chitarre rotonde e patina nostalgica,
così bella nel dipingere il romantico distacco
della popstar e le conseguenti cotte adolescenziali.
And tell me, who is the girl who plays the
tambourine? Quella ragazza non l'ho mai vista,
ma me ne sono innamorato comunque. |
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Album chiave del pop neozelandese d'ogni età. Il quartetto Chills è capitanato dal chitarrista Martin Phillips, ex-Same, compositore e arrangiatore sulle orme dell'inglese Robyn Hitchcock e dei georgiani REM, ma anche seguace delle primordiali formazioni "indie" pop-rock sbocciate nei primi '80 assieme alle correnti new-wave. Concepito nel 1989, "Submarine bells" è un vero e proprio knock-out melodico, forte di inni indiepop inauditi tra cui le straordinarie "Heavenly pop hit", "Tied up in chain", "Submarine bells", "Effloresce & Deliquesce", composizioni i cui artefici raccomandano di ascoltare a volume sostenuto, sì da sfoderare tutte le gradazioni e l'energia psichedelica di cui sono capaci. I timbri di Chills, così riconoscibili ed equilibrati, scaturiscono dalle squillanti e sapide trame di chitarra di Phillips ("Don't Be - Memory") e dalle tastiere evocative, talvolta ombrosamente wave, talvolta morbidamente vistose e barocche di Andrew Todd; introspezioni da autori folk che mimano organi e omologhi del softpop-psyche dei tardi anni sessanta ("Dead web"). Non manca qualche esempio di armonia più asciutta e aggressiva ritmicamente: valgano "Singing In My Sleep" e "The oncoming day", alla causa. Una raccolta intrigante tra varietà di registri eleganti e maestosi, lucenti e vivaci, come la jellyfish di copertina.
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#39: The Clientele |
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#40: Dogbowl |
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Sgusciati via da un'idea tanto geniale quanto bislacca, e nella fattispecie far suonare la propria musica come se provenisse dalla "radio land" di JohnCaliana memoria "dove le orchestre suonano in continuazione e che noi uomini possiamo solo ascoltare, ma mai raggiungere" Alisdair MacLean e soci hanno raccolto qui il frutto di tre anni di attività, perlopiù singoli, che, considerati come tali sfavillano come lucciole disperse nell'infinità d'una notte surreale, ma che tutti insieme si costituiscono direttamente a punto di passaggio spazio/temporale verso l'Incommensurabile. Citando a modelli sixties i poco noti West Coast Pop Art Experimental Band ed eighties Loft e Felt, hanno distillato un suono caratterizzato da una singolare delicatezza delle partiture chitarristiche, e dagli abbozzi melodici del cantato - il tutto omogeneizzato da una patina di magico riverbero straniante e da una purezza di risultato da lasciare ipnotizzati. Bastano fatalmente un paio di ascolti per soggiacere per sempre alla malìa di meraviglie come "Monday's Rain", "An Hour Before The Light" o "Saturday" e via dicendo, dalla prima all'ultima. Essenzialmente una raccolta di singoli, con i suoi pregi e senza i suoi difetti. Più semplicemente: indescrivibile. |
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Dogbowl è la creatura del geniale chitarrista e cantante Stephen Tunney, ex-King Missile, poeta circense, surreale svagato, tutto spirito fanciullesco, purezza, spontaneità e umorismo trascinante. Le sue pregiate miniature musicali hanno il respiro dei grandissimi della psichedelia pop. "Cyclops..." fa seguito al sublime esordio "Tit" (dell'89, già esemplare) e per certi versi premonisce la landscape "Dusk at Cubist Castle" di Olivia Tremor Control, scatenando e diluendo, nel giro di un'ora, ogni sorta di richiamo, fantasia ironica e stravagante d'ogni tempo. Ogni forma musicale popolare va magicamente ad assumere la (de)forma di vaudeville acidula, di sketch polifonico. Echi di Kevin Ayers, Barrett, BonzoDog.. ma protagonista assoluto è Tunney il demiurgo e il suo seguito. Uno scalcinato carrozzone strumentale metafisico, farsesco, inesauribile e insolente (chitarra, clarinetto), una maliarda sequenza di ascese tra cui "S.American eye", "Toilet!", "Love bomb", "Carnival in the swamp". Quest'album è uno dei capolavori melodici di sempre, tra i più inestimabili vanti di Shimmy Disc. |
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