I 100 migliori dischi indiepop Pagina 3 di 10

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Indiepop: i 100 dischi
La lista completa #21÷30

 

#21: 800 Cherries
 
#22: Air Miami
 
 


Romantico
(Clover Records, 1999)

 
 

800 Cherries sono i nipponici Manami Marufuji e Masayuki Takahashi. Poco si sa di loro, ma certo è che "Romantico" è tra i più incantevoli elettropop di sempre. Un'ossessione, un'incisione sull'immaginario, sedotto e incantato così fatalmente da restare condizionato. Elettronica dalle pareti umide, che proiettano e assorbono le nostre sensazioni, particolari, immagini. Carezze di strumento che portano lontano, oltre, forte e medesima è l'intensità di ogni incontro, di ogni impatto.
Ogni residuo, istintivo moto di rivolta, viene inibito da segni di magia inafferrabili. Musica fatta di gravide emozioni avviluppate assieme, amplificate in maniera drammaticamente romantica. Un misterioso romanticismo dolce e viscerale, uno struggimento possibile mai concepito prima in altro lavoro di genere. Musica che invoca e pretende solitudine per sprigionarsi e parlare in confidenza, riportandoci ad uno stato di grazia, guidandoci con ogni premura e benevolenza a vedere le cose come un tempo (perduto), ad ammantare di bizzarria e di inconsapevole poesia la meraviglia, il mistero, che dona ogni amore che nasce o che si conclude. E che muove, lavando la coscienza della nostra piccolezza con lacrime rigeneranti, al cospetto della profonda, misteriosa e meravigliosa forza del potere del sentimento sull'animo umano.

 
 
 


Me.Me.Me.
(Teenbeat, 1995)

 
 

Imperdonabile sarebbe stato non citare in questa lista la gloriosa etichetta statunitense TeenBeat. Il cui titolare, chitarrista e compositore Mark Robinson, tra '80 e '90 progettò timbri avveniristi e suoni distintivi e anticipatori del pop-rock. Proveniente dalla scena garage-punk, Robinson con gli Unrest inventa una miscela sonora rudimentale ma innovativa, che dal punk perviene a suoni più pop. Air Miami è il progetto di Robinson assieme alla bassista Bridget Cross all'indomani dello scioglimento di Unrest. In "Me.Me.Me.", che resta unica testimonianza del gruppo, Robinson si conferma scaltro navigatore e infonde tutti i suoi tipici, sgargianti suoni chitarristici; psichedelici, frenetici e molto melodici già nei colpi di coda di Unrest ("Imperial FFRR" e "Perfect Teeth"). In più s'aggiungono synth e drum machine: "Me.Me.Me." è l'ennesima irresistibile raccolta pop, che nessuno in Teenbeat saprà migliorare se non i True Love Always, molti anni dopo. "Seabird" é forse la migliore creazione di Mark: Feelies, Polyrock e B'52's sotto uno stesso tetto, a Washington DC.

#23: The Aluminium Group
 
#24: Apples in Stereo
 
 


Plano
(Minty Fresh, 1998)

 
 

John e Frank Navin, in arte Aluminum Group, sono due fratelli di Chicago che col loro secondo album attuano un modello di chamber-pop Bacharachiano di sconvolgente e irripetibile avvenenza. "Plano", il titolo, diffonde anzitutto l'idea di questo fatale e appassionante transvolo, libero e fluttuante nelle onde della memoria delle prime ardenti note e liriche dell'album, "Chocolates": I remember everything as I sit alone/all our mornings and our evening times/so I'm getting my coat, and your chocolates....
Saremo sempre grati ai due fratelli per averci donato un'opera come questa (assieme alla magistrale naiveté del seguente "Pedals", prodotto con Jim O'Rourke), per canzoni magnifiche, avvolgenti, per le luminose candide ali di tastiera di "Angel on a trampoline", "Sugar and promises", "The mattachine society", "Star wish". "Plano" è il tanto ambito approdo all'Eldorado Steely Dan vanamente inseguito per un decennio da tanti esploratori pop, scozzesi in primis. Arduo descrivere, cercare parole per riprodurre l'immagine di equilibrio che ispirano tali istantanee di bellezza, memoria, fatalità, eleganza.

 
 
 


Tone Soul Evolution
(Spin Art/Elephant6, 1998)

 
 

Guidati da Robert Schneider, compositore, chitarrista, pianista e titolare dell'etichetta Elephant 6, gli Apples In Stereo propongono una rielaborazione del beat-pop '60 con una cura certosina per suoni e arrangiamenti in studio. La seconda prova del gruppo, "Tone Soul Evolution", rappresenta probabilmente la loro più completa raccolta di canzoni, la più organica (ma si ascolti anche il piccolo e delizioso "Her Wallpaper Reverie"). Superficialmente possono ricordare con insistenza alcuni epigoni anni sessanta (Beatles su tutti, in particolare nel timbro vocale lennoniano), ma in realtà questa musica schiude particolari deliziosi e personalissimi, un senso naif e surreale oltre a una capacità di scrittura pop invidiabile. Più che limitarsi a rievocare fasti passati, Schneider, Hill e soci ricreano tutta un'epoca in studio, seguendo suggestioni e impressioni empiriche che trascendono le barriere artistiche. Da "Seems so","About your fame", "Shine a light", Tone Soul Evolution è una sarabanda spassionata e amorosa di gioie armoniche visive e sonore di un'altra epoca, di un altro mondo.

#25: Aztec Camera
 
#26: The Bats
 
 


High Land, Hard Rain
(Rough Trade, 1983)

 
 

Una sindrome diffusa fra i bambini prodigio del pop è che sovente esauriscono i frutti migliori del proprio genio durante l'infanzia della loro discografia. Roddy Frame, che partorisce gemme sonore come pochi altri fra i sedici e i diciannove anni, più in là regala momenti ancora splendidi, ma non raggiunge quasi mai la gioia compositiva del suo primo album "High Land, Hard Rain". Dopo una manciata di singoli per la leggendaria Postcard, l'etichetta scozzese alle origini dell'indiepop tutto, con questo disco Roddy crea l'archetipo del perfetto album guitar pop dalle venature cantautorali e dai vigorosi toni pastello. I sixties dei Love, Costello, il soul, i groove funky, gli accordi jazz, tutto filtrato da una vitalissima malinconia adolescenziale che alza il velo sull'altra faccia degli anni 80: quella che la Scozia che amiamo ha saputo raccontare con tante deliziose storie indiepop. Se la Postcard è un po' come il libro della Genesi, "High Land, Hard Rain" ha la stessa importanza dell'Esodo. "I came from high land where the hopefuls have to hesitate.".

 
 
 


Law of Things
(Flying Nun Records, 1989)

 
 

Dopo "Daddy's Highway" dell'87 proseguiva qui la trionfale cavalcata dei neozelandesi The Bats (ex Clean), in praterie di squillanti jangle-chitarre ed estatiche cantilene. Quest'opera è spartiacque tra decadi 80 e 90 nonché capolavoro del rock del Nuovissimo mondo. Tra citazioni di primi wavers britannici e qualche memoria verso band come Velvet Underground e primi R.E.M., "Law of things" vanta un songwriting eccelso, una sequenza di brani mozzafiato. Da "Other side of you" a "Mastery", a "Nine days", passando per le indelebili "Never said goodbye" e "Smoking her wings", ogni cosa è puro paradiso pop. Fantasie vocali, evocazioni e fasti strumentali: tutto degno delle migliori apparizioni pop psichedeliche anni sessanta. Ibridi alchemici tra le chitarre di Robert Scott e Kaye Woodward, il basso di Paul Kean e le raggianti vibrazioni folk del violino di Alastair Galbraith. Spirito, senso narrativo fiabesco e sentimentalismo intriso di nostalgia.

#27: Beat Happening
 
#28: Belly
 
 


You Turn Me On
(K/Sub Pop, 1992)

 
 

Potrà sembrare curioso che a rappresentare i Beat Happening si scelga il disco meno "pop" della loro produzione, ma a ben vedere non poteva essere altrimenti: "You Turn Me On" è il culmine di un percorso evolutivo unico, che ha portato il terzetto di Olympia dalle semplicissime filastrocche degli esordi a un sound strutturato e persino ambizioso, con sovrapposizioni di chitarre e brani che sfondavano la barriera dei sei minuti ma senza rinunciare ai presupposti di esistenza della band. Anche in questa forma appena sofisticata Calvin Johnson e soci rappresentano la voglia di non conformità dell'indiepop: il loro minimal-folk registrato con immenso spregio per forma e professionalismo è il simbolo di una quieta ribellione alle regole del music business, tra le prime e più sincere affermazioni di quell'estetica lo-fi che avrebbe dominato il decennio e pura adesione all'etica punk, in omaggio alla quale Calvin, Heather e Bret scambiavano sovente gli strumenti e dividevano gli oneri compositivi. "You Turn Me On" è quindi il prodotto di una band matura, e non del solo Johnson; dal garage-pop della title track al morbido jangle velvettiano di "Tiger Trap", dalla solarità di "Sleepy Head" all'epica minimalista/ipnotica di "Godsend", un capolavoro di integrità, massima espressione di quel binomio eros-thanathos che ha reso famosi i Beat Happening, la band che più di tutte ha contribuito alla perdita di verginità dell'indiepop.

 
 
 


Star
(4AD, 1993)

 
 

Libera dall'ingombrante presenza dell'amata sorellastra Kirstin Hersch, Tanya Donnelly mette finalmente a frutto il proprio talento di scrittrice, non più limitato a un paio di canzoni l'anno. Sarà forse merito della mole di canzoni accumulate durante la permanenza nei Throwing Muses, fatto sta che Star è una autentica antologia di perle, armonicamente perfette e rese ancor più scintillanti da una produzione sontuosa che lucida tutto alla perfezione senza gonfiare eccessivamente il suono. Le linee di chitarra della Donnelly non sono mai prevedibili, prendono direzioni strambe ma efficaci, non perdono un grammo dell'orecchiabilità che le contraddistingue donando al tutto un feeling sottilmente alieno. "Star" è la definitiva trasposizione in forma pop delle istanze Detroitiane, distillato di quei gruppi (Pixies, Throwing Muses, Breeders), che con la materia avevano giocato e giocheranno a lungo, limitandosi a lisciarle il pelo: Tanya ci si butta a capofitto e ne esce trionfante. Esemplare "Slow Dog", irresistibile guitar-pop con repentini cambi di tonalità, ma il capolavoro è "Gepetto", canzone da brividi che gioca a rimpiattino con chitarre e sovrapposizioni vocali, esaltata da una produzione perfetta. La conclusiva ed acustica "Untogether" è la ciliegina sulla torta di un album irripetibile, sognante e probabilmente sognato. La replica, "King", ne sarà solo copia sbiadita.

#29: Blake Babies
 
#30: Blueboy
 
 


Sunburn
(Mammoth, 1990)

 
 

Nel 1990, sull'onda di critici entusiasti e di un successo in via di consolidamento, i Blake Babies sembravano destinati ad un futuro luminoso. Invece sono rimasti intrappolati nella scena dei college, eterni adolescenti sempre all'ombra dei più famosi ed altrettanto incompiuti Lemonheads, a loro volta votati all'autodistruzione e di lì a poco destinati a venir seppelliti per sempre dal grunge. Eppure Juliana Hatfield era già così carina e problematica, John Strohm già così stonato, e la loro unione artistica così perfetta. Un'alchimia che non ha mai funzionato meglio di "Sunburn": una serie di perfetti intrecci vocali, vena pop sopraffina e l'innocenza perduta in un disco dai contorni incerti, che mischia indolori caramelle pop ("Kiss and make up") a torbide ballate a sfondo sessuale ("Girl in a box"). Con la sua vocina da prima media, la Hatfield canta versi inauditi sull'educazione sentimentale e informa gli aspiranti boyfriend sul proprio ruolo all'interno delle relazioni ("I'm not your mother") mentre il suo collega chitarrista distilla accordi a metà strada tra Dinosaur Jr. e Throwing Muses. Ma al di là di questo, colpisce la semplice perfezione degli arrangiamenti, la spontaneità che traspare da ogni solco e che erutta nella soave ed acidissima "Train", cavalcata pop-lisergica a due voci verso il nulla. Acerbo e splendente.

 
 
 


If Wishes Were Horses
(Sarah, 1992)

 
 

Se è possibile, il cristallo più puro di casa Sarah: otto facce di perfetta, levigata trasparenza che riflettono le tonalità più tenui d'estati temperate e pensieri poco più che adolescenti. Breve durata, massima concentrazione per il primo lavoro del progetto di maggior pregio del chitarrista Paul Stewart e del cantante Keith Girdler, poi insieme negli Arabesque e nei Beaumont. Sono lente, sfavillanti cantilene le loro canzoni, pervase da un gusto pastorale che cade a metà strada fra gli Smiths di "Back to the Old House" /"Please, Please, Please Let Me Get What I Want" ed i maestri della bossanova ed impreziosite da non rari inserti di sapidi archi. Le due voci (quella di Keith e quella della violoncellista/tastierista Gemma Townlet) rasentano spesso il proprio limite fisico di fragilità senza mostrarsi forzate o imbarazzate e su tutto si stende la pervasiva, raffinata forbitezza della chitarra classica di Stewart. Volano via come soffi leggeri, come brezze improvvise di pomeriggi trasfigurati dalla distanza temporale; come altro definire la morbida delizia confessionale di canzoni come "Happiness And Smiles", l'eterea sospensione della melodia di "Cloud Babies", il pizzicato ammiccante di "Too Good To Be True" e le confortevoli elettricità polarizzate nell'iniziale "Candy Bracelet" e nella conclusiva "Amoroso"? Insieme all'essenziale 7" "Some Gorgeous Accident", da avere ad ogni costo.

     
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