Indiepop: i 100 dischi
Gli indispensabili: #11÷20

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#11:
The Jesus And Mary Chain |
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#12: The Monochrome Set |
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L'album della rivoluzione. Psychocandy è forse l'unico disco davvero epocale di questa lista, il solo capace di alterare le sorti della musica pop; lo ha fatto con una ricetta semplice e geniale, con una duplicità di elementi che se da un lato ha infranto tutte le convenzioni della musica pop, dall'altro ha reintrodotto la sua forma più pura nella scena indie inglese. Una antitesi che già il successivo "Darklands" avrebbe risolto, ma quando ormai era già stato dato fuoco alle polveri. Incontro/scontro non risolto di melodia e rumore, i Velvet Underground adattati all'humus sotterraneo e un po' marcio degli 80s inglesi: Psychocandy è feedback sovraimpresso a forza all'attitudine pop-punk dei Ramones (Never Understand), al mal di vivere degli Stooges (In A Hole), persino alle armonie dei Beach Boys (Taste of Cindy). Mette Phil Spector in un aspirapolvere e ne estrae due minuti e mezzo di perfettissimo indie pop come "Just Like Honey". Un continuo altalenare di pop tenero e punk cupo e tiratissimo, cantato con indifferenza nichilista eppure sempre vivo e pulsante. Il perfetto catalizzatore per i rimpianti e il desiderio di rivalsa di una generazione che aveva perso il punk e lo vedeva già circondato da un alone di mistero e nostalgia: l'album da mitizzare ed imitare, perché inimitabile. E dire che i fratelli Reid non volevano certo diventare i Padrini dell'indiepop: il loro sogno era vivere del mito e dell'immaginario rock, che tuttavia li fagociterà e rivomiterà con velocità imprevista. Dovranno accontentarsi di essere gli idoli della nostra piccola scena. E di venire citati una quarantina di volte in queste paginette. |
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Uno shrapnel di pezzi ad alto tasso di ispirazione pescati (con l'aggiunta di due - scialbe - eccezioni in fondo alla scaletta) fra quelli del periodo d'oro 1979 - 1981 è questa che è doveroso considerare la meglio riuscita fra le innumerevoli compilazioni del gruppo londinese. Formatosi nel 1978, all'indomani della trasformazione dei B-Sides in Adam and the Ants con la conseguente fuoriuscita del cantante/ chitarrista Bid e del chitarrista Lester Square prende subito la via di un pop dalle proteiformi influenze, fra cui a spiccare sono quella della canzone della tradizione americana, il music-hall, il jazz, lo swing, il calypso, la lounge-music. Il risultato suona, nonostante una certa mai minimizzata affettazione, straordinariamente originale, grazie soprattutto ad una felice vena compositiva e ad una gradevole patina di esotismo che nel proprio percorso inevitabilmente incrocerà i destini della El records. Fortemente altresì intrisi d'una umida new wave strumentale riescono a suonare ora qui ora lì come degli Xtc senza frenesie produttive o dei Beatles in versione punk. Ma comunque la vogliate mettere, e per quanto rapido sia trascorso il loro astro più sfolgorante sui cieli ingombri d'Albione questa raccolta (da acquistarsi in allegato ai primi due capolavori "Strange Boutique" e "Love Zombies") continua a togliere il fiato e a rinovellare il rammarico. |
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#13: Orange Juice |
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#14: Pastels |
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Se il pop scozzese è circondato da un'aura di stoicismo e celebrato in ogni guisa il merito è soprattutto loro: Collins, Kirk, McClymont, Daly nascono musicalmente in piena epoca punk (1979), ma la vocazione all'integralismo li porta presto lontani dagli eccessi della scena; gli ascolti di rock californiano e Stax/Motown fanno il resto, producendo una esplosiva miscela di pop destabilizzante e colorato di funk. Il loro secondo singolo, "Blue Boy", è la "Anarchy in the Uk" del pop scozzese, indirizzando la nazione verso possibilità prima insperate. Eppure gli OJ (il nome stesso era una sfida al passato da punksters, totalmente in antitesi con la loro nuova incarnazione) erano guidati da una convizione e da una cura delle proprie cose che sarebbe rimasta sconosciuta ai seguaci. Dopo quattro abbaglianti singoli tra il 1980 e 1981, questo album mostra tutta la travolgente grandezza della band: "Falling ang laughing", "Wan Light", "Upwards and Onwards" è indie pop diretto e vero, senza reti di salvataggio, e questo è l'album che più di tutti gli altri ha piantato semi nella gioventù Scozzese, che ha innescato e codificato il pop indipendente. Come ebbe a scrivere NME: "gli Orange Juice non hanno nulla che vedere con la storia del Rock and Roll. A loro interessano le canzoni, non le pose. La vita, non la finzione". Ugualmente irinunciabile la raccolta dei primi singoli per Postcard, "The Glasgow School" (2005). |
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Strumentale nella storia dell'indiepop ed autentica band di culto, i Pastels sono i primi rappresentanti del cosiddetto "shambling pop", un sottogenere forte delle proprie imperfezioni; nelle loro stesse parole: "sapevamo che ci avrebbero preso in giro per come suonavamo, ma non ci importava. Volevamo esserci, e rappresentare qualcosa di diverso".
Glasgow, 1982. Il giovanissimo Stephen McRobbie (in arte Pastel), appassionato di Ramones, Buzzcocks e Modern Lovers, concepisce i primi introversi brani tenendo a battesimo tutto l'indiepop in bassa fedeltà, sia come compositore - la cui particolare mistura di ingenuità e dolcezza in vocalismi languidi e stonati sarà avvenirista - che come produttore - fonda l'etichetta 53 and 3rd, che inaugura le prove discografiche di gente come Shop Assistants, Vaselines, BMX Bandits. Sin dagli esordi i Pastels realizzano fulgenti melodie strascicate e ossessive per strumenti non suonati se non alla bell'e meglio; contrastano voci spente, sovente illuminate e rischiarate dai cori. Cambieranno spesso line-up: a Stephen s'aggiungerà Aggi al basso e cori e in seguito la batterista e fan di lunga data Katrina Mitchell nel '90. "Up For a Bit" raccoglie i brani prodotti per i singoli del gruppo nel biennio '85 e '86, tra cui le irrinunciabili "Ride", "Address book", "If i could tell you" e "I'm alright with you", manifesti di tenerezza e ingenuità twee che a vent'anni di distanza suonano ancora integralmente virginali, coinvolgenti, profondamente innovative. |
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#15: Prefab Sprout |
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#16: Primal Scream |
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Quintessenzialmente snob, persino affettato nel suo tentativo di parere naïf, curato nel dettaglio compositivo come raramente capita di sentire in ambito pop, questo è un disco ineguagliato (dai suoi stessi autori) e ineguagliabile (dall'umanità musicante). Porta con sé tutto ciò che di buono son stati gli anni ottanta più raffinati eppure comunicativi, veicola la poetica di un forbito yuppie discografico (Paddy McAloon) con un penchant assoluto per gli sviluppi armonici di una canzone, e presenta un sound che suona contemporaneamente come jazz, pop, country, lounge, soul. Un songwriting spaventoso, che se si ha il coraggio di riconoscergli tutto il suo valore, diventa assuefacente, aspirando altresì alla classicità che ormai è di Cole Porter, Burt Bacharach, e in generale tutto ciò che, dotato di genio consapevole, s'iscrive alle liste di collocamento dell'Indelebile. Eccentricità, Manierismo, Citazionismo, Secondarismo letterario; contorno a scelta. Già dal successivo vendutissimo "Steve McQueen" andranno incontro ad una semplificazione alchemica, che se non farà rimpiangere la grazia di Swoon, nondimeno ne renderà unico il ricordo. |
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E diciamolo! Diciamo una volta per tutte la verità nascosta dal velo di Maya del diktat elettronico: questo è il miglior album dei Primal Scream. Screamadelica ha innovato tutta la pop scene internazionale, e non è poco. Exterminator ha dalla sua un'impareggiabile potenza street-tronica. Ma queste sono verità "sociologiche": i due album, strepitosi ed essenziali, sdrucciolano nel "sensuale" e patiscono un congelamento emotivo che li spedisce in un'orbita lontana dal cuore indie più puro. Sonic Flower Groove è un amorino che, quasi scevro di leziosità, centra con una sola freccia l'impronunciabile trittico pop sole-cuore-amore. E lo fa con tanto d'immaginazione melodica da putto in estasi. I sensi sono un ricordo, il sogno e la fantasticheria sono tutto. Sfidando Kronos e il Samsara, la Psiche adolescente 80s si reincarna nella California dei Love e dei Byrds. Navigatore della Macchina del Tempo, Mayo Thompson. Rapiti, Gillespie e Bettie si lasciano trasportare in pieno controllo. Uno dei migliori dischi di pop psichedelico di tutti i tempi.
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#17: The Shop Assistants |
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#18: The Smiths |
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Tra i numerosi seguaci dei fratelli Reid, gli Shop Assistants sono certamente stati i più romantici: studiatamente freddi in superficie ma portatori di una malinconia senza tempo né casa, erano dei Jesus and Mary Chan sciolti in una pozzanghera di pioggia. Grancassa ossessiva, feedback bagnati e la voce di Alexandra Taylor, capace di non tradire mai un'emozione. Non che ce ne fosse bisogno, se pezzi come "All Day Long" e "Somewhere in China" esprimevano sottile disperazione esistenziale in ogni singola nota e sillaba. Persa quasi del tutto la carica aggressiva delle chitarre (giusto un revival in quella specie di rock and roll per ubriaconi che è "What a Way To Die"), i quattro assistenti scozzesi - un ragazzo e tre ragazze - si cimentano col repertorio delle Shangri-Las, ammettendo per primi la linea diretta che collegava i girl groups al nuovo pop scozzese, il muro del suono e tutto il resto. E i tre minuti e mezzo di "I Don't Wanna Be Friends With You", scorribande di chitarre in larsen, cantato ipnotico e brividi di freddo, sono una delle cose più preziose e misconosciute prodotte dagli anni 80 inglesi, un autentico gioiello di pop-dark da tramandare ai posteri e uno dei motivi alla base dell'esistenza di questa webzine. Nonostante l'etichetta major, l'album vendette poco e la band si sfaldò, con Alex Taylor che portò il suo talento gelido nei Motorcycle Boy per un'avventura durata lo spazio di due singoli. La ristampa in CD porta il titolo "Will Anything Happen". |
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Non è poi così strano che in un
elenco indiepop si includa quella che è
sostanzialmente un raccolta di singoli (ma anche
molto di più) della band che più
di ogni altra ha dato volto alla scena, la stura
al riflusso pop. Ma in verità qui siamo
tutti convinti che "Hatful of Hollow" sia l'album
migliore degli Smiths a prescindere dalla sua
natura ibrida: troppo puntuale la fotografia che
offre di un gruppo al suo massimo splendore ascendente,
troppo bella e ancora così credibile la
lamentazione di Morrissey in "William, It Was
Really Nothing", talmente perfetti gli arpeggi
di Johnny Marr in una "This Charming Man" liberata
dai fastidiosi echi del singolo (la versione qui
inclusa proviene da Peel Session), e quella "Heaven
Knows I'm Miserable Now" che è in parte
riscrittura di "Walk Out to Winter" degli Aztec
Camera riuscendo addirittura a migliorarla. Sono
stati così importanti gli Smiths, e per
ragioni così grandi e diverse, che ricondurre
i loro meriti al semplice ambito musicale non
è impresa facile, ma basterebbero i quattro
pezzi citati, più la melmosa storia di
provincia inglese di "This Night Has Opened my
Eyes" e la purezza sixties di "Please Please Please
let me get what I want" a fare di questo disco
un capolavoro e a dare a Morrissey e soci il posto
che meritano nell'olimpo pop/rock. E chi c'era,
se ne ha ancora voglia, avrà il piacere
di prendere la tracklist di questo disco e di
ricostruirci attorno i percorsi di un'adolescenza
così goduta e sofferta.
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#19: Talulah Gosh |
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#20: Television Personalities |
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E' per colpa loro che il dispregiativo "twee" è stato infine
applicato alla musica. Ironico dunque che ascoltare
"Backwash" oggi significhi rendere omaggio ai
padri putativi dell'indiepop, ai loro interpreti
più esemplari ed efficaci. I Talulah Gosh erano
poco più che ragazzini ma con le idee ben chiare,
prima candidi punkabbestia a piedi nudi (Beatnik
Boy, Talulah Gosh) con quelle chitarrine ad elastico
e la vocina esile di Amelia, poi così tosti
quando poterono permettersi i primi effetti per
le chitarre (Bringing Up Baby, Testcard Girl)
e infine talmente convinti dei propri mezzi da
azzardarsi a scimmiottare i Rolling Stones e produrre
quasi senza accorgensene piccole ed incuranti
gemme pop come "I can't get no satisfaction (Thank
god)". I Talulah Gosh sono stati tutte le anime
dell'indiepop degli anni 80 in Inghilterra: i
Ramones e la Subway, il tweepop e la Sarah, il
pop-punk e la 53 and 3rd; una storia troppo bella
ed inconsapevole per farla durare a lungo, tanto
che dopo un paio di anni di prolifica attività
la band decise di diventare adulta e scelse per
questo un nome nuovo che ne accompagnasse stile
e maturazione: Heavenly. Ma quella è un'altra
storia: "Backwash" rende omaggio ai Talulah Gosh
raccogliendo tutto l'ascoltabile, e non è certo
una sorpresa scoprire venticinque pezzi fantastici
su venticinque. Comprese le alternate takes e
quella "Pastels Badge" che per prima rivendicò
l'appartenenza e l'amore per la scena indiepop.
Imperdibile.
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"Ah i Television Personalities... ma non erano quelli di "Part Time Punks"? Hanno fatto un album?" In molti devono essersi fatti questa domanda nel 1981 all'uscita di "... And Don't The Kids Just Love It", convinti che i quindici minuti di fama del gruppo fossero ormai esauriti. Invece, accolto dalla stroncatura di Sounds e dall'entusiasmo del NME, ecco il il primo piccolo capolavoro di Daniel Treacy e soci. A partire dal collage di icone sixties (Steed, Twiggy, Pete Townshend, Syd Barrett...) e di citazioni che decorano la copertina, proseguendo con i titoli delle canzoni (molti dei quali presi a prestito da vecchi film) è subito chiaro che appoggiare la puntina sul solco equivale ad intraprendere un viaggio nel mondo e nella sensibilità del giovane Treacy, tra quadretti psichedelici e commento sociale, drammi domestici e ritratti di personaggi che sembrano dei piccoli film. Registrato in soli tre giorni, lo-fi per necessità più che per scelta, l'esordio dei TVPs è un manifesto di spontaneità e genialità. Melodie incredibilmente accattivanti e testi degni del migliore Ray Davies, il tutto immerso in un'atmosfera stralunata ed accompagnato da un cantato sempre sul filo della stonatura, eppure così incredibilmente adatto. Era ancora presto per immaginare l'influenza che i Television Personalities avrebbero avuto sull'evoluzione del pop britannico: Teenage Fanclub, Pastels e BMX Bandits li hanno spesso citati come influenza fondamentale e la Creation Records è nata dal desiderio di Alan McGee di emulare le gesta discografiche di Dan Treacy.
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