Indiepop: i 100 dischi
La lista completa #91÷100

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#91:
The Soup Dragons |
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#92: Spearmint |
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Gruppo dall'identità mutante quello di Jim McCulloch e Sean Dickson (entrambi ex BMX Bandits), che nel corso di un'attività quasi ventennale ha cambiato pelle ad ogni soffio di vento, trovando infine un effimero successo nella scia screamadelica dei Primal Scream. Ma gli esordi - trattandosi di una band di Glasgow nata attorno alla metà degli anni 80 - sono di purissimo e spigoloso indie-pop di marca Buzzcocks, dei quali reinterpretavano ogni istanza disinnescandone il già lieve impeto ribellista, e concentrandosi su melodie rese innocue dal lavacro C86: entusiasmo, chitarre velocissime e voce adenoidale resero un piccolo hit indipendente il singolo d'esordio "Whole Wide World", al quale fecero eco due EP concentrati in questa raccolta che documenta il primo e irripetibile periodo del quartetto: dieci pezzi rapidi e affilati, da "Pleasantly Surprised", esplosione di energia e piccolo manifesto della futilità guitar-pop 1986, alle chitarre jangly di "Head Gone Astray", massima espressione del potenziale pop Dragonsiano destinato a restare inesplorato per mancanza d'interesse. Sono tuttavia i pezzi di contorno a documentare il concentrato energetico della band, che si esprimeva in numeri di pop-punk formalmente lucido (a differenza dei Wedding Present, che preferivano la rozzezza anche nella forma): "Slow Things Down", i Ramones distillati da "Whole Wide World", e una "Girl in the world" che anticipa la virata garage-pop dell'album successivo, la prima di numerose svolte in una più che enigmatica carriera. |
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Quando esce "A different lifetime" gli Spearmint avevano già alle spalle un EP, due lavori compiuti, e i relativi singoli di discreta notorietà ma enorme talento sprigionato. Soprattutto "A week away" del 99, col suo portato di bagliori, caramelle, viaggi e maestria pop. Se è vero che per addivenire a una qualsiasi perfezione si deve procedere per approssimazioni successive, la band di Shirley Lee non viene meno a questa ipotesi, concedendo con "A different lifetime" il saggio più rasente alla soluzione del paradosso di Achille. Siamo all'apoteosi del songwriting, alla miscela calibrata di dolcezza e malinconia, di sì e di no; di trasparenza e per niente ossimorico spessore: nell'albero genealogico che scende dai Beatles gli Spearmint occupano un ramo privato e in bella vista. Se in "A week away" erano stati gli stop-and-go ad affascinare, ora le armi schierate sono più sottili e multiple: fra le quali un efficace (auto)citazionismo nei titoli "The Flaming Lips" (.e Bergman, e Allen.), "Julie Christie" (.inclusi i Felt.) e soprattutto nell'atto di devozione verso la scena scozzese, che si esprime nella tautologica "Scottish pop" sotto forma di elenco del telefono di Glasgow.
Il riconoscimento attuale in questo compendio è tributo a tutte le volte che lo abbiamo piazzato nel lettore, fatto sentire agli amici, inoltrato alle nostre donne. E ogni volta fresco e pieno come un uovo di giornata - parlandone in chiave retrospettiva come stiamo facendo. Romantico e forse idealista, così vicino al pubblico per il quale è stato realizzato: fra noi e loro, ancora oggi, vale l'assunto "innamorarsi, amare, e mai dirsi addio". |
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#93: Strawberry Switchblade |
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#94: They Might Be Giants |
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Un delizioso e dolceamaro post scriptum
alla saga Postcard, indiepop che predata l'indiepop:
Jill Bryson e Rose McDowall sono due ragazze di
Glasgow amiche di Stephen Daly, batterista di
quegli Orange Juice che presteranno loro il nome.
Massicce dosi di mascara e costumi di scena a
grossi pois neri sono ciò per cui verranno ricordate,
a dispetto di un bellissimo - e purtroppo unico
- album confezionato attorno ad una serie di motivetti
zuccherosi ed evanescenti. Delizioso e volatile,
come i due travolgenti minihits "Since Yesterday"
e "Let Her Go", Strawberry Switchblade è un lavoro
contraddittorio non solo nel titolo: è frutto
del compromesso tra gli acustici pastelli scozzesi
delle due ragazze e la voglia di elettronica del
produttore David Motion, che aggiungerà sequencers
a cascata e ingrosserà il tutto per le classifiche,
incatenando per sempre il disco agli anni 80 e
ad una forzata allegria poco scozzese. Nessuna
delle due parti ne sarà soddisfatta, ma per fortuna
possiamo goderne noi: le progressioni armoniche
di "Another Day", il soffice romanticismo allo
xilofono di "Who Knows what love is?", la malinconia
di "10 James Orr Street" sono leggerissima e sorridente
testimonianza del loro talento e serviranno da
ispirazione per l'iconografia twee a venire (che
ne riprenderà tanto l'ingenuità quanto l'immagine).
Di lì a poco sarebbero arrivati i Jesus & Mary
Chain a spazzare via tutto, pallini compresi. |
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John Flansburgh e John Linnell hanno sempre abitato al confine tra pop e humour. Troppo geniale la loro vena di follia per limitarla ad un solo ambito espressivo, e così quando ascolti una loro canzone non sai mai se ballare o scoppiare a ridere. Certo, il loro umorismo fatto di non sequitur e nonsense non è accessibile a tutti, ma le deliziose canzoncine pop che lo musicano lo sono, e in questa capacità di coniugare alla perfezione i due aspetti della propria arte sta la vera forza dei They Might Be Giants. Lincoln è probabilmente il punto più alto di una carriera condotta sempre su livelli eccelsi, un concentrato di purissimo talento e satira stringente nel quale si può ancora apprezzare l'ascendenza new-wave dei due Johns . C'è davvero di tutto, in un eclettismo ai limiti dell'incoscienza: country-pop ("Cowtown"), marcette militari ("Pencil Rain"), ritmi latini ("The World's Address") e swing; e ovviamente quel sopraffino gusto melodico messo a punto sulla celebre segreteria telefonica della band. "Ana ng" e "Purple Toupee", tutte comicità surreale e ritornelli infettivi, rimangono tra le cose più memorabili partorite dalla loro penna, ma a noi piace ricordare soprattutto la storia gelosia natalizia di "Santa's Beard", il divorzio dolceamaro di "They Need A Crane" e il trionfo armonico di "Kiss Me, Son Of God", pezzo inarrivabile arrangiato per quartetto d'archi e basso, degna conclusione di un album straordinario. |
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#95: Vaselines |
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#96: The Wedding Present |
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I Vaselines furono tra le più incandescenti e memorabili personalità indiepop di sempre, per via di un misto tanto creativo quanto povero di mezzi. Sgargianti eccentricità al suono di cantilene vocali memorabili, di strumenti rochi, primitivi, abrasivi. I due chitarristi Eugene Kelly e Frances McKee possono considerarsi una risposta britannica ai Pixies, immersi in una ancestrale placenta beat.. "Molly's Lips" (ripresa dal fan Cobain) è pura leggenda twee-pop, da lacrime all'istante. Oltre agli EP citati va detto di "You think you're a man", che parte filastrocca e termina in bolgia punk di rantoli, gemiti, distorsioni di chitarra. Un violento contrasto relazionale, apparenze da educanda celano sottese perversioni. Esplode così il rancore di Frances: "You think your a man but you just couldn't see/ You weren't man enough to satisfy me!". Il repertorio della band si compone d'una ventina di brani, tutti dai refrain indimenticabili. Notevoli le somiglianze col rock dei prodromi, di cui non si offrono riproposizioni ma sonanti rinascite. Pop neopsichedelico, strutture wave, distorsioni e basi di tastiera in un unico vorticoso delirio. Echi del serpeggiante vizioso romanticismo di Velvet Underground e di sregolatezze Stooges, al pari dei coevi Pastels. C'era un che di inestimabile, in questo nevrotico depravato, sommato a zuccheri trasognati tranquillizzanti "pop sixties": l'impatto è drammaticamente espressivo, vivace, irreversibile.
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In una scena che aveva tra le sue caratteristiche principali
lo sfoggio di sensibilità - diciamo così - femminili,
i Wedding Present erano la pecora nera: appassionati
calciofili, con le chitarre più tirate e i testi
più espliciti di tutti, dalle pagine del proprio
diario tiravano fuori vere e propri accessi di
rabbia che avevano molto più a che fare con il
punk di quanto ne avessero con i Beatles, grazie
anche alla voce (di)sgraziata di David Gedge.
Ma a dispetto delle apparenze, il gruppo di Leeds
era formato da romantici in incognito: le loro
erano canzoni da cuori infranti che si rifiutavano
di cadere nel miserabilismo Morrisseyano, al quale
contrapponevano una sincera e mai doma incazzatura;
per capirci, Gedge è il tipo di persona che pedina
la sua ex e le lascia bigliettini con scritto
"il tuo nuovo tipo è un cretino ". E allora George
Best è pura teenage angst stemperata in
canzoncine pop insolenti, da J&MC al triplo della
velocità. Qualche esempio? "Everyone thinks he
looks daft", esemplare scenata alla propria ex
supportata da un chitarrismo ruvido a caccia di
un'impossibile melodia, la frenetica bellezza
di "Anyone can make a mistake" e di "Why Are You
Being So Reasonable Now?" (sulla versione Plus),
il sordo risentimento di "My Favourite Dress"
e una fulminante cover di "Getting Nowhere Fast"
dei Girls At Our Best, omaggio a chi prima di
loro aveva percorso le stesse strade pop/punk.
La felice carriera seguita a questo esordio dimostrerà
che Gedge aveva capacità superiori alla media,
ma se parliamo solo di indiepop, beh, "George
Best" rimane un classico.
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#97: Witch Hazel |
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#98: Wondermints |
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Kevin Coral é un compositore, arrangiatore, polistrumentista e produttore di Kent, Ohio. Assieme a Mark F, voce, presiede il progetto musicale a nome Witch Hazel. Nel 1995 con l' Lp d'esordio "Landlocked" questi musicisti ordiscono una forma pop da camera nuova e organica, tra le ultime possibili ed entusiasmanti escursioni psichedeliche che la storia del rock abbia concesso prima dell'avvento e dell'ibrido, a diversi livelli, col digitale. Una scaletta intensa e armoniosa collocabile idealmente tra Beach Boys e Mercury Rev (in particolare la produzione di Dave Fridmann), con qualche idea in prestito da My Bloody Valentine. Un frastornante ibrido stilistico di fluidità melodica senza eguali: "Landlocked" è un'opera dall'alone misterioso, magico, fatale. Brani immensi come "gone tomorrow", "chinese apples", "secrets on the spider world", "hideous sun demon". Spiritualità, spasimo, stupore, romanticismo. "so stay. Please don't go. Give me another day".
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Questo debutto dei losangelini Wondermints si mostra tra i vertici inarrivabili dell'eredità Beach Boys, rinvigorita per magia nei '90 anche tramite gruppi come Jellyfish e High Llamas. Insieme di canzoni concepito in bedroom su un 4-piste, fu dapprima diffuso durante i concerti, attraverso cassettine "colorate" autoprodotte (alla Phish, per intenderci). Il suono oscilla tra slancio pop-syche, esotismo ed eleganza classica; vive della magia di simbiosi e alternanze tra i compositori Nick Walusko e Darian Sahanaja, chiamatisi wonderman & mintboy (da qui il nome del gruppo). A volte si sente infierire sulle emotività più profonde e indifese, un sistematico killing me softly in forma di avvolgenti falsetti e tessiture vocali d'altissima resa, si ascolti "she opens the heaven's door", "playtex aviary" ma soprattutto "tracy hide", uno degli inni sempiterni e indimenticabili del pop da camera.
Altrove prendono il sopravvento sussulti passionali più generici ma altrettanto efficaci come "shine", "global village idiot" e "time", dal piano stonesiano e dai viluppi Raspberries. O altrove, ipotetiche jam-sessions tra Kinks e Badfinger, celebrando un "carnival of souls". Di Wondermints, Brian Wilson una volta disse: "If I had (them) in 1967, I would have taken Smile out on the road". Qualche anno dopo, è successo davvero.
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#99: The Woodentops |
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#100: Would-Be-Goods |
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Il fatto che si sia qui a ricordarlo nonostante la pubblicazione in un anno proverbialmente zeppo di grandi uscite dovrebbe essere indice del suo valore. Seppur spesso accostata agli Smiths, la band di Rolo McGenty suonava pop in accelerazione: la batteria andava al triplo della velocità di qualsiasi altro gruppo dell'epoca, e le trame chitarristiche di Rolo - come Marr un rockabilly mancato - non erano da meno, dando alla musica dei Woodentops una consistenza aliena e sottile. Questo primo album è meno frenetico di ciò che lo precedette (la raccolta di singoli "Straight Eight Bushwacker") e di quanto lo avrebbe seguito (il live "Hypnobeat"), il che dà modo alla band di produrre alcune piccole gemme pop perfettamente a fuoco: su tutte la meravigliosa "The Last Time", il cui refrain da soap opera "hold me in your arms/It's the last time" provoca ancora qualche lacrimuccia e che per una volta ammanta di malinconia l'esuberanza dei Woodentops. Il resto marcia a velocità parecchio sostenuta, e se all'epoca Norman Cook fosse già stato Fatboy Slim non avrebbe certo rinunciato a remixare cose come "Love Train" e "Travellin' Man", forse i migliori indicatori della cifra stilistica dei Woodentops.
Nelle classifiche indipendenti del 1986 "Giant" tenne testa a lungo a "Meat is Murder"; più tardi i Woodentops sarebbero diventati il gruppo pop più veloce del mondo, sino a correre così veloci da scomparire alla vista.
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La bellissima gioventù di Jessica Griffin, fotografata da Mike Alway tra ambizioni adulte e tentazioni da popstar. La storia di "The Camera Loves Me" è singolare: i Would-Be-Goods (fondamentalmente Miss Griffin più i Monochrome Set) nascono per morire dopo un solo singolo, ma Jessica e la sorella Miranda si presentano poco dopo con un manipolo di canzoncine perfette per casa èl, alle quali Bid e gli altri Monochrome Set doneranno spina dorsale e ritmi irresistibili. In queste note, più che altrove, c'è l'essenza di quel pop inadulterato, perfettissimo e adolescenziale alla quale la èl records aveva sempe ambito: "The Camera Loves Me" è un album senza sottintesi, infinitamente più amichevole dei suoi sodali d'etichetta ed istantaneamente fischiettabile. E' stato accusato di vacuità, di aver svuotato l'indiepop dai suoi ideali romantici e passionali, ma non è del tutto vero, perché questo disco è anche un omaggio agli anni 60, alle cantanti francesi e al disimpegno del pop da intrattenimento, riassunto nelle armonie giovani della title track, di "Velasquez and I" e di "Amaretto". Momus e lo stesso Alway modelleranno da quel momento in poi ogni loro creazione sull'esemplare riuscita di questo disco, arrivando sino a forgiare popstars in bottiglia ad immagine e somiglianza dell'aristocratica Miss Griffin. Inutilmente, perché "The Camera loves me" rimane inarrivabile. |
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